“Le idee sono nell’aria, bisogna meritarsele”. Intervista a Daniele Pignatelli

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Daniele Pignatelli. Photo credits by Pino Guidolotti.

 Arrivo una mattina nello StudioVerbano 8 Milano per incontrare il regista cinematografico Daniele Pignatelli. Mi accoglie, gentile, un uomo intorno ai cinquant’anni. Qualche battuta e mi fa subito ridere, porta occhiali scuri, una camicia nera e la pelle bianca di chi ha i cappelli rossastri, nel caso particolare, arruffati. Un vulcano dalla risata contagiosa, di una allegria frizzante e malinconica.

Ci sediamo a un lungo tavolo di legno, apre il suo mac bianco, accendo il registratore e iniziamo a conversare. Illustra la nostra conversazioni con la visione di alcuni pezzi dei suoi film, che hanno la capacità di trasportarmi rapidamente in altri mondi, di farmi cambiare stato d’animo, di commuovermi.

Daniele Pignatelli coltiva la sua visione e padroneggia la sua Arte in questa famiglia dove l’energia creativa non se la sono divisa, ma l’hanno fatta esplodere, moltiplicandola esponenzialmente.

Mercedes Viola

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Di seguito l’intervista a Daniele Pignatelli

Com’è stato crescere con un padre artista, cosa le ha insegnato?

Fin da piccoli, io e i miei fratelli, Luca e Francesco, abbiamo frequentato lo studio di nostro padre, Ercole Pignatelli. Qualche anno fa la TV svizzera ha fatto un piccolo documentario su di noi, dove ci hanno intervistato separatamente; lo abbiamo visto poi insieme e c’è nostro padre che dice: “Io ai miei figli non ho insegnato niente, loro venivano in studio e guardavano quello che facevo”. Ma tutti, inconsciamente, abbiamo preso qualcosa.

Lei cosa ha preso?

Di solito le opere si vedono appese, già finite. Noi, invece, eravamo abituati a vederle in divenire, per cui almeno nel mio caso il quadro diventava un’immagine in movimento, come se venisse realizzata a 24 fotogrammi al secondo. Credo che per me sia andata così e per questo ho portato il cinema a casa. Registi come Cassavetes, Bergman, Paradjanov, Resnais, Fassbinder, Wilder e molti altri sono diventati compagni di vita, miei come dei miei fratelli.

Cinema e pittura dialogano nei suoi film.

Con Luca (Luca Pignatelli, pittore) sin da piccoli facciamo cose insieme. Crescendo mi è capitato di usare i suoi quadri dal punto di vista narrativo. Nel 2001, per esempio, avevo girato in teatro di posa un film Terzo° e Mondo, la cui scenografia era fatta da degli enormi teloni ferroviari sui quali mio fratello dipinge da molti anni: una sola parete era dipinta e raffigurava un bosco nel quale cade la neve.

L’enorme dipinto rimase poi a me e anni dopo mi venne l’idea di portare il bosco dipinto in un bosco vero. Nasce così il film Hope1 in cui racconto, in un unico piano sequenza di sette minuti, in un bosco di notte, una guerra in corso che lentamente si trasforma in una festa paesana. Tutto questo viene raccontato attraverso i quadri di Luca posizionati e illuminati nel bosco vero.

Il critico d’arte Achille Bonito Oliva lo portò a Roma, al Teatro India, scrivendo: “Questo è un nuovo modo di raccontare l’arte contemporanea, perché i quadri non sono esposti ma raccontano quello che sta succedendo”.

È uninnovatore.

Sono un free thinker, una mente libera, e per questo ho pagato tutti i prezzi possibili dal punto di vista del lavoro. Ho vissuto anche in situazioni difficili, quasi sempre in solitudine (che è per me fondamentale), ma ho avuto in cambio libertà e rispetto, forse perché sono sempre stato coerente con me stesso. È nella mia natura, ce lo ha trasmesso nostro padre, anche se lui dice di no. Lui è sempre stato un ribelle e uno sperimentatore.

Quali sono stati i suoi primi passi nel cinema?

Quando sono uscito dalla Civica Scuola di Cinema “Luchino Visconti” di Milano, ho fatto subito un cortometraggio che si chiamava Gloria-Bijoux (appunti), scritto con il poeta Stefano Bortolussi, per il quale abbiamo ricevuto al Torino Film Festival una menzione speciale e da lì sono partito. All’inizio facevo solo video musicali e pubblicità sociali.

Ho lavorato con Fabrizio De André (Anime salve), Cristiano De André, Litfiba, Ruggeri, Kaballà, Ligabue e altri. Cercavo di evitare i playback per trasformarli in dei cortometraggi poetici e narrativi. I video musicali sono una palestra impressionante per un film maker, perché puoi raccontare delle piccole storie.

Nelle sue pubblicazioni insiste sullimportanza della idea. Come nascono le idee?

Le idee sono nell’aria, bisogna meritarsele. Quando arrivano, arrivano e spesso ti sorprendono. Però l’idea non è tutto, è un passaggio per arrivare a un risultato; ma prima di tutto bisogna avere qualcosa da dire.

Come nasce Terzo° e Mondo?

Ero in Salento, immerso in una pineta di pini marittimi con le pigne, guardando in alto mi è venuta l’idea. Volevo che fosse un film senza parole, comprensibile a tutti. È stata una grande sfida con due grandi attori: Giuseppe Battiston ed Enrico Salimbeni.

Che sia un cortometraggio narrativo, d’arte o sperimentale, muto o parlato, curo tantissimo la preparazione, faccio una griglia molto rigorosa per poi poter improvvisare. Perché poi succedono cose che compaiono, improvvise, e migliorano l’idea di partenza.

Per esempio?

Con Hope2, mentre ero in studio da mio fratello, all’improvviso è arrivata l’idea : un cavallo entra nello studio di un artista (Luca Pignatelli) alla ricerca delle proprie origini. I cavalli dipinti da Luca sono tutti bianchi, quindi con il produttore Max Brun (Art&Vibes) e con Guido Cella (Collateral film) iniziamo a fare un casting di cavalli alla ricerca di un cavallo bianco adatto. A un certo punto vedo Vigon, una cavalla olandese nera, stupenda. Colpo di fulmine! E già il bianco diventa nero. Ho dovuto poi cambiare il lungo movimento di macchina iniziale, perché avevo una mia idea, ma Vigon aveva deciso di non muoversi da dove si era piazzata, costringendomi così a cambiare il movimento della macchina da presa sul moment. Alla fine è venuto più bello e potente di come lo avessi immaginato.

Se lavori con la natura, con gli animali, è l’istinto che prevale. Hope2 è stato premiato al 55° Rochester International Film Festival (New York) con “A certificate of merit for visual artistry and for cinematic excellence.

Parlando con lei si sente questa forza che trasmette nei film.

Forza naturale. Anche pericolosa. Ho avuto dei momenti molto bui, perché ti isoli e alla gente fa un po’ paura. Poi vedono i lavori e spesso li apprezzano.

Durante il lockdown ha girato Nuovo Cinema Para-Virus, corto selezionato in concorso a novembre al 35° Annual Fort Lauderdale International Film Festival. Di cosa si tratta?

Ero in lockdown, chiuso in casa come tutti. Una sera guardando il bellissimo documentario sul libro di Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, lui a un certo punto parla di Vertigo, la donna che visse due volte, e fanno vedere la scena in cui Kim Novak esce dal bagno della casa di James Stewart. Mentre gli si avvicina, d’istinto, ho bloccato la scena, prima che si baciassero.

Lì mi è venuta la idea: il virus è entrato anche nei film e impedisce anche lì i contatti umani, appena prima che accadano. Le sale sono chiuse, i set sono bloccati e il Cinema non può più creare nuovi sogni. Così scrive una video-lettera a noi umani.

Ha scritto lei la lettera?

Sì, inizialmente la lettera era molto dura. Poi, consigliato da amici fidati e insieme a Claudia Cassandro, l’abbiamo ammorbidita. In seguito e per un’altra serie di magie siamo arrivati a Maria Pia di Meo, che è la voce del cinema in Italia, voce storica, fra le altre, di Meryl Streep, Audrey Hepburn, Barbra Streisand. Ha accettato con entusiasmo di dare voce a questa lettera, mentre la voce nella versione inglese è di mio figlio, Filippo Aki Pignatelli, 8 anni che è nato e vive a Londra: il Cinema che resta bambino per sempre.

È riuscito a creare in un momento così duro.

L’arte ha sempre la missione e il dovere di cercare di produrre cose belle, anche e soprattutto nei momenti drammatici. Essere riuscito a creare qualcosa di bello dando voce al Cinema in un momento come questo lo ritengo una grande fortuna e un grande privilegio.

Inoltre con questo lavoro mi sono volati i mesi del lockdown: mi ha tenuto occupato dalla mattina alla sera. Ho fatto 19 mini-scenografie, trattando 14 registi, 19 film e 43 attori, un cast d’eccezione senza precedenti! Con Mattia Seregni, il montatore, abbiamo montato in remoto; la colonna sonora originale l’ho affidata alle sapienti poetiche mani di Kaballà arrangiate dal maestro Antonio Vasta. Il film è prodotto da Studio Verbano 8 Milano di Luca e Maria Pignatelli.

Altri progetti?

È finalmente in post produzione il lungometraggio docu-film La lettera. L’ho iniziato nell’ottobre 2015 e comincia nel carcere di Opera dove tre detenuti per omicidio sono stati scelti fra più di 1.500 per un loro percorso spirituale, per mettere in piedi all’interno del carcere un laboratorio dove, con le loro mani un tempo sporche di sangue, producono le ostie, le quali vengono poi consacrate nelle Chiese di tutto il mondo, diventando corpo di Cristo. Il finale è a Lampedusa. Un film pazzesco, musica originale sempre di Kaballà, sempre arrangiate dal maestro Antonio Vasta.

E poi c’è Ago il Drago. Di cosa si tratta?

È un lungometraggio basato su una storia vera che avevo cominciato a filmare per un documentario, poi ho trovato la chiave drammaturgia per trasformarla in una commedia. Potrebbe essere definito un film di genere, dove una comunità si impegna ad aiutare un uomo a realizzare il suo sogno: il protagonista ha la sindrome di down e il suo sogno è realizzare un film e vincere il premio!”

Preparandomi a questo incontro ho visto i suoi corti. Mi hanno sempre commosso. Da dove nasce questa emozione che trasmette?

Fin da bambino sono sempre andato al cinema. Ai tempi con un biglietto potevi stare fino a mezzanotte. Questa roba qua per me è diventata la vita. Il cinema mischia tutto: musica, emozione, recitazione, arte, poesia. Io che mi definisco un disadattato poetico”, ho rinunciato a tante cose per cercare di ottenerne altre, che mi fanno vivere in una dimensione creativa dove sto abbastanza bene. Altre volte le opportunità mi hanno colto impreparato e ho avuto paura. Per me è fondamentale girare un film di qualsiasi formato solo a patto che si abbia qualcosa da dire, altrimenti, per come la vedo io, diventa solo un mestiere, un bellissimo mestiere che fanno tanti bravissimi professionisti, per esempio nella pubblicità.

Non ho mai saputo se quello che faccio ha un valore: certamente lo ha per me e più il tempo passa più imparo ad apprezzare le mie visioni.

Intervista a cura di Mercedes Viola

Photo credits by Pino Guidolotti