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Le parole sono dure

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Foto di Cesc Sales – In sua memoria

Le parole sono dure.

Arrivano dritte senza pietà ferendoci nella parte più sensibile di ciò che siamo.

Chi afferma che dire la verità, o per lo meno la propria verità, sia liberante non ha capito nulla. Persone dalla pelle così dura da essere scorza, una specie di callo rugoso come la corteccia di un quebracho o un qualcosa di pietrificato nel tempo e che ha perso qualsiasi sensibilità.

La falsità non ferisce, riduce.

Denigra chi la asserisce rendendolo piccolo e meschino per poi strisciare via lasciando solo la scia di una bava di lumaca che in poco tempo verrà cancellata.

La verità scava un solco profondo nella mente costringendo il pensiero a passare e ripassare avanti indietro su quello stesso punto ed ogni volta più in profondità.
Non facciamo in tempo ad adattarci al dolore provato che questo aumenta… un po’ di più, sempre di più.

Claudia mi dice detto che devo imparare a stare zitto, che quelle parole mi fanno soffrire ma io non riesco a fermarle spinto da una necessità urgente, primaria, quasi fosse respirare…

Mi riaffermo nella verità tanto quanto nel dolore, indecentemente cieco davanti al poco grado di coscienza della maggior parte dei miei oppositori inadatti a ricevere quel che devo trasmettere.

La verità é un dono, come l’arte o la letteratura. Chi esprime la sua verità dona se stesso, si espone, si mette a rischio, ed il rischio più grande é l’incomprensione.

La verità fa male, la verità non libera, tutt’altro, obbliga.

Obbliga perché é autoritaria e ti costringe a comunicarla sempre e comunque come fosse un dictat, un qualcosa a cui non ti puoi sottrarre, mai.

Anche quando meravigliosa porta inscritta la tragedia della sua stessa morte: quando si finisce un opera e per quanto l’opera sia magnifica, in quella stessa magnificenza risiede la tragedia della fine, senti quel collasso di bellezza, quella mancanza stridente ed improvvisa… Quando si finisce di leggere un grande libro cercando di stirare il tempo al massimo in modo che quello stato di grazia perduri ancora un po’ e, dinanzi all’ultimo paragrafo o all’ultima frase, indugiamo prima di spostare lo sguardo su quell’ultima, definitiva parola, prima veniamo travolti da un senso di gratitudine e completezza per poi essere risucchiati da un vortice di assenza e nostalgia.

E nemmeno da quel vortice ti puoi sottrarre, puoi solo cercare di sopravvivergli.

La consapevolezza della fine travolge sempre, la verità della fine travolge sempre straziandoci.

Quanto é difficile dire la verità… Quanto é duro dirsi la verità. Scavare dentro al pensiero e lottare contro se stessi, contro le proprie giustificazioni, contro la negazione, contro il senso malato di auto-protezione, la volontà di censurare quel che sai di sapere solo perché ti fa male o solo perché hai paura delle conseguenze e che, a volte, non hai semplicemente voglia di affrontare…

Ci sono verità che hanno a che vedere con il mondo e quelle verità, che spesso ci raggiungono come intuizioni, come parole che nascono spontaneamente, non si possono fermare. Sgorgano in frasi senza che si possa contenerle.

La verità non si dice perché si vuole, la verità si dice perché si deve.

Desidero che chi ho davanti la comprenda nella sua totalità densa, struggente e profondissima e mi consumo nel tentativo estremo di spingerla nel cervello forzando la barriera dell’incomprensione.

Davanti all’incomprensione voluta o ignorante che sia, le parole si fanno pesanti e faticose, le parole mi si bloccano in gola, la voce si rompe ed una parte sensibile di me implora di lasciar perdere, di arrendermi…

Ma io non mi posso arrendere, c’é troppo in gioco, innanzitutto la mia vita.

Le parole sono dure, vanno avanti ed indietro nel cervello una dopo l’altra in fila come denti di una sega. Ogni fila una frase, ogni fila un pensiero che non molla, che vuole rimanere ossessivamente lì portandosi dietro negli incavi della sua lama i detriti di una possibile e beota felicità.

Io vorrei che quelle parole arrivassero, io vorrei che quelle parole cambiassero il corso delle cose, vorrei che quelle parole trasformassero chi le riceve.

Le affido al vento sperando che, trasportate dall’aria o cadute in terra, trovino chi le possa accogliere.

Paolo Maggis 

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