Le poesie di Fitzgerald.

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Nell’anno della “liberazione” dei diritti di Francis Scott Fitzgerald per la prima volta in Italia le poesie dello scrittore di Tenera è la notte e Il Grande Gatsby.
Fra i primi tentativi letterari di Francis Scott Fitzgerald ci sono numerose composizioni poetiche. Nota è la passione dello scrittore americano per autori come Keats – che anche dal punto di vista biografico presenta dei punti di contatto con l’autore di Belli e dannati – tanto da intitolare uno dei suoi romanzi – Tenera è la notte – con un verso tratto dall’ Ode a un usignolo del poeta inglese (ci è rimasta anche una registrazione audio con FSF che legge i versi della poesia keatsiana). Sono composizioni già intrise dello struggimento e della nostalgia che faranno di Fitzgerald l’autore dei rimpianti, delle occasioni mancate, dell’indimenticabile frase “You can’t repeat the past”.
Nicola Manuppelli
 
 
 
LA PIOGGIA PRIMA DELL’ALBA
L’ottuso, debole picchiettio nelle ore cadenti
Scivola sul mio sonno, riempie i miei capelli
Di umidità: il peso dell’aria greve
Si sparge su di me, là dove la mia anima stanca si nasconde
Sfuggente come una regina solitaria fra torri vuote
Morente. Cieco e inquieto prendo conoscenza:
un battito di ampie ali scende giù per le scale
e mi sazia come un forte profumo di fiori
Mi sdraio sul mio cuore. I miei occhi come mani
Afferrano il cuscino fradicio. Ora l’alba
Con le lacrime dal suo seno bagnato la camicetta fa umida
Della notte, dagli occhi di piombo e umida lei vaga per il prato,
Tra le tendine lanciando sguardi meditabondi e sta
Come un nuotatore inzuppato – La morte è all’interno della casa!
(NASSAU LITERARY MAGAZINE – FEBBRAIO 1917)
 
 
 
PARTIAMO QUESTA NOTTE
Noi partiamo questa notte
Silenziosi riempiamo la strada immobile, deserta
Una colonna grigia, confusa
E gli spiriti trasalgono per questo battere smorzato
Lungo la strada senza luna;
gli ombrosi cantieri dove i nostri passi echeggiano
passando dalla notte al giorno
e così attardiamoci sui ponti senza vento
vedere sulla riva spettrale
ombre di mille giorni, poveri relitti striati di grigio
oh allora deploreremo
quegli anni inutili!
Guarda come è bianco il mare!
Le nuvole si sono fatte pioggia, il cielo fiamme
Su autostrade vuote, dove il pavimento di ghiaia riluce
Il ribollire delle onde a poppa
Diviene un voluminoso notturno
…Partiamo questa notte.
(NEW YORK, 1920)
 
 
 
TRAMONTO DI CITTÀ

Vieni fuori. . . . fuori
Per questa mia notte inevitabile
Oh, bevitore di vino nuovo,
Qui è sfarzo… qui è carnevale,
Ricco tramonto, strade nebbiose e tutto
Il sussurro della notte della città…
Ho chiuso il mio libro di armonie evanescenti,
(Le ombre su di me cadevano nel parco)
E la mia anima era triste di violini e alberi,
E sono stato male per il buio,
Quando improvvisamente si affrettò da me, portando
Migliaia di luci, una brezza ossessionante,
E una notte di strade e canti…
  
Io ti riconoscerò dai tuoi piedi ansiosi
E dai tuoi chiari, chiari capelli;
Ti sussurrerò cose felici e incoerenti
Mentre ti aspetterò lì…
Tutti i volti indimenticabili nel crepuscolo
Unirò al tuo,
E le orme come mille ouverture
Unirò alle tue,
E ci sarà più ubriachezza del vino
Nella morbidezza dei tuoi occhi nei miei…
  
Violini leggeri dove belle donne cenano,
Frusciare di gonne, le voci della notte
E tutto il fascino di occhi amichevoli… Ah lì
Andremo alla deriva come suoni d’estate nell’aria d’estate…
(NASSAU LITERARY MAGAZINE – APRILE 1918)
(Traduzione di Nicola Manuppelli)