Le promesse del tempo

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Sprecare un’ora della propria vita significa stare immobili nel tempo e non fermi nello spazio a non fare nulla.

Ho sempre creduto che il tempo sia l’unico vero legame tra le persone: l’amore in fondo è solamente una pausa tra la speranza e la realtà, ossia una continua pena.

Per quanto mi riguarda, mi sono imposto una data di scadenza, e questi due mesi di forzata solitudine hanno certamente fatto parte della mia vita e del mio tempo. Non mi verranno restituiti e non saranno nemmeno aggiunti in fondo: come un bonus.

L’appena concluso periodo di isolamento sociale non corrisponde all’abbonamento di una palestra: nessuna data di morte verrà posticipata. Tutti i sessanta giorni sono stati parte integrante della mia naturale esistenza su questo pianeta. Eppure, non ci saranno persone con un singolo ricordo di me con loro: ho vissuto l’intero periodo restando solo, unicamente ed esclusivamente solo.

Il tempo non può essere ignorato: come un uccello non può fingere di non conoscere il cielo o un pesce l’acqua. Il tempo non è neppure riciclabile, si consuma e basta.

Che ci crediate o meno, non ho mai avuto sogni da realizzare; ho avuto un unico desiderio…

Il mio grande e improbabile desiderio, ovviamente non si è avverato: vi confido, avrei voluto un figlio, ma la natura ha deciso per me l’estinzione.

Se pensate a un figlio da crescere e modellare come l’argilla, vi state sbagliando.

Infatti, non posso avere rimpianti e nemmeno una cura precisa e razionale per la mia anima, considerando alquanto irrealistica quella aspirazione: avere un figlio che mi potesse essere padre.

In sintesi, questa era l’ipotesi di paternità: nello stesso attimo in cui mio figlio fosse nato, il tempo, per me, sarebbe rimasto sospeso e i giorni non sarebbero più trascorsi in ore, minuti e secondi. Se avessi avuto trent’anni, avrei continuato a vivere come un trentenne, senza invecchiare: padre di un figlio che, istante dopo istante, si sarebbe avvicinato alla mia età, raggiungendola e superando le trenta candeline spente.

Imparare da lui… Ecco cosa avrei desiderato: un figlio con il doppio dei miei anni che mi potesse raccontare le sue vicende nel tempo (quelle a me ancora ignote), rimproverandomi i suoi sbagli come fossero stati causati da una mia mancanza, chiamandomi “papà” e cercando ancora in me il conforto di un genitore normalmente bastante per lo spazio di tre quarti di vita.

Un inganno demoniaco, alla Dorian Gray?

No, penso piuttosto a una romantica teoria della relatività, dove non esista un tempo unico e assoluto, ma ogni persona abbia un proprio tempo dedicato.

I giorni spesi per crescere un fiore, li percepiamo intimi e fecondi perché sappiamo di sopravvivere al fiore stesso, potendo custodirne la bellezza nel ricordo. Non è egoismo, ma poesia.

Forse per questo ho avuto bellissimi figli di piume e pelo, poiché ero certo che la loro vita non fosse breve, ma solo più veloce della mia. E ho appreso dalla loro esperienza, dalla loro innata dignità animale, come prendersi gioco della morte: vivere sino alla fine con entusiasmo, per morire in un momento.

Tra le ore perse freneticamente e altre sprecate con calma, un paio le ho trascorse, di recente, a studiare i profili social di alcuni contatti che non ho mai realmente conosciuto.

Lei. Si nutre di scatolette per gatti che recensisce stabilendone i valori nutrizionali e organolettici. Quando non c’è cibo per gatti, si accontenta della propria quotidianità: delle pantofole in pelliccia di volpe, di un tramonto, dei suoi piedi nudi, della pizza margherita con basilico e di una frase di Alda Merini.

Lui. Condivide ogni “ipotesi facile ma originale” sostenendo che “quelle complesse ma ovvie” nascondano un complotto. A sua insaputa è diventato: omofobo, antiabortista, contrario al divorzio, ostile alla globalizzazione, omeopata, ingegnere, neurologo, più italiano di altri italiani e, senza essere mai entrato in chiesa, cattolico integralista.

Lei. Ha due nipoti che frequenta ai compleanni perché in tutte le foto, oltre ai bambini, c’è sempre una torta. Ha un marito che fuma la pipa costantemente alle sue spalle, in ogni foto dietro di lei: non hanno mai fatto l’amore guardandosi negli occhi. Cucina per gli altri e non mangia le lasagne o la pasta al forno che sono le sue specialità.

Lui. Ha un’auto sportiva, vera protagonista della pagina facebook. L’automobile fa la turista per monti, campagne e laghi. Auto e pilota odiano la salsedine, ma amano Montecarlo. Hanno un paio di amici: gli occhiali della stessa casa automobilistica. Negli anni, il guidatore è ingrassato perché ha dedicato tutto il suo tempo a lucidare la carrozzeria del bolide. Credono (macchina e proprietario) che i lombardi siano un’etnia e che la Pasqua sia la festa del cioccolato e una gita tra le curve della Costa Azzurra.

Lei. Si cura malattie varie (che ancora non ha) meditando come un budda in cima ai monti. Raggiunge le vette in mountainbike, mentre il suo ragazzo, più in basso, scatta le foto. È dunque fidanzata ufficialmente e lavora per un’azienda produttrice di compattatori per plastica. Ama le feste, beve mohito e fa la sexy con un wurstel sul labbro.

Io. Non si capisce cosa faccia per vivere. Predilige il “bianco e nero” e ama il suo gatto. Scrive post troppo lunghi per essere letti e anche quelli brevi sono lunghi. È nato nel 1970 e morirà nel 2023. Passa il tempo a ricordare a sé stesso che sforzarsi di essere giusto sia un’ingiustizia: come scambiare la pietà per paura e la paura per la morte.

È vero: finirò nel 2023.

Perché?

In quanto sono profondamente convinto che, per accorgersi del tempo, sia necessario averne bisogno.

Che ci crediate o meno, non ho mai avuto sogni da realizzare; ho avuto un unico desiderio…

La vita infine loda la morte: così come mi sono affannato per iniziare il giorno, avrò fretta di finirlo. E, quando sarà iniziata la sera, davvero, comincerò a pensare alla notte e ai sogni con essa.

Angelo Orazio Pregoni