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Le rivelazioni del viaggio. Piccoli attimi di perfetta chiarezza lungo il cammino. Intervista a Giovanni Agnoloni

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Le rivelazioni del viaggio – Piccoli attimi di perfetta chiarezza lungo il cammino è il nuovo lavoro di Giovanni Agnoloni edito nel 2025 da Ediciclo nella collana “Piccola Filosofia di Viaggio” che illustra, in un libretto denso e godibile, il possibile percorso insteriore di chi decidesse di dare ragione al proprio desiderio e ascoltare la congiuntura che collega l’essere umano al cosmo: «È stata l’evoluzione naturale del mio percorso di viaggiatore in transizione dalla modalità “Wanderlust” (ricerca affannosa dell’Altrove) a quella contemplativa e capace di gustare ogni momento». Un viaggio che nasce da una necessità esistenziale e che diventa pagina di riferimenti internesterni, link, collegamenti: «La vera scrittura può nascere solo da questa esigenza profonda, come tutte le forme autenticamente artistiche.» Un viaggiolibro che connette luoghitempi lungo battute di uno spartito ideale che potrebbe fare di questa scrittura una singolarità in «musica». La predisposizione di chi legge Le rivelazioni dovrebbe poter coincidere con la liberà mentale di chi ha scritto, perché «se uno scrittore è degno di questo nome, oltre a saper scrivere deve saper parlare con franchezza di tutto. Se si lascia censurare, o lo fa per codardia o per interesse.» Una sincerità che discende direttamente da una visione della scrittura che «è una vocazione, sì, ma anche un lavoro, il mio lavoro insieme alla traduzione letteraria, che è l’altra faccia della stessa medaglia.» Un piccolo grande viaggio tra le epifanie. Unpiù percorrere interesteriore tra entanglement e universi quantistici di un ulteriore insteriorità. Che sia desiderio, un desiderio cosmico che fa armonia di corpi astrali e fisici: ognaltrove quilì spaziotempo espanso: «La fisica quantistica, come Le rivelazioni del viaggio evidenzia, è al centro dei miei interessi da diversi anni». Il viaggio nell’unidiverso che siamo, se solo sappiamo il desiderio di ascoltare il totalmente altroltre, un viaggioscrittura che inizia già prima, «molto prima di posare le mani sulla tastiera del computer» e che dilata il proprio intreccio oltre la pagina scritta, verso un perturbante correlativo quantistico…

Gian Luca Garrapa

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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?

È stata l’evoluzione naturale del mio percorso di viaggiatore in transizione dalla modalità “Wanderlust” (ricerca affannosa dell’Altrove) a quella contemplativa e capace di gustare ogni momento, e che parte dal quotidiano giro per il mio quartiere periferico a Firenze per arrivare alle esplorazioni di città lontane. Per questo un paio di anni fa, a “Testo”, la Fiera del Libro di Firenze, l’ho proposto alla editor di Ediciclo Lorenza Stroppa, che ha trovato l’idea buona per la collana “Piccola Filosofia di Viaggio”.

Quando scrivi, godi?

La scrittura è croce e delizia, come tutte le cose che nascono da una vocazione viscerale. Ecco perché diffido delle scuole di scrittura. La vera scrittura può nascere solo da questa esigenza profonda, come tutte le forme autenticamente artistiche. Ed è una cosa che non si può apprendere, ma solo trovare dentro sé stessi, anche se va alimentata con letture, esperienze e pratica. Ma tutto questo costa impegno, sacrificio (che io tendo a interpretare in senso prevalentemente positivo, come “consacrazione”) e una dedizione totale (essendo anche traduttore letterario, posso dire di scrivere ininterrottamente da moltissimi anni, sabati e domeniche compresi). Poi, certo, esistono momenti di specifica estasi, come l’affacciarsi nitido e inequivocabile di un’idea, lo spontaneo emergere di un collegamento tra due spunti che iniziano a delineare una storia, la revisione del testo per curare la bellezza e l’incisività del linguaggio. Ma, ripeto, serve fondamentalmente “farsi il mazzo”. Io, però, non potrei mai farne a meno. È il senso della mia vita.

Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?

Dalle pagg. 87-88:

Alla luce di tutte le mie esperienze di viaggio, oltre che di quelle raccontate nei libri che ho letto e nei film che ho visto, posso ribadire con ragionevole sicurezza che il viaggio è uno, e non coincide con gli itinerari seguiti, tracciati come strisce sulla carta geografica, ma con linee idea­li che uniscono i punti rivelatori delle illuminazioni da cui siamo stati raggiunti in svariati angoli del pianeta.

Anzi, col tempo ci si accorge che quei qui e quei lì, che hanno formato tutti i punti di partenza e di arrivo della nostra vita, sono fusi in un unico baricentro interiore, che definisce profondamente chi siamo. Nel mio caso questo percorso di presa di coscienza è passato attraverso le ambientazioni dei romanzi e dei racconti che non avrei scritto se non avessi viaggiato a lungo, imbevendomi di tanti luoghi. Ma per ognuno l’esito può essere diverso, concretizzandosi in una scelta professionale, nell’innamoramento con una lingua (o magari con una persona che la parla), in un’arte o uno sport praticati in un certo posto, o anche in una scelta vocazionale di tipo diverso, come ritirarsi in un monastero o in un luogo isolato per meditare a contatto con la natura.”

Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?

Senz’altro musica, come le lingue che parlo e studio diuturnamente, o come la chitarra classica, la mia prima vera “scuola di scrittura”, grazie allo straordinario maestro Ganesh Del Vescovo, che mi insegna da quasi dieci anni.

Che rapporto hai con la censura?

La detesto, ma ritengo anche che a volte, nel mondo di oggi, ci se ne ricordi solo quando vengono toccate certe sfere e non altre. Abbiamo passato tre anni di pandemia (parlo di me e di altri colleghi e amici che si sono battuti per la difesa delle libertà costituzionali in quel periodo di orrendi abusi) a sottolineare l’irrimandabilità di questioni come l’inammissibilità sul piano etico, giuridico e scientifico di misure totalmente infondate come il Green Pass, e per questo siamo stati emarginati e spesso bannati e silenziati sui social media, per esempio. O, da cristiano, devo dire che oggi ci si ricorda troppo poco spesso dei cristiani perseguitati in varie parti del mondo, mentre – giustamente – si levano parole di condanna contro le discriminazioni vero altri gruppi religiosi o etnici, od orientamenti sessuali o altro ancora. Più in genere, mi fa incazzare vedere con quanta ritrosia vengono usate (anzi, vengono accuratamente evitate) parole corrette come “genocidio” in rapporto a quanto sta succedendo a Gaza, ma anche come viene sistematicamente o quasi tacciato di “putinismo” (e ridotto al silenzio) chi evidenzia, oltre all’orrore dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, l’evidente provocatorietà delle manovre di espansione della Nato a Est (perfino Papa Francesco fu criticato per averlo fatto notare). Insomma, secondo me, e con Alessandro Manzoni, Omnia munda mundis e, se uno scrittore è degno di questo nome, oltre a saper scrivere deve saper parlare con franchezza di tutto. Se si lascia censurare, o lo fa per codardia o per interesse. Ben più grave della censura, insomma, è chi la accetta. Ce lo insegna il maestro Pier Paolo Pasolini.

Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?

Mi riallaccio alla precedente risposta e aggiungo: per me scrivere è una vocazione, sì, ma anche un lavoro, il mio lavoro insieme alla traduzione letteraria, che è l’altra faccia della stessa medaglia. E (anticipando la bollitissima domanda che ultimamente mi fanno ogni tre per due, e che ti ringrazio per non avermi posto) non ho la minima paura dell’intelligenza artificiale, anzi ritengo che mirare a una qualità sempre più alta della mia scrittura e delle mie traduzioni sia la miglior garanzia rispetto a qualunque possibile interferenza da parte di macchine che non solo – in ambito letterario – si limitano a rubare idee e assemblarle “creativamente” in barba a qualsiasi normativa sul diritto d’autore, ma – citando l’inventore del microchip Federico Faggin – non hanno e non potranno mai avere coscienza (e anima), e che quindi, perdonate l’arroganza, non potranno mai essere “più brave di me”. In sostanza, che si fottano. Per me scrivere è un atto di resistenza dell’umano all’arroganza della Macchina (che è un altro modo per dire “del Potere”), quella che già veniva deprecata da un altro grande maestro, J.R.R. Tolkien. E mi fa specie come molteplici colleghi e lettori siano rassegnati all’inevitabilità di questo “nuovo” che avanza e si siano già adattando, usando le varie forme di IA nel lavoro, anche solo per fare ricerche che potrebbero benissimo condurre su normali siti internet o (addirittura!) su libri. È necessario un serio boicottaggio di questa nuova propaganda, e non certo uno “spallatondismo” passivo e opportunista, che mi ricorda molto l’atteggiamento che la maggior parte della gente ha avuto durante la pandemia.

Bonus track

C’è uno stretto legame, un intreccio tra luoghi interiori e luoghi esteriori agli occhi di chi ha deciso e desiderato una visione interiore: e che legame esiste tra la tua scrittura e la fisica quantistica?

La fisica quantistica, come Le rivelazioni del viaggio evidenzia, è al centro dei miei interessi da diversi anni. Ho letto e leggo ancora molti libri sull’argomento, a partire dall’opera omnia di Carlo Rovelli. Credo che questo ambito spieghi non solo la struttura ultima della realtà, ma spinga la nostra attenzione e il nostro sguardo di esseri umani là dov’è la linea di “confine”, ma direi meglio di contatto, tra l’ambito scientifico e quello spirituale. E, da agnostico/ateo convertito, per me questo è un territorio assolutamente cruciale, che alimenta costantemente le “voci interiori” che sono il primo combustibile delle dinamiche dell’ispirazione. Ne è oggetto un mio nuovo saggio ancora inedito, e le mie ricerche stanno andando avanti.

Ci sono invece luoghi che non spiccano per caratteristiche specifiche, tanto che da molti studiosi sono definiti ‘non-luoghi’. Si pensi agli aeroporti, alle stazioni ferroviarie, ai centri commerciali o agli stessi mezzi di trasporto… (p.52)”: che luogo è un libro, e quel momento-transito in cui stai per scrivere, e la pagina è ancora bianca, quell’attimo prima che la pagina sia compiuta, può essere definito un nonluogo? Accadono pure lì le epifanie? Le sincronicità?

Bellissima domanda. Ho sempre pensato che la scrittura inizi molto prima di posare le mani sulla tastiera del computer (o di impugnare la penna, per me che amo ancora scrivere a mano la prima versione dei miei lavori). È un metabolismo interiore che scaturisce direttamente da quelle dinamiche di correlazione quantistica che (v. le recenti ricerche di Roger Penrose e Stuart Hameroff) hanno per protagonista la parte più profonda del nostro cervello, e che innesca i fenomeni (descritti in Rivelazioni) di epifania e di sincronicità, ossia quegli specialissimi attimi di perfetta chiarezza – come recita il sottotitolo del libro – che si manifestano alla singola persona nell’attimo in cui, lungo il cammino, la sua mente è predisposta a riceverli. Con la differenza che l’epifania è strettamente legata a un luogo (tipo: il fascino di un determinato paesaggio, lo sguardo di un animale che ci vive, una musica caratteristica del posto o i suoni della sua lingua), mentre la sincronicità (ovvero la coincidenza significativa o, per dirla come “quelli bravi”, il nesso di correlazione acausale) passa sì attraverso il luogo, ma solo in modo occasionale/strumentale. Come nel caso della sincronicità del Bellucci a Dublino (ma che sarebbe potuta avvenire anche a Belgrado, a Roma o a Timbuctù, perché non era il luogo l’elemento-chiave), che a p. 60 del libro racconto e che qui mi permetto di citare:

Sulle mie pagine dei social media ho accumulato tutta una serie di episodi che mi sono capitati, proprio usando l’hashtag #sincronicità. Qui ne voglio ricordare uno, in fondo stupido ma rivelatore, capitatomi a Dublino nel 2018, mentre tornavo in autobus verso l’albergo. Chissà per quale motivo, stavo ripensando a una scena di un film di Leonardo Pieraccioni, Ti amo in tutte le lingue del mondo, in cui il suo personaggio, un professore di educazione fisica in gita scolastica, se la prende con uno studente zelante ma rompiscatole che si chiama Bellucci. Proprio in quel momento, passai davanti a un bar dal nome Bellucci’s.” 

Cosa posso aggiungere? Se non altro, una cosa: quando l’anno prossimo tornerò a Dublino per il matrimonio di un mio amico, non mancherò di passare da quel bar, se ancora esiste. Quella volta, alla fine, non ci andai.

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Giovanni Agnoloni, Le rivelazioni del viaggio – Piccoli attimi di perfetta chiarezza lungo il cammino, Ediciclo editore, collana “Piccola Filosofia di Viaggio”, 2025.

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