Le terme di Sabbath

«Un mondo senza adulterio è inimmaginabile. La brutale mancanza di umanità di quelli che sono contrari… La pura brutalità del cazzo delle loro teorie. La follia. Non esiste punizione troppo dura per il pazzo criminale che se n’è uscito fuori con l’idea della fedeltà. Non esistono parole per esprimere la crudeltà, la presa in giro di quel concetto.» Il Teatro di Sabbath (1995) di Philip Roth

Amo i Grand Hotel del primo Novecento dal fascino remoto, dove respirare i sussulti degli amanti che vi hanno soggiornato, facendo l’amore, forse tradendosi e dove nutrire la mia innata flânerie di vita.

Mi stuzzicano i luoghi che vedono il passaggio di sconosciuti, corpi che si sfiorano su una scalinata, sguardi che s’incrociano a un tavolino da caffè, volti che si scrutano a distanza ravvicinata.

Amo viaggiare da sola perché è in solitudine che puoi studiare gli altri, senza distrazioni, lasciandoti sedurre dall’anonimato e allettare dall’imprevisto.

La mia natura libertina mi regala sempre ricchi doni, ovunque e comunque. Non è casualità, bensì attenta predisposizione, in primis di testa, e quindi di cosce, al diverso, al non familiare, uscendo dalla propria zona di comfort, correndo il rischio della passione.

Io ho fatto della passione il mio mantra di vita, rinunciando consapevolmente alla stabilità per la fugacità. Meglio un’ammucchiata di un’accoppiata? Dipende dal mucchio e dalla coppia … e ogni qual volta qualcuno, e sono in tanti, mi domanda se non senta la necessità di ‘farmi una famiglia’, io amo controbattere raccontando piccanti aneddoti, tutti avvenuti in un fiabesco albergo dalle antiche terme romane immerso nel Parco dello Stelvio, un magnifico edificio rosa al quale sospetto che il regista Wes Anderson si sia ispirato per il film Grand Budapest Hotel.

Questa fu la cornice del mio primo, indimenticato menage-a-trois. Per il mio trentesimo compleanno, mi ero regalata tre giorni – Three is a Magic Number – al Grand Hotel Bagni Nuovi di Bormio, a mollo e a sollazzo nelle sue antiche acque termali circondata da boschi e montagne.

Celebrai l’importante ricorrenza in decadente stile, sorseggiando Martini cocktail allo zafferano e lasciandomi sedurre da un’affascinante coppia straniera, libera da pregiudizi di stampo catto-bigotto, non fottuta dal senso di colpa, che io, erotica eretica, amo storpiare in sesso di colpa. Furono loro a introdurmi al tanto mitizzato, e a buona ragione, sesso a tre, al fare l’amore con una donna, per e con un uomo, e dulcis in fundo, al carnale cinismo di Philip Roth.

I due svizzeri, entrambi accademici, più maturi e perversi di me, m’iniziarono all’arte della fellatio e del cunnilingus e all’opera dell’autore ebreo-newyorchese. Furono loro a regalarmi copia de Il Teatro di Sabbath. Non avevo mai letto nulla di Roth – Continuiamo così, facciamoci del male per citare il Nanni – e ricordo ancora l’aggettivo “ubertoso” usato dall’esimio traduttore Vincenzo Mantovani per descrivere nel libro i seni di Drenka Balich, la “gemella genitale” di Mickey Sabbath, il peccaminoso protagonista.

Non avevo idea di che cacchio significasse e, come per tutte le cose che non so –Sodinonsapere, Hello Socrates! – andai a informarmi. Insomma, GOFACTYOURSELF – Andatevene a informarvi – come riporta la combattiva spilla che comprai a Washington Square Park.

Spesso la fantasia è meglio della realtà, ma non nel mio caso. Al detto inglese ‘Shit Happens’, io oppongo ‘Sex Happens’. Senza mai doverlo forzare, solo lasciandolo espandere nei sensi e negli intenti, annusandolo tra gli aromi che mi circondano.

Fu così che accadde un altro curioso e malizioso incontro, sempre nelle valli di Bormio, che intitolerei ‘Sulla Strada’. Mai prima d’allora, infatti, nella mia disonorata esistenza, mi era capitato di ‘rimorchiare’ dalla macchina direttamente On The Road lungo lo spettacolare Passo dello Stelvio.

Mentre ascendevo verso il picco di 2276 metri, con la mia Smart, notai sul mio ‘retro’ un Road King guidato da rider solitario e apparentemente (sono miope) figo. La piccola, ma astuta, driver gli cedette il passo, lui superò e lei lumò. La lupa perde la vista ma non il vizio. Il rider, tudesc, non era niente male.

A quel punto, condussi la Smartina come fosse una macchina da corsa (più da rincorsa) su pista scoscesa e mi attaccai al culo del rider sorridendo e godendomi l’aria fresca e i Police (il gruppo per fortuna, non l’autorità) che invasero la valle con i loro beat.

Rincorrendoci per i tornanti – fu un vero miracolo se non crollai in un dirupo da quanto mi sporsi – mi fece cenno di fermarmi. Obbedii all’alt tedesco. Gli attaccai bottone. Asola. Giacchetta. Si presentò – e chi se lo ricorda il nome?! – facendomi proposta decente: ‘Bratwurst an der Spitze?’ Traduzione: salsiccione in vetta? YA! risposi rispolverando il mio maccheronico tedesco.

In cima allo Stelvio, condividemmo salsiccia e birra. E fu lì in cima che io gli rivolsi la mia proposta, chiaramente indecente: ‘Ficken wir?’. YA, suo. Riscesi, ridenti. Ogni anfratto, pozzanghera, vaschetta, stua, sauna del leggendario Grand Hotel fu disonoratamente marcata e marchiata dall’easy rider e dalla sua ancor più ‘easier’ passenger. Una 24 ore stupefacente. Di sesso, fatto bene.

Di chiacchiere, divertenti. E di partenza, la sua. Dopo aver saldato il conto. Lady Spa, donnaccia con più culo che anima, quindi si concesse altri due giorni solo per godersi i postumi sessuali. Vi lascio con una dovuta e voluta citazione dal film ​Grand Budapest Hotel dove Monsieur Gustave H., il direttore/seduttore dell’hotel (ruolo magistralmente interpretato da Ralph Fiennes) ricordando una sua amante agé da poco scomparsa, dice: “A proposito, a letto era esplosiva”.

Zero, il giovane lobby-boy suo discepolo di vita, gli risponde: “Aveva 84 anni!” Monsieur Gustave: “Ne ho avute di più anziane. Quando si è giovani, conta solo il filetto. Col trascorrere degli anni bisogna passare a tagli meno pregiati.”

L’erotismo non è esibizionismo. Bensì una coltivata e stagionata arte che si affina nel tempo. Il fast-fuck è come il fast-food: scopata spazzatura. Ingollatela voi. Io assaggio, spilucco e mi nutro di altre pietanze. 

Roberta Denti

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