Le undicimila verghe

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Ceci n’est pas une pipe, così come questo non è un libro erotico! Perché Le undicimila verghe di Guillaume Apollinare (edizione ES 1991) è un’opera assurda, esagerata, incomprensibile, che va letta in modo alogico, irrazionale senza porsi alcun obiettivo se non quello di lasciarsi trasportare dall’eccentrico. Signori e signore, questo è il Surrealismo. Romanzo libertino, dal contenuto sadomasochistico e grottesco, in edizione clandestina del 1907 della bottega del tipografo Montrouge (specializzato in questo genere), è una delle prime opere di un artista inserito nell’ambiente delle Avanguardie parigine. Amico di Giuseppe Ungaretti, Max Jacob e di Pablo Picasso, coraggiosamente esalta nei suoi scritti l’estro futurista e la malinconica metafisica di De Chirico.

Se ci ostiniamo a cercare un senso a Le undicimila verghe, occorre ripercorrere le tappe della vita di un giovane d’inizio Novecento, che sente forte l’urgenza di rompere gli schemi, di tradire l’etica dei padri e distruggere quel perbenismo borghese dietro al quale però si nascondono bene le fornicazioni di tube e cappellini. Così Guillaume sfida la morale, ripescando dalla tradizione libertina e attingendo a piene mani dall’opera di De Sade. Se De Sade però aveva inaugurato un pensiero filosofico, nato all’interno di una aristocrazia illuminata, il giovane autore, figlio di una nobildonna polacca e di un ufficiale svizzero, che non si degnò di riconoscerlo mai, in quelle pagine matte e scabrose dichiara tutto il suo disprezzo per una società frivola e superficiale, educata nel bigottismo, nell’esaltazione di un senso dell’onore che si risolve ancora in duello e nelle traballanti certezze di un Positivismo ormai agonizzante.

Con Le undicimila verghe si denuncia attraverso la lente del paradosso e dell’iperbole la vanità di un mondo inconsapevolmente esposto alla barbarie. Vittima dell’aggressività latente tra gli Stati, l’Europa dei primi anni del Novecento è condizionata da un progresso che, dopo la seconda rivoluzione industriale, non solo ha mutato radicalmente i rapporti sociali ma svela le ambiguità dei salotti borghesi e denuncia la mancanza di scrupoli del capitalismo selvaggio. All’interno di questo quadro storico che deflagrerà nella Prima guerra mondiale, nasce l’idea di un romanzo talmente forte nei contenuti da destare scandalo e reticenza nel pubblico. Ma, nonostante gli argomenti forti da digerire, l’opera si diffonde rapidamente e diventa un caso letterario.

La trama, priva di una organicità racconta le peripezie di Mony Vibescu, principe rumeno e hospodar, titolo che in Francia corrispondeva a sottoprefetto. Da Bucarest si trasferisce a Parigi e da Parigi attraverso uno strano viaggio sull’Orient Express arriva fino ai confini tra Russia e Giappone. Durante questo suo peregrinare si trova coinvolto in situazioni paradossali dove non manca nulla. Ogni genere di efferatezza viene compiuto e vengono sperimentate tutte le parafilie fino a quelle più estreme e immorali. Qui tutto è esasperato perché Vibescu e i suoi compari si lasciano trasportare solo dall’animalità, senza alcuna regola o visione etica.

I corpi sono carne inanimata da umiliare e gli esseri umani, incontrati lungo la strada, solo burattini da gettare nel fuoco della perversione. Non si può leggere Le undicimila verghe senza inorridire davanti a certe scene ma, se si affronta evitando pretese di giudizio o allusioni all’omosessualità di Apollinaire, allora ci si rende conto dell’intento dell’autore: non solo scandalizzare o sovvertire un ordine, ma denunciare attraverso il grottesco i mali della società del suo tempo.

Il titolo Le undicimila verghe, che richiama provocatorio alle leggendarie undicimila vergini compagne al martirio di Sant’Orsola, allude al finale violento a cui andrà incontro il protagonista. I personaggi in scena sono maschere carnevalesche, impegnate in orge e accoppiamenti talmente assurdi ed esasperati da smuovere più il riso che l’indignazione. Come sottolinea Luis Aragon Les onze mille verges è difficile da collocare in un genere: “non è un libro erotico, ed è questo il suo maggior difetto” in quanto nonostante la brutalità del sesso sfrenato e raccontato fin nei minimi dettagli, conserva un legame forte con la produzione poetica di Apollinaire. Non passano, infatti, inosservati i momenti lirici all’interno dell’opera che richiamano, inevitabilmente, alle raccolte poetiche Alcools e Calligrammes. Sempre secondo Aragon si tratta di un libro in cui tutta l’abilità dell’autore e la sua conoscenza di una certa volgarità conturbante vengono alla luce a spese della sincerità e della vita; appare pertanto come un’opera squisitamente fittizia, costruita proprio con l’intento di essere solo una sarabanda di esperienze estreme, in cui l’importante è sovvertire.

Insomma si potrebbe definire un’opera rabelaisana in cui la coppia Vibescu e il servitore Cornabeux richiama la trivialità di Gargantua e Pantagruel. Diversi sono i rimandi alla letteratura barocca e libertina ma anche agli amici protagonisti dell’ambiente artistico contemporaneo in un gioco di allusioni e analogie. Così l’uccello di Benin citato richiama Picasso o i tenutari del bordello alla moda di Port Arthur alludono a due poeti simbolisti. Diversi sono anche i richiami ad alcuni fatti storici che qui però vengono esasperati e intrecciati ai fili di un racconto dalle tinte fantastiche seppur fosche.

Ilaria Cerioli