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L’energia vera sta in quell’oggetto che chiamiamo libro. Intervista a Elisabetta Sgarbi

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Scrivendo di Elisabetta Sgarbi, che ci ha concesso in esclusiva questa intervista, viene alla mente il passaggio di una poesia di Andrew Marvell: “Così sebbene non si possa obbligare il nostro sole a fermarsi, possiamo tuttavia obbligarlo a correre”.

Elisabetta Sgarbi è l’artista imprenditrice più affascinante e vulcanica del panorama editoriale italiano: mai ferma e mai doma è a capo del gruppo “La Nave di Teseo” -con un catalogo che include da Umberto Eco ai Nobel ai maggiori scrittori italiani;    e’ideatrice e direttore artistico de “La Milanesiana”, il festival letterario più innovativo in Italia perché capace di far comprendere la commistione tra le arti. Comprendere che la letteratura non è solo un libro ma un respiro che può passare attraverso la nota di un concerto, il frame di un film, il particolare di un quadro.

Con lo pseudonimo Betty Wrong è regista di film che raccontano vite non marginali, non dimenticate ma necessarie a ricordarci che la cultura è entrare nel tempo senza vendersi ai poteri del tempo. Elisabetta Sgarbi ha portato il rock e lo swing nella nostra editoria ingessata e paludata. Dimostrando di essere anche una manager rigorosa, inventiva, mai lontana, rarissimo, dai lettori. Comprendere che essere editori è  essere in “presa diretta”.

Gian Paolo Serino

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Come fa a conciliare tutto questo, Le invidio l’energia…

Non lo concilio, non sono conciliante per carattere. Tanto meno con me stessa. Bisogna esserci, metterci la faccia, nel bene e nel male, quando si sbaglia e quando dicono che hai fatto bene. Difendere i libri che si pubblicano, promuoverli, diffonderli, dare loro la migliore veste possibile per affrontare il mondo. A volte difendere gli autori da loro stessi, e persino dall’editore che, nelle sue varie forme, sa essere nocivo, e non sempre d’aiuto. Insomma questo oggetto semplice che chiamiamo libro porta con sé innumerevoli attività. E’ una sorta di buco nero, un oggetto dalla densità incalcolabile, in cui si può entrare ma che nasconde tantissimo lavoro, innumerevoli significati. Esserne all’altezza è impossibile. Tu invidi a me l’energia, ma l’energia vera sta in quell’oggetto che chiamiamo libro.

 

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Lei è molto temuta nell’ambiente culturale non solo italiano. Non crede che sia perché fa soltanto quello che non fanno gli altri editori? Un testo giunto in libreria non è la fine di un percorso lavorativo, ma è l’inizio. E in tutto questo si comprende la Sua passione.

Temuta non credo, poi ci sono leggende. Mi sono difesa, questo sì, e continuo a farlo. Ma non è una difesa della mia persona, ma della casa editrice (ora la Nave di Teseo, allora la Bompiani), dei suoi autori e di chi ci lavora.

Quello che lei dice sulla vita del libro una volta pubblicato è vero. Questo in fondo è il lavoro dell’editore: preoccuparsi che ciò che ha scelto venga diffuso. Anche se è sempre più difficile praticarlo nella realtà editoriale di oggi, in particolare nei grandi gruppi editoriali, dove ogni funzione ha sempre maggiore specificità: prenda l’ufficio commerciale, o marketing, o l’ufficio stampa, tutte funzioni molto importanti una volta che il libro è stampato. Ognuna di queste funzioni sviluppa una rete di rapporti che tende a fargli perdere la visione di insieme. E a farla perdere anche all’editore. Magari ciascuna porta a termine benissimo il proprio compito, ma non guarda al lavoro dei colleghi e all’insieme della vita del libro. Si dimentica che l’editore è allo stesso tempo l’ufficio stampa, l’ufficio commerciale, l’ufficio marketing. Mi sforzo di non isolare mai queste competenze specifiche, fare sentire a ognuna di esse la presenza di tutto l’editore. Non si tratta di dire a uno di fare il dell’altro, ma di capire, informarsi, sul lavoro dell’altro. E’più faticoso, ma spesso si evitano errori.

Lei è editrice di vaglia, regista che oggi definiremmo “off-broadway”, produttrice musicale, curatrice e inventrice e direttrice di un festival “La Milanesiana” partito da Milano e oggi con eventi in tutta Italia.

Confermo. Sono anche farmacista. Fa parte del mio carattere non conciliante. Però guardi, tutte queste cose si parlano. Non sempre si conciliano ma si parlano.

Oltre ai tanti talenti che ha scoperto – prima in Bompiani e adesso nella “Nave”- ha sempre cercato di far comprendere come la letteratura non debba essere distinta ad esempio della musica.

Torniamo alla questione delle eccessive settorializzazioni, che peraltro dopo il Nobel a Bob Dylan dovremmo abbandonare. Ci sono poeti nella musica, assoluti, che non nomino per non cadere nell’ovvio. Ci sono versi di De Andre, Mogol, Leonard Cohen, Carole King che sono Letteratura. Woody Allen, Bogdanovich e Tarantino sono grandi scrittori.

Ma il difficile non è questo. Il difficile dell’editore è difendere un autore in cui crede quando i risultati commerciali non premiano. Farlo sentire unico, irripetibile e necessario, renderlo certo di se stesso, quando il mercato (questa realtà così indistinta) tace.

Questo non sempre riesce. Anzi riesce raramente. Ma io la penso così.

Le confesso una scoperta recente, di una autrice svizzera, nata a Basilea, morta suicida nel 1996. Si chiama ADELHEID DUVANEL, di cui pubblicheremo tutte le prose brevi. Una scrittrice straordinaria, raramente mi sono sentita così ferita dalla scrittura di un autore. Avrei dovuto conoscerla, e invece non l’avevo mai letta. Ora ho potuto farlo nella splendida traduzione di Nicoletta Giacon. Sono operazioni complesse, come tradurre tutti i racconti di Gerald Murnane. Ci sono straordinari scrittori poco noti, ma questo non è un sempre un male, semmai è una sfida, e, anzi, da’ speranza.

Come fa a conciliare la razionalità con la creatività ad esempio dei suoi corti e film senza cadere “nella caduta della parola?”.

Se mi vede così, ne sono contenta. A maggio uscirà il mio film tratto da “L’isola degli idealisti” il primo romanzo di Scerbanenco che ha pubblicato “La nave di Teseo” nel 2018. Peraltro inedito. Una operazione di cui sono molto orgogliosa, perché, a differenza di quanto ho detto, mi fa pensare che una conciliazione e’ possibile: pubblicare e ritrovare un libro inedito, poi scrivere, e fare la regia di un film con un produttore importante, con attori straordinari, e che verrà distribuito da Fandango. Un viaggio lungo, iniziato nel 2018.

Lei firma le Sue opere cinematografiche con lo pseudonimo “Betty Wrong”, che e’ una canzone poco conosciuta di Bowie.

Il nome lo inventò Morgan, una sera, citando proprio la canzone di Bowie.

E’la canzone di un assoluto, di passioni senza finestre, come amo dire. Il ritornello dice, all’incirca: “Andrò avanti con te….Fino a quando le stelle

non mi faranno più piangere

Allora la vita sarà compiuta

E nulla avrà più importanza

Assolutamente”

Poi Betty Wrong sembra la traduzione del mio nome e cognome (Elisabetta / Betty, come mi chiamavano da piccola, Sgarbi / Wrong). Ora però BW ha vita autonoma. Non sono più io come persona. Ma è più di me.

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