È uscito per Les Flaneur edizioni un libro interessante, un romanzo che potremmo anche immaginare come una favola o un mito. Si parla di fine del mondo, di un Titano, del tempo e degli uomini.
Dopo averlo letto ho immaginato tutte le domande che avrei voluto fare a Nicola Argenti se lo avessi avuto davanti e così gli ho scritto, gli ho proposto di fare un’intervista e lui ha detto di sì.
Pierangelo Consoli
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L’esercizio involontario del sogno è un libro molto particolare, a mio avviso, come nasce l’idea?
Ci ho pensato a lungo e, alla fine, ho deciso di non dargli una definizione precisa. È un tentativo di districarmi tra le trame della letteratura – cercando anche di divertirmi – giocando con il linguaggio, le figure retoriche e i simbolismi.
Il romanzo nasce dall’esigenza di confrontarmi con la narrativa del Viaggio, ispirato da anni di letture. Il Viaggio, come vicenda, è alla base di quasi tutte le storie, è la struttura originaria: rappresenta la crescita o la deriva, rinascita o decadenza, anàbasi e catàbasi. Tutto è viaggio: cambiare rotta, cambiare direzione, fino all’approdo. Vale per l’esperienza come per l’essere umano: si viaggia arricchendosi o liberandosi di ciò che si è.
E ogni storia è, nel bene o nel male, un viaggio. Ho voluto descriverne uno anche io.
Chi è il tuo Iperione?
È il titano meno conosciuto della mitologia, e questo è il suo incredibile fascino, quello dei dimenticati, dei nascosti. Come è possibile che il Titano dell’Osservanza, colui che vedeva e comprendeva tutto, sia stato relegato a poche citazioni, spesso oscure e frammentarie? Ecco, Iperione è questo: ciò che, ingiustamente, passa inosservato. In qualche modo ho pensato che il patrimonio comune avesse perso un pezzo. Iperione è l’identità che va perdendosi; è la memoria che va disgregandosi; è lo smarrimento irrisolvibile di uomini e donne, alla costante ricerca di una realtà capace di confortarli. Iperione è lo specchio della contemporaneità.
In alcuni casi, relativamente alla tua opera, si è parlato di Poetica della miopia è corretto? È una definizione in cui ti ritrovi e in cosa consiste esattamente?
Sì, confesso che è una definizione in cui mi sono sempre riconosciuto. 
La mia scrittura si muove quasi sempre ai margini, nel recondito. Nei racconti parlo del lato oscuro, degli aspetti nascosti, di tutto ciò che a prima vista risulta lontano o sfuggevole. Da qui nasce l’idea di una poetica della miopia: uno sguardo che si avvicina, che indugia, che scende in profondità per cogliere ciò che, visto da lontano, resta invisibile.
Provo un’attrazione irresistibile per ciò che è “sconosciuto”: il tentativo di scoprire cosa si cela dietro la maschera del quotidiano, scovare vizi, virtù, desideri, compulsioni, ossessioni. In questo senso, scrivere significa per me mettere a fuoco, scrutare da vicino, svelare.
Facciamo un gioco: muori e scopri che Dio esiste, sei più sorpreso o più arrabbiato?
Nessuna delle due. Avrei moltissime domande, piuttosto, ma anche altrettanti dubbi. E anche ammesso di ottenere delle risposte, non so quanto riuscirei a concedere loro credito. Probabilmente resterei quello che sono ora: confuso.
Del resto, mi pare che un noto arcangelo abbia già provato, in passato, a fare domande. E, insomma, non è finita benissimo. Non so quanto varrebbe davvero la pena…
Se il mondo è una creazione, e il romanzo lo è, che genere di romanzo sarebbe questo mondo?
Domanda interessante e difficilissima.
Se il mondo fosse un romanzo, lo immaginerei un enorme feuilleton, un romanzo d’appendice: popolare, tragicomico, farsesco, pieno di colpi di scena. Ce ne sono tanti, ogni giorno, mi pare, e servirebbero (e servono) ad appassionare e mantenere alta la curiosità.
Aggiungo: dato che la realtà spesso supera di gran lunga la fantasia, alcuni “capitoli” li assocerei ai penny dreadful: dozzinali, goffamente spaventosi, eppure sorprendentemente efficaci.
Se esistesse un Demiurgo Scrittore, lo vedrei come un mix tra Stephen King, Takeshi Kitano ed Emilio Salgari.
Eppure, a dispetto di questa definizione, il Grande Romanzo non sarebbe un semplice supplemento culturale di qualche giornale, bensì la Storia Originaria: la scaturigine di ogni narrazione. Bizzarro, se ci pensi.
Grazie.
Grazie a te.