Madri si configura come un attraversamento coraggioso e non conciliatorio del concetto di maternità, intesa non come ruolo sociale idealizzato ma come esperienza umana totale, ambivalente, spesso lacerante.
Nell’introduzione, Letizia Zito definisce la maternità come esperienza “terribile e magnifica”, ossimoro che racchiude l’intera poetica dell’opera. La maternità è qui descritta come evento liminale, capace di riscrivere l’identità della donna, spesso attraverso la perdita di sé.
La scelta di aprire la raccolta con la poesia Madri non è casuale: la poesia permette di condensare l’ambivalenza, di tenere insieme opposti inconciliabili senza risolverli. È una dichiarazione di poetica.
Madri: la poesia-manifesto
MADRI
Madri di miele e melassa
le trovi sempre accanto
sono dolce controcanto.
Madri severe
parole amare come fiele
seppelliscono la tua autostima
ti ritrovi chiuso in una stiva.
Madri sagge, sapienti
ironiche e divertenti
ti fanno vivere con leggerezza
Il loro sguardo continua carezza.
Madri pazze e assassine
creature non equilibrate,
la maternità le ha smembrate.
Madri coraggiose, combattenti
che lottano con le unghie e con i denti.
Essere madri non è un ruolo
è un mistero
è un angelo che plana al suolo
È vita, è morte, è tutte le cose del mondo,
racchiuse nel gesto di mettere al mondo
La poesia Madri funziona come testo programmatico. La struttura è paratattica, quasi enumerativa, e richiama una litania: ogni “madre” è una possibilità, una declinazione dell’umano.
Il linguaggio alterna dolcezza e brutalità:
“Madri di miele e melassa”
“Madri pazze e assassine”
Questa alternanza impedisce qualsiasi idealizzazione. La maternità non salva, non redime automaticamente. Colpisce la chiusura del testo, in cui l’essere madre viene definito non come ruolo ma come mistero, racchiuso nel gesto primordiale del “mettere al mondo”, che contiene insieme vita e morte. Qui la maternità assume una dimensione quasi tragica, arcaica.
Emozioni e colori: maternità come traduzione del mondo
EMOZIONI E COLORI
«Mamma di che colore è il mare?»
«Blu, tesoro mio»
«Deve essere bello il blu»
«Sì è bello, cucciolo mio»
Vedere tuo figlio perso nei suoi pensieri, immaginare colori che
non ha visto mai e che mai vedrà ti mette addosso un irrefrenabile voglia di protezione, anche di rabbia.
Come descrivere i colori a un bambino cieco dalla nascita?
Ma le mamme hanno qualcosa di magico, che va oltre l’umana percezione.
«Ascolta amore, hai presente quando ci abbracciamo e mi dici
che provi una cosa proprio al petto?»
«Sì certo»
«Ecco quello è il colore blu»
«Bello mamma»
«Sì, bello amore»
«E il verde com’è?»
«La sensazione che provi quando stai per mangiare qualcosa di
buono, quello è il verde.»
«E quando la tua sorellina ti tira i capelli e ti fa arrabbiare, beh
quello è il rosso.»
Questo racconto introduce una delle declinazioni più luminose della maternità: la madre come mediatrice di senso. Di fronte alla cecità del figlio, la madre inventa un linguaggio emotivo per tradurre l’esperienza sensoriale.
I colori diventano emozioni, sensazioni corporee, affetti. Il blu non è un dato visivo, ma un abbraccio. La maternità qui si manifesta come atto creativo, capace di superare i limiti biologici attraverso l’empatia.
Il finale (“Ho bisogno di un po’ di blu adesso”) suggella una maternità fatta di ascolto e presenza, senza retorica.
Animale ferito: la maternità ferita dal trauma
ANIMALE FERITO
Mi svegliai per quello che mi sembrò un urlo disumano, mio
marito accanto a me dormiva beato, scattai dal letto per controllare mia figlia, anche lei dormiva.
Forse era stato solo un sogno, un incubo più precisamente, vista
l’agitazione che mi pervadeva.
Adesso tutto intorno era silenzio.
Mi succedeva spesso di avere incubi, le mie notti erano sempre molto agitate, andai di nuovo a guardare mia figlia, vederla
dormire così serenamente mi diede un istante di pace.
Poi un flashback nella mia mente, mi rivedo io, bambina nel
lettino della mia cameretta, mio padre su di me, mia madre che
lancia un urlo di dolore che assomigliava a quello di un animale ferito, poi uno sparo, poi nulla.
Mi rimetto a letto, abbraccio mio marito e ringrazio Dio per il
padre meraviglioso che è.
Lui non sa.
Certe cose, certe brutte cose, le tengo solo per me, la notte mi
posseggono e quell’urlo echeggerà per sempre nella mia mente
Con Animale ferito il tono cambia radicalmente. Il racconto introduce il tema del trauma intergenerazionale e della maternità segnata dalla violenza subita. L’urlo animale della madre del passato diventa eco permanente nella psiche della protagonista.
Qui la maternità è attraversata dalla paura: proteggere la figlia significa anche fare i conti con ciò che non si è mai potuto elaborare. Il silenzio (“Lui non sa”) diventa una strategia di sopravvivenza, ma anche una prigione. La maternità non guarisce il trauma: lo riattiva.
Anna: la distruzione del mito materno
ANNA
Avevo solo bisogno di silenzio, voi non potete capire, provate
a non dormire mai e a sentire sempre il pianto di una creatura
che sembra non appartenerci.
Provate per giorni, settimane, mesi.
È un inferno in terra che ti consuma, ti logora, ti toglie l’identità.
Ho perso il sorriso, la voglia di vivere, sembro un cadavere.
Camminare per strada senza gli sguardi degli uomini su di
me, devo essere proprio inguardabile, un fantasma che porta a
spasso un corpo troppo dimagrito e una depressione bastarda.
Nessuno che capisca e voglia aiutarmi, non sono fatta di ferro,
la sopportazione penso che abbia un limite.
Non sono più la Anna spensierata e allegra di un tempo, oggi
ho incontrato una vecchia amica, mi ha guardato e ho letto nei
suoi occhi “ma come si è ridotta?”
Tutti che giudicano, nessuno che mi capisce.
Maledette tutte quelle che fanno pensare che la maternità sia
una magia. Vi odio.
Voglio solo silenzio.
Ma ora il silenzio non c’è più; tu sei arrivato, stai urlando, stai
piangendo e mi chiedi:
«Anna cosa hai fatto?»
«Io non sono più Anna, non so chi sono
Il corpicino del suo bambino giaceva privo di vita nella culla, soffocato da un cuscino, da una persona che non era più la sua mamma
Anna rappresenta il nucleo più disturbante delle prime poesie. Il monologo interiore restituisce con crudezza la depressione post-partum, l’alienazione, la perdita dell’identità. Il linguaggio è frammentato, ossessivo, privo di filtri: il lettore è costretto a condividere il caos mentale della protagonista.
Il gesto finale – l’uccisione del neonato – non viene spettacolarizzato né giustificato, ma contestualizzato. Zito non cerca empatia facile, ma comprensione profonda: Anna non è un mostro, è una donna lasciata sola, schiacciata da aspettative irreali.
Qui l’autrice compie un atto letterario e politico insieme: mostra ciò che solitamente viene rimosso.
In cima al tuo mondo: maternità come resistenza
IN CIMA AL TUO MONDO
È stato come salire i gradini di un grattacielo con te, senza
ascensore, ogni gradino un piccolo passo verso il tuo mondo.
Già il tuo mondo, pensavo di averti fatto nascere nel mio di
mondo, invece tu ti sei portato appresso il tuo, per me ostile e
incomprensibile.
Ma mamma è sinonimo di guerriera e nonostante all’inizio mi
stessi quasi arrendendo, tu un giorno mi guardasti con aria di
sfida, quegli occhietti scuri e tondi per un attimo entrarono nel
mio mondo, mi diedero speranza e lì iniziai la mia salita verso
la cima del meraviglioso e difficile grattacielo che sei tu.
Ami i puzzle ed io ad ogni compleanno te ne regalo uno che
rappresenta un grattacielo.
Hai la cameretta tappezzata di tutti questi altissimi edifici con la
punta che svettano liberi da ogni tipo di mondo e dimensione.
Abbiamo deciso che un giorno saliremo insieme in uno di quei grattacieli.
Non mi permetti di abbracciarti, il tuo mondo non prevede gli
abbracci, ma quando costruiamo il puzzle insieme, sento che a
modo tuo mi ami.
È stato difficile, non sono ancora arrivata in cima, ma ho salito
tanti gradini.
Il papà si è arreso, si è distrutto in questi anni, ha odiato il tuo
mondo e non è riuscito a trovare una piccola connessione con te.
Tu neanche te ne accorgi della sua assenza
Tra pochi giorni sarà il tuo compleanno, ho staccato i biglietti
per l’America, niente puzzle per questo anno.
Saliremo in cima amore mio.
Insieme
“In cima al tuo mondo” restituisce una maternità fatta di resilienza quotidiana. Il figlio, probabilmente nello spettro autistico, vive in un mondo altro, difficile da raggiungere. La madre intraprende una salita faticosa, gradino dopo gradino.
La metafora del grattacielo è potente: verticale, faticosa, solitaria. In contrasto, la figura paterna cede, si ritira. La madre resta. Non per eroismo retorico, ma per scelta, per amore imperfetto e ostinato.
Il viaggio finale in America suggella una maternità che non pretende di capire tutto, ma di esserci, fino in cima.
Madri costruisce un mosaico emotivo e narrativo in cui la maternità emerge come esperienza plurale, contraddittoria, profondamente umana. Letizia Zito scrive con uno stile diretto, privo di compiacimento, capace di alternare lirismo e crudezza.
L’opera costringe il lettore a rinunciare a ogni forma di giudizio facile, e in questo risiede la sua forza maggiore: Madri non consola il lettore, ma lo illumina. E spesso, illuminare fa male.
Francesca Mezzadri
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Titolo: Madri
Autore: Letizia Zito
Editore: Edity
Numero pagine: 91
Prezzo: € 10,00