Si fa fatica a venire al mondo: non meno mettere al mondo. Ma la cosa che ci resta più difficile è starci dentro in questo mondo.
Non lo sapevo; ho vissuto da integra col mio baricentro, con la determinazione che mi veniva da questo strano incontro di natura e cultura che io sono, che molti siamo, ma tu soprattutto tu sei
Se tutti veniamo al mondo, tu insegni che si deve e si può venire alla luce. Non tutti, davvero pochi, lo sanno fare e insegnare.
Il nostro incontro è stato il tuo libro Di spalle a questo mondo. Per questo libro ti ho amata e non smetterò di farlo. Non sei solo altissima letteratura che svetta in uno sbiadito panorama della semplificazione del commerciale, tu non segui l’onda poetica che promette rinascite con prescrizione di ricette facile. Tu sei la profondità che si fa libro che credo abbia partorito con estremo dolore. È fatica il nascimento, come ci insegna il nostro Leopardi, che c’entra molto col tuo libro. Tu i libri non li scrivi, li partorisci da dentro; sono tuoi nel senso che metti in gioco tutte le energie e le parti, tante, che ti compongono, e le disponi in battaglia con la forza del comandante che tiene insieme le fila. Lo fai con la potenza di una scrittura che strabilia in questo incontro tra l’alto lignaggio della lingua ricercata e perfetta, nel senso del compimento, e il dialetto che non abbassa il codice, ma lo attraversa con la sua umanità. A volte perdiamo il baricentro, e non possiamo negare che questo sia dolore profondo, per lo piùv d incompreso. Comincia la nostra zoppia, la mia così è cominciata. Non è stata la causa un grave investimento, la mia zoppia è quella di Olga, non a caso russa, perché tu hai la profondità dei grandi russi dell’800 e la tenuta di questi, la coesione tesa tra trama e personaggi. Lo sforzo della concentrazione del tuo libro rivela serietà e l’impegno della tua persona di fronte al patto narrativo con noi lettori, che sono sempre pochi per te, ma dal Campiello e dai tanti riconoscimenti arrisi cresceranno. Dicevo della zoppia di Olga, questa l’occasione di incontro con Ferdinando Palasciano, medico come missione, a suo modo zoppo: col terrore della morte.
Due persone che rivelano nelle loro fragilità che un’altra vita è possibile se a sostegno e baricentro mettiamo l’amore. L’amore li fa incontrare e unire in questa loro posizione scomoda e decentrata, Di spalle a questo mondo, ma intanto in alto, sulla torre. Loro sono di spalle, perché il mondo le ha loro girate. La tanatofobia di lui non può che incontrare la zoppia di lei, non come una maledizione, ma un destino. Le loro fragilità sono incurabili, eppure la cura è l’unica soluzione, dalle tue parole scelte con cura al loro curarsi con amore. La zoppia di Olga ritorna, attiene alla sua psiche, ed come quella di Labdaco, il nonno di Edipo, è la manifestazione fisica di un dramma esistenziale. Credo, Wanda, che tu sappia come me che la zoppia dell’anima è più invalidante di quella fisica. Anche la mia zoppia non risale all’incidente, era scritta nel mio destino, sprofondata nei meandri della mia psiche. Dal tuo libro esce un grido di dolore e di nobile sopportazione, la tua cultura viene da lontano, dai nostri amati Greci. Noi lo sappiamo che volere non è potere, che l’uomo è gestito da energie che stanno lì, nella nostra mente, da sempre e che non aspettano altro che venire alla luce. Nei tempi del fluido pensiero debole tu mi parli di responsabilità che è cura di se stesso e dell’altro. La tanatofobia di Ferdinando lo trascina nell’ossessione della cura degli altri. Lo sento chiuso in un destino, come me, forse come te, come tanti. La sua follia non gli toglie l’amore anche se gli offusca la mente. In questo incontro tra follia e Amore sta la potenza del tuo libro, che pone al centro i decentrati, i diversi, gli emarginati. Li hai messi in alto, su una torre, perché possano essere il nostro faro, pur nell’isolamento. La dolente umanità che trasuda è quella degli spezzati. Voi non credete che quando ci spezziamo è per sempre? Questa domanda mi è arrivata come una staffilata in pieno petto. Mi hai interrogata sul dolore che provo, che forse è di tanti. Ci illudiamo di sanare le ferite, di ricomporre le parti, ma non credo nella tecnica giapponese dei vasi risanati. Mentre gli altri stanno nell’ombelico del mondo e dentro il mondo a gestire le nostre sorti e i
meccanismi del potere, sprofondati nelle dinamiche di sempre che non sono solo Amore, ma tutt’altro, c’è chi resiste ai margini ma anche sulle torri, più spezzati, forse, ma in eroica postura un po’ greca e molto leopardiana. Il tuo libro non è solo altissima letteratura, la più alta per me attualmente, ma una lezione di vita, senza aggettivi, che unisce dolore contenuto, dignità eroica della sopportazione, Amore come cura. Era destino che noi ci incontrassimo, io di spalle e tu al centro con questo Premio Campiello che finalmente riconosce valore alla tua creatura venuta fuori dalle tue profonde viscere a portare un po’ di luce in questo Occidente al tramonto. L’Occidente non morirà se la poesia resisterà: questo il testamento di uno spezzato, Giacomo Leopardi.
Resistiamo!
Ti abbraccio nel destino!
Giovanna Albi