Lettera d’amore a Giacomo Leopardi, è l’ultimo libro di Antonio Moresco edito dall’editore Solferino nella collana Affreschi ed è una vera e propria fantastica caduta verso il cielo, di una spiazzante semplicità, quasi bambinesca, con la comprensione estrema del limite e anche del suo subito superamento: «questo libro è nato in un momento difficile della mia vita, tra un intervento cardiaco e l’altro, mentre ero al cospetto della “nostra sorella corporale». Nonostante il libro nasca da una difficoltà, da un momento di sofferenza e fragilità, Antonio Moresco non scrive il confessionale della sua patologia, pratica tanto in voga nel mercato editoriale italiano: «io rimango sempre stupito quando altri scrittori e scrittrici dicono di provare piacere mentre scrivono.» La Lettera, la lunga lettera che diventa altro da sé, è una potenziale «voce che canta, che continua a dispetto di tutto a cantare, a cantare, in piena notte, nel buio.» Per questo, l’autore da «ATEO, CRISTICO e LEOPARDIANO» riesce a condurci ancora nell’immagine di una letteratura controperiodale, anticonformista, senza fare della diversità un’ulteriore ciarla modaiola e così, voce nel deserto della cosa scritta mercantile: «la letteratura deve ferire e curare, far sanguinare e cauterizzare.» Scrittura profondamente desiderante che «va a toccare zone telluriche della vita, più profonde e irradianti.» Antonio Moresco racconta anche la propria risoggettivazione, il recupero del corpo, l’uscita dalla sofferenza corporale grazie alla letteratura, a Leopardi, immaginando che il Poeta sia lì accanto a lui, due rondini in volo: «perché se non si apre una breccia partendo dalla letteratura e dall’immaginazione non si aprirà da nessun’altra parte.» Antonio Moresco resta singolarità danzante, eccesso, questa volta, di semplicità viscerale in un tempospazio devastato e vile in cui «Molti degli uomini che avevano la responsabilità e il privilegio di scrivere e di editare libri si sono via via arresi a questa generale idea ancillare della letteratura come gioco […] ponendo come unico criterio di valore il ritorno economico, i numeri, la quantità.» In questo sonno della creatività che nemmeno mostri genera e nemmeno il nulla, in questo sonno Moresco canta il sogno, il disegno di un desiderio e dà propulsione, ancora, alla necessità di scrivere, al desiderio che non cessa di non scriversi…
Gianluca Garrapa
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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?
Questo libro è nato in un momento difficile della mia vita, tra un intervento cardiaco e l’altro, mentre ero al cospetto della “nostra sorella corporale”, per dirla con Francesco, e mi
trovavo in una condizione di sincerità assoluta. Leopardi, tra tutti gli scrittori e poeti, è stato il primo a bussare alla porta della mia fortezza, a dirmi che c’era anche per me, persino per me, un posto dove stare nel mondo, una patria, è stato il mio primo amore, e quindi una lettera d’amore non potevo che scriverla a lui.
Quando scrivi, godi?
No, non mi pare. Però, sai, il piacere e il dolore a volte sono intrecciati, a volte un piacere molto grande noi lo percepiamo solo mischiato al dolore, a volte le due cose sono indistinguibili, come anche nel piacere e nel godimento fisico. Io rimango sempre stupito quando altri scrittori e scrittrici dicono di provare piacere mentre scrivono. A me non succede. Però, forse, il piacere lo provo in un modo diverso anch’io, mischiato al dolore, per cui non riesco a percepirlo come solo piacere.
Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?
Scrivere certe parti mi è stato più difficile che scriverne altre, come per esempio quella dove dico che sono ATEO, CRISTICO e LEOPARDIANO, e cerco di spiegare così questa apparente contraddizione: “… direi che sono ateo, ateissimo, ma che sono anche un uomo di fede, sono strutturato come un uomo di fede, anche se non saprei dire in cosa è riposta questa fede. Direi che sono cristico, non cristiano, cristico. Direi che sono leopardiano, e quello senza altre precisazioni.”
Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?
Se questo libro non fosse scrittura, sarebbe una voce che canta, che continua a dispetto di tutto a cantare, a cantare, in piena notte, nel buio.
Che rapporto hai con la censura?
Aborro la censura, anche quando viene attuata a presunto fin di bene. Aborro la censura con l’intento di emendare i libri del male che hanno dentro e che c’è dentro la pancia del mondo. Mi piace il conflitto di idee, magari anche aspro, non la censura. A forza di voler imporre un’idea edificante della letteratura, la letteratura è diventata più debole, più gracile. La letteratura deve ferire e curare, far sanguinare e cauterizzare, la letteratura non è l’ancella del bene, come non è l’ancella del male. La letteratura fatta diventare una sovrapposizione moralistica e astratta non può più fare argine a niente, e quindi il male, non fronteggiato, dilaga, come sta dilagando adesso nel mondo.
Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?
Nessuno dei due. Non è un mestiere, perché altrimenti scriverei diversamente, vivrei diversamente, morirei diversamente. Non è un modo per contestare lo staus quo, perché per me la letteratura non si esaurisce nella denuncia politica e secolare del mondo ma tiene insieme realtà e immaginazione, veglia e sogno, tiene insieme e nello stesso tempo oltrepassa gli opposti, va a toccare zone telluriche della vita, più profonde e irradianti.
Bonus track
Leggendo la Lettera ho percepito una trasformazione, una metamorfosi dello stile, rispetto alle tue ultime opere, proprio come la rondine-Moresco e la rondine-Leopardi del libro: come se il corpo dello scrittore cercasse leggerezza, volesse volare: cosa è, oggi, la metamorfosi per uno scrittore?
In questo libro, a un certo punto, avviene una metamorfosi. Leopardi e io ci trasformiamo in due uccelli, in due rondini, e questo non in poche pagine finali ma molto prima, tanto che per metà libro voliamo sul mondo come due rondini. Sì, forse avevo bisogno anch’io di far diventare il libro e me stesso un’altra cosa, perché oggi, se non andiamo verso una metamorfosi, siamo fottuti, come umani e come scrittori, perché anche come scrittori abbiamo bisogno di spiccare il volo e di volare alto, in un simile mondo preda della pulsione di morte e sprofondato nel buio, perché se la letteratura non fa questo, nessun’altra aggregazione e istituzione umana lo può fare, perché è tutto bloccato, perché se non si apre una breccia partendo dalla letteratura e dall’immaginazione non si aprirà da nessun’altra parte.
“E poi ci sono i posseduti, gli invasati, i fuori posto, gli illusi, il bambino dei vestiti dell’imperatore, la bambina dei fiammiferi… che non si rassegnano, non si arrendono e che
non possono che vivere un doloroso, atroce scarto col mondo, anche quello della cultura e del pensiero… (p. 106)”: quando è successo e perché, secondo te, la resa, la rassegnazione, l’abbondono del desiderio e lo strapotere dell’oggetto letterario mercantile?
È una lotta in corso da tempo, da sempre, però è anche vero che la dimensione economica e mercantile che ha ghermito il mondo sta fagocitando sempre più ogni cosa, anche la letteratura, anche gran parte delle strutture che lavorano nel campo della cultura e dell’editoria. È una dittatura terribile e per di più pervasiva e introiettata, che taglia l’erba sotto i piedi a ogni possibile sfondamento dei possibili, che è sempre stato il terreno della letteratura, della poesia e del pensiero. Forse, se vogliamo indicare un periodo, direi che nella seconda metà del Novecento questa deriva è diventata via via sempre più evidente, si è nutrita di teorie e comportamenti che eludevano la dimensione tragica e aperta non solo della letteratura e del pensiero ma anche della vita, anche se era sotto gli occhi di tutti. Molti degli uomini che avevano la responsabilità e il privilegio di scrivere e di editare libri si sono via via arresi a questa generale idea ancillare della letteratura come gioco, come passatempo autoreferenziale, come redditizio intrattenimento in attesa della nostra morte, ponendo come unico criterio di valore il ritorno economico, i numeri, la quantità. Hanno cominciato a fare il controllo del territorio per conto degli altri.