Io sono Marta
Lo ricordo come se fosse ieri, anche se ieri, per me, è una parola che ha smesso di avere significato da tempo. Era il 1925. Ero appena arrivata a Roma, accompagnata da mia madre. Avevo in valigia un nome ancora acerbo, qualche speranza cucita nell’orlo della gonna, e un biglietto per una tournée. Non sapevo che quel giorno avrei incontrato l’uomo che avrebbe scritto le pagine più profonde della mia vita — non solo nei copioni, ma nell’anima.
Sul palcoscenico semibuio c’era un uomo con i capelli d’argento, il pizzetto bianco, curvo — eppure, quando si alzò per venirmi incontro, sembrava giovane come un ragazzo. Era lui. Luigi Pirandello.
«Benvenuta, signorina. Siamo contenti che sia arrivata.»
Quella frase, semplice, divenne la soglia di un mondo. Mi prese la mano e me la strinse come se avesse ritrovato qualcosa di perduto. Io non lo sapevo ancora, ma quell’uomo mi stava aspettando da sempre. E io — anche se non me ne rendevo conto — lo stavo cercando.
All’inizio, ci adoravamo come ci si adora tra pari: ognuno vedeva nell’altro la parte di sé che mancava. Lui, il genio della parola e del tormento; io, la voce che poteva incarnarne i fantasmi. Era la mia arte a colpirlo, ma non solo. Lui mi scriveva:
«Io ho potuto farlo soltanto perché c’eri Tu… la creatrice sei Tu, tutto è Tuo e soltanto Tuo.»
Erano lettere come piogge d’estate: improvvise, calde, necessarie. Mi chiedeva pareri sui suoi atti, mi scriveva che senza il mio sguardo la sua penna si arrestava, che un mio silenzio bastava a ingorgargli la vena creativa. E io? Io aspettavo le sue parole come si attende una carezza. Volevo sapere, capire, esserci. Per lui. Per me. Per il teatro.
Lui diceva che mi scriveva sempre per me. Anche quando io non recitavo i suoi testi, erano miei lo stesso. E forse lo erano davvero, perché tutto ciò che scriveva nasceva da quel filo invisibile che ci legava. Un filo che non era fatto d’amore romantico, né di passione carnale. Era qualcosa di più. Di meno. Di diverso. Di unico.
Io gli scrivevo delle mie ansie, dei miei contratti, dei miei colleghi che non capivano. Lui rispondeva con fermezza e affetto. Era la mia guida. Il mio Maestro. E sì, forse anche qualcosa di più.
Mi diceva che se ancora viveva e scriveva, era per me. E io, nel mio piccolo, volevo meritare quella fiducia.
«Dobbiamo continuare,» gli scrissi una volta, «diventare forti nel corpo e nell’anima e… continuare!»
Era una battaglia. Ma anche una missione. La nostra.
Quando arrivò Come tu mi vuoi, sapevo che era per me. Ogni parola grondava verità. Il primo atto — “tempestoso” — lo sentii come una tempesta dentro di me. Lui voleva che quella donna, quella protagonista, diventasse veramente l’altra. Non una finzione. Una verità. Come me, forse. Come noi.
Nel 1936, volai in America. Tovarich fu il mio debutto. Il pubblico applaudiva, io sorridevo. Ma in cuor mio, attendevo solo una lettera. La sua. E arrivò. Scritta col cuore in fiamme, piena di lacrime invisibili:
«Hai fatto un miracolo,» mi disse, «Ti ho baciata non so più quante volte.» 
Meno di due mesi dopo, Luigi moriva.
E con lui, qualcosa in me si spense. Ma qualcos’altro continuò a vivere.
Continuai. Per lui. Per me. Per quel noi che non fu mai pronunciato, eppure scrisse tutto.
Perché io ero Marta.
E lui fu il mio Pirandello.
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La Musa e il Maestro
A volte mi chiedo se si possa amare qualcuno con tutta l’anima… senza mai sfiorarlo.
Con Luigi fu così. Una tensione continua, come una corda di violino tesa tra due dita: mai spezzata, mai allentata. Ci bastava quello. O almeno — così credevamo.
Erano gli anni della nostra fioritura. Luigi era come un fiume in piena, e io ne seguivo le correnti, ora quiete, ora travolgenti. Scriveva senza sosta, ma solo quando sentiva la mia voce, la mia presenza, anche da lontano. Bastava una mia lettera, anche solo due righe. Una parola mia e un suo personaggio prendeva vita.
Ricordo quando mi scrisse, preoccupato:
«Da tre giorni m’è ingorgato tutto. Non riesco ad andare avanti. E non ho notizie tue.»
Una commedia si era fermata perché io ero silenziosa.
E io? Mi sentivo in colpa, ma anche viva. Era terribile e meraviglioso allo stesso tempo sapere che il mio silenzio aveva il potere di spegnere il suo estro. E la mia voce, quella sì, quella poteva riaccenderlo.
Quella volta, gli scrissi una lettera un po’ folle, allegra, piena del mio “estro indiavolato”, come diceva lui. Mi rispose con gratitudine:
«Mi sono rimesso al III atto de L’amica delle mogli. Domani sarà finita. È una cosa bella. Credo che lo sentirai. È una Marta tutta mia.»
Diceva spesso così: “una Marta tutta mia.”
E io, dentro, arrossivo. Perché sì, sapevo di essere sua — almeno in quel senso che solo l’anima conosce.
A volte, quando finivo di recitare e il sipario si chiudeva, mi voltavo a cercarlo tra le poltrone. Non c’era sempre, ma io lo sentivo comunque. Era nella mia voce quando cambiava intonazione, nel mio corpo quando sceglieva un gesto invece di un altro. Era il suo sguardo a guidarmi, anche se non c’era.
E poi arrivavano altre lettere. Altre richieste.
Mi mandava bozze, domandava giudizi, mi svelava i conflitti interiori dei suoi personaggi come se fossero nostri figli. Un giorno mi scrisse da Berlino:
«Il primo atto sarà tempestoso. Questa donna deve diventare sinceramente un’altra… Tu mi segui? Lascia fare a me, ci sono già dentro. Ma vorrei averti vicina.»
E poi, la frase che ancora oggi mi attraversa come una lama sottile:
«Mi faccio forza solo pensando che devo lavorare per finirti questa commedia. È il mio supremo. Se non farà piangere… vuol dire che tutti i cuori sono diventati di pietra.»
Era Come tu mi vuoi.
Ero io quella donna che si trasforma, che si finge, che diventa davvero l’altra. Era me che voleva salvare, spiegare, giustificare — o forse voleva solo capirmi. O forse ancora… voleva che io capissi lui.
Mi amava?
Non so se Luigi sapesse amare nel modo in cui la gente comune ama. Ma so che mi voleva vicina più di chiunque altro. So che nel teatro non vedeva confini tra noi due. Diceva che senza di me le sue opere non esistevano. Non come dovevano esistere. «Le ho scritte per te. Anche quelle che non reciti.»
E intanto io combattevo le mie battaglie.
C’erano contratti da firmare, tournée da organizzare, compagnie teatrali incerte. Gli impresari erano lupi affamati. E io… giovane, sì, ma non ingenua. Lui era sempre lì, pronto a difendermi con lucidità e affetto.
«Il contratto manca di qualsiasi garanzia per te. Mannozzi non ha che il baule dei suoi abiti. Non firmare. Il tuo nome è troppo prezioso».
Mi consigliava. Mi proteggeva. Ma sempre con la voce ferma di chi sa di parlare a un’eguale. A una donna che, pur giovane, aveva già in sé una coscienza artistica precisa, fiera, indipendente.
«Sta bene che tu debba recitare di tutto… ma a patto di non perdere la tua linea, i tuoi caratteri, la tua dignità artistica, che formano il tuo patrimonio.»
Era questo il nostro patto segreto. Non scritto. Lui proteggeva la mia arte. Io nutrivo la sua.
E a volte penso che questo sia stato il nostro amore. Non dichiarato. Non consumato. Ma vissuto. In ogni pagina. In ogni sipario che si apriva. 
In ogni lettera firmata Marta.
In ogni parola scritta con l’inchiostro vivo della sua anima.
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L’ultima lettera
New York.
1936.
Era tutto così immenso, rumoroso, vertiginante. Ma io non tremavo.
Sul palcoscenico del Plymouth Theatre, nella mia prima sera americana, sentii che lui era con me. Non tra il pubblico, non tra le righe del copione, ma dietro la mia schiena, come un’ombra leggera che mi teneva dritta.
Tovarich fu un trionfo. Applausi, fiori, luci. Io sorridevo, e nel cuore… attendevo.
Lo conoscevo troppo bene. Sapevo che avrebbe scritto.
E scrisse.
Una lettera che ancora oggi, ogni tanto, rileggo piano. Con un tremito nelle mani.
Mi chiamava “Marta mia”, come sempre. Ma in quelle righe c’era qualcosa di diverso.
Era una lettera piena di lacrime non versate, di fierezza pudica, di un amore che non aveva mai osato confessarsi del tutto.
«Hai fatto un miracolo,» scriveva. «Hai saputo esprimermi la trepidazione e infine l’esultanza. Quando ho finito di leggerla, l’ho baciata non so più quante volte.»
E poi quella frase. Quella che mi ha accompagnata per tutta la vita:
«Tu hai la gloria degna del più puro rispetto. Una consacrazione quasi sotterranea.»
Avevo sempre desiderato essere consacrata come artista. Ma non sapevo che quella consacrazione avrebbe avuto il sapore del lutto.
Pochi giorni dopo, Luigi morì.
Senza di lui, il mondo divenne più freddo. Più muto. Più vuoto.
Mi scriveva:
«Io sono così felice di non essermi ingannato sulla potenza delle sue ali e d’aver combattuto contro chi voleva tenergliele chiuse.»
Ma quelle ali, senza il suo sguardo a seguirle, si fecero più pesanti. Volarono ancora, certo. Ma non fu mai più lo stesso.
Avevamo fatto tutto ciò che dovevamo fare. Il suo teatro era diventato il mio. La mia voce era diventata la sua. E la nostra storia — fatta di lettere, palcoscenici, distanze e confidenze — era diventata una forma d’amore che pochi avrebbero capito.
Ma io sì.
Io ho capito.
E conservo tutto. Le parole, le carte, le assenze.
Il suono della sua voce quando diceva:
«È una Marta come ce n’è una sola sulla terra.»
E forse, anche se il mondo non ha mai saputo darci un nome, noi due siamo stati, nel silenzio, qualcosa di più profondo dell’amore.
Siamo stati destino.
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Note finali
Questo racconto è costruito fedelmente sulle lettere e testimonianze autentiche intercorse tra Marta Abba e Luigi Pirandello. I passaggi citati, in corsivo o tra virgolette, sono ripresi direttamente dalle loro lettere, da interviste, e da frammenti epistolari risalenti agli anni del loro sodalizio.
Non si tratta di una storia d’amore convenzionale, ma di un legame unico, profondamente umano, artistico, spirituale. Un incontro raro tra due anime affini: la Musa e il Maestro, la Giovane Donna e il Vecchio Poeta, la Voce e la Penna.
Quello tra Marta e Luigi fu un amore non detto, ma non per questo meno vissuto.
Ogni lettera, ogni testo scritto per lei, ogni consiglio, ogni parola infiammata d’arte, è una testimonianza di un rapporto irripetibile.
Un rapporto che ha cambiato il teatro italiano.
E che, forse, ha salvato entrambi dalla solitudine.
Francesca Mezzadri