I feticisti della biancheria letteraria

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Eroe di guerra, scrittore, prix Goncourt, console di Francia, marito di Jean Seberg: a metà degli anni sessanta, Romain Gary è un “uomo di successo”. Viaggia in giro per il mondo, da Los Angeles a Tahiti, distante anni luce dalle chiacchiere della società letteraria parigina. Forte delle proprie opere, del rispetto di Sartre e dell’ammirazione di Camus e Malraux, può permettersi di vivere fino in fondo il “personaggio Gary”, da lui stesso creato e raccontato. Ebreo polacco, “un po’ cosacco e tartaro”, cresciuto tra Vilno e Nizza, naturalizzato francese a ventun’anni, gollista della prima ora, sempre in bilico tra realtà e finzione, sa di dare sui nervi ai puristi della belle langue, e se ne compiace. Ma quando, con l’avvento del Nouveau Roman, dalle chiacchiere di qualche critico si passa alla “teorizzazione” di un vero e proprio movimento letterario, Gary si sente aggredito. Il Nouveau Roman rifiuta il personaggio, e la sua opera vive di personaggi. Il Nouveau Roman disprezza le narrazioni “classiche”, di stampo ottocentesco, e lui si è sempre sentito erede della grande tradizione russa, da Gogol a Tolstoj. D’un tratto quindi non è più in gioco solo il “personaggio Gary”, ma la sua arte. Gary deve difendersi.
Pour Sganarelle è un saggio di oltre quattrocento pagine, scritto di getto, una specie di prefazione critica – in realtà la prima parte – a una saga composta da due romanzi: Frère Ocean. Gary prende spunto da Tolstoj e da Picaro per lanciarsi in una sorta di inno al personaggio in quanto tale, a Sganarello, che mette al servizio del romanzo “classico”. Nella sua foga, però, finisce per scagliarsi contro tutto e tutti, accusando non solo i teologi del Nouveau Roman, ma anche – e in maggior misura, vista la loro grandezza – Kafka, Céline, Sartre e persino l’amato Camus. Da Kafka in giù, osserva Gary, il romanzo non è più totale, bensì totalitario, perché costringe il lettore a una visione claustrofobica del mondo; non affronta la Potenza, ci si sottomette. Così, quello che voleva essere un inno critico al romanzo ottocentesco diventa un grido artistico contro tutto il Novecento, pur appartenendovi. E la stampa è concorde: Gary si contraddice. Gli esponenti del Nouveau Roman avranno gioco facile; Pour Sganarelle sarà dimenticato.
Il fallimento “critico” di Gary, in questo caso, nasce dal suo essere un artista istintivo, e dall’impossibilità di teorizzare se stesso. Nei suoi libri migliori – con l’eccezione dei romanzi del ciclo Ajar, dove Gary riesce finalmente a sbarazzarsi dell’ingombrante “Romain Gary” – è come se arrivasse sempre a un passo dal capirsi, dal toccarsi, dallo svelare quel tutto a cui aspira la sua opera, per poi scappare altrove, con un guizzo o una battuta, come urlando: “No, io non sono questo!”, e ribellarsi ancora. Amava definirsi un “terrorista dell’umorismo”, e in effetti l’ironia gli ha permesso di affrontare continuamente il proprio io, ma senza mai svelarlo. Perché, come ogni vero artista, Gary si nasconde, è un fingitore. E infatti sarà solo con la morte, uccidendo Gary, Ajar e i suoi infiniti volti, che potrà finalmente rivelarsi del tutto, e scriverlo nella sua ultima frase: Je me suis enfin exprimé entièrement.

Segue un estratto del cinquantaduesimo capitolo di Pour Sganarelle – Recherche d’un personnage et d’un roman. Nella prima parte c’è un divertente attacco “personale” di Gary a un critico, nella seconda una riflessione più generale sulla critica e sul romanzo.

Edoardo Pisani

 

 

 

Ma la più bella esperienza della mia vita di cosacco delle Lettere fu l’incontro con l’incredibile dottore che imperversò sotto il nome di Mr. René Georgin. Fu grazie a lui se mi resi conto per la prima volta, leggendo il suo Pour un meuiller français, di una sorta di incompatibilità tra il letterato dalle vesti linguistiche e il romanzo, e dell’incomprensione del personaggio che distingue questi “feticisti di biancherie letterarie”. Ascoltate, ascoltate sul serio, brava gente: in uno dei miei libri, Le Grand Vestiaire, scritto in prima persona, facevo sognare un ragazzino di quattordici anni cui la guerra aveva impedito di fare gli stessi studi classici di Mr. Georgin. Immaginava la sua fidanzatina vittima di un incidente d’auto, e si lasciava andare a una specie di sobbalzo melodrammatico, sguazzando nell’emozione. “La vedevo… giacere… per strada, mortalmente…” Ma la parola ferita non bastava alla sua fantasia rovente, ed ecco che saliva di un gradino: “La vedevo… mortalmente… uccisa…” Il ragazzino si superava, insomma. E sapete cosa nota, a proposito di questa creazione di un personaggio, di questa caratterizzazione, Mr. Georgin, essere per me mitologico vista la sua comprensione del personaggio e del romanzo? Conclude che ignoro che non si possa dire, in francese, mortalmente uccisa. Ecco, questo è il rapporto del purista del purré letterario con il romanzo. Eppure, conoscendo la musica, avevo preso le mie precauzioni. Qualche riga più in là, in effetti, il mio piccolo, spronando il suo dramma a un tono da commedia, ci diceva: “E gli leggevo a voce alta i libri per ciechi in scrittura Braille”. Era chiaro, no? Il ragazzino aveva sentito parlare di questi “libri per ciechi in scrittura Braille”, ma non aveva la minima idea di cosa fossero. Qui Mr. Georgin non ha fiatato. Devo quindi impiegare il suo stesso metodo intellettuale, e concludere che questo ignoramus non sa che i ciechi leggono da sé i libri in Braille?
Se si immagina per un solo istante che io stia regolando delle faccende personali, si avrà ragione. Ma ogni romanziere a vocazione totale regola dei conti personali con la Potenza in tutte le sue manifestazioni, anche le più microscopiche; lo sdegno è una delle nostre fonti di ispirazione più sicure, le nostre piaghe e i nostri lividi sono i nostri valori “autentici” più fecondi.
Ora, vorrei fare un’ultima chiosa, più generale, sui rapporti del critico francese serio con il romanzo, con la letteratura, con la pittura. Il Francese resta, Dio sia lodato, uno degli esseri più personalizzati al mondo. Quando bisogna analizzare un’opera, c’è però un problema: il critico francese – e ci sono alcune eccezioni, come Mr. Jacques Brenner, in cui l’amore per il romanzo è tale che gli impedisce l’operazione – il critico, dunque, si occupa meno dell’opera altrui che della propria, la subordina al suo bisogno di creare, di affermarsi, di imprimere la sua originalità di spirito, di inventare. Spesso scrive dunque sul romanzo, nel senso materiale del termine, preferisce servirsene più che servirlo. È un suo diritto, ma in questo modo assistiamo a un fenomeno curioso: il critico diventa ventriloquo del libro, “crea” l’opera, dipinge il quadro, per poco che il romanziere o il pittore ci si mettano. Basta che il romanziere accetti di giocare il gioco, e il suo romanzo diventa “bianco”, chiuso, non rivela il suo senso o non ne ha affatto, non dice niente, ma lascia dire. Naturalmente l’assenza di opere abbastanza complesse, ricche, varie, totali nel loro voler abbracciare la molteplicità del mondo, l’assenza di opere eccitanti, in breve, spinge il critico a eccitarsi da sé. E la prodigiosa – unica, nella mia conoscenza delle lingue – ricchezza concettuale e analitica del francese incita a un virtuosismo senza scopo, da “piccolo godimento”, e porta il critico a librarsi in un’arte propria, dove il concetto e l’interpretazione giocano lo stesso ruolo – a volte poetico e a volte pseudo-filosofico, poco importa – del romanzo. Appena l’opera si esprime troppo apertamente, il critico tende a disinteressarsene: gli si impedisce di creare, gli si chiede di servire a un tavolo. Il che comporta studi di quadri moderni, di sculture – in questo caso, è un delirio – e di romanzi spesso più interessanti o comunque più sorprendenti delle opere stesse, e dà vita a un intero settore di critica-finzione, in cui l’originalità, il talento e l’immaginazione dell’interprete rimpiazzano quelli del romanziere, o meglio, ne colmano l’assenza.
Segnalo questo fenomeno senza rendere in alcun modo la critica responsabile della salute precaria del romanzo in Francia: il motivo della pausa è altrove. Sganarelle non è matto: sa da dove provengono i colpi. È capace di qualche prudenza, di qualche piccola precauzione. La sola cosa che conta, per lui, è il suo romanzo, e tutto ciò che lo incoraggia: non ha nessuna voglia di inimicarsi la critica.

Romain Gary, Pour Sganarelle