Con L’incendio di Roccabruna (Di Felice Editore, 2019), Angelo Gaccione costruisce uno dei libri più intensi e visionari della narrativa meridionale contemporanea. Roccabruna non è un paese, ma un mito: una Calabria arcaica e simbolica, una “patria morale” dove storia e leggenda si intrecciano, e ogni racconto diventa un frammento del lungo martirio di un popolo dimenticato.
Nella sua introduzione, Vincenzo Consolo parla di una “realtà così atroce da sembrare inverosimile”: è la chiave dell’intera opera. Gaccione scrive da cronista e da moralista, da cantastorie e da testimone, oscillando costantemente tra realismo documentario e allucinazione etica.
Un universo chiuso dal dolore e dalla memoria
Roccabruna è la Calabria interiore, ma anche un microcosmo dell’umanità. Qui tutto nasce dal sangue e tutto nel sangue ritorna. I racconti si dipanano come canti di un’unica tragedia collettiva, dove le leggi dello Stato non arrivano e la giustizia è affidata alla memoria e alla vendetta. “Sine effusione sanguinis non fit remissio” – senza spargimento di sangue non c’è remissione: la frase latina che percorre il libro è insieme motto e maledizione.
In Il delitto di Santo Stefano, un pastore umiliato e affamato diventa simbolo della giustizia selvaggia: la vendetta come risposta alla fame, la violenza come linguaggio primordiale di chi non ha voce. In Il sacrilegio, la folla in rivolta contro la siccità bestemmia Dio e porta i santi in processione rovesciata: non c’è empietà, ma disperazione. Quando infine arriva la pioggia, non sappiamo se sia miracolo o castigo: il dubbio è il giudizio.
Ne La faida, infine, la colpa si eredita come il sangue: famiglie nemiche, bambini battezzati in casa, funerali interrotti dai fucili. Tutto si ripete da generazioni, come in un rito che non conosce perdono.
Il tempo di Roccabruna è ciclico, mitico: “da sempre” e “ogni anno” sono i ritornelli di un’eternità senza riscatto. Non c’è progresso, solo ritorno. Ogni delitto sembra già accaduto, ogni punizione già scritta.
La lingua del sangue
Gaccione adotta una prosa che unisce la solennità biblica alla durezza contadina. La sua lingua è al tempo stesso arcaica e vivissima: ricca di proverbi, ritmata come un canto funebre. L’italiano letterario si mescola alle inflessioni dialettali, alla musicalità della parlata calabrese, costruendo un impasto denso e inconfondibile. Il risultato è una prosa che sembra raccontata più che scritta, come se fosse pronunciata accanto a un fuoco, davanti al paese intero.
Le chiusure in prima persona (“Io che sono di qui…”) hanno una forza poetica e morale straordinaria. Riportano l’autore dentro la sua comunità, trasformando la letteratura in un atto di sopravvivenza scritta .Citando Consolo, “la memoria è la forma della pietà”: e in questo libro la pietà diventa la sola forma possibile di giustizia.
Il supplizio e i giustizieri: la storia come ferita
Nella seconda sezione, Gaccione torna indietro nel tempo, al 1462, quando gli Aragonesi radono al suolo Roccabruna. Il supplizio racconta con lingua cronachistica e pathos epico la caduta della città, la morte eroica di Niccolò Clancioffo, la ferocia del potere che punisce per spaventare. La storia militare si trasforma in parabola morale: la crudeltà dei vincitori contro la dignità dei vinti.
Quattro secoli dopo, in I giustizieri, la violenza muta volto ma non sostanza: i briganti che combattevano per il popolo diventano i suoi aguzzini. Domenico Serra e la sua banda, corrotti dal potere, incendiano, uccidono, devastano. E il popolo, tradito, si prepara alla vendetta.
In I due furfanti, l’eco di quella giustizia popolare diventa spettacolo: due briganti catturati, la folla che accorre, l’esecuzione pubblica. La morte come rito espiatorio e morale.
In tutti i racconti, la violenza non è solo un fatto ma un linguaggio: un modo in cui la comunità ristabilisce il proprio ordine. È una giustizia arcaica, spaventosa, ma l’unica possibile in un mondo senza legge.
I Cannibali e Sepolta viva: fame e vergogna come condanna
Tra i racconti più forti della raccolta, I Cannibali e Sepolta viva sono due vertici speculari della poetica di Gaccione. Nel primo, la fame trasforma gli uomini in belve. Non è crudeltà naturale, ma sociale: il risultato di una miseria che divora anche l’anima. Il narratore si chiede “che sangue mi scorre nelle vene”: il male è eredità, non scelta.
In Sepolta viva, invece, la condanna nasce dal giudizio collettivo: Donna Clorinda, simbolo di libertà e sensualità, viene sepolta viva dal pettegolezzo e dalla paura. Dove non arriva la fame, arriva la vergogna.
In entrambi i casi, Roccabruna è la comunità colpevole: prima urla, poi tace, ma sempre partecipa. Il popolo è carnefice e vittima, mai innocente.
Il veleno: l’amore come peste
Tra i racconti più cupi, Il veleno porta la tragedia dentro le mura domestiche. Due famiglie “onorate”, i Greco e i Tancredi, sono distrutte da una passione proibita. Il desiderio, qui, non è salvezza ma contagio. “Mai avvicinare la paglia al fuoco”: la sentenza iniziale è profezia.
Con uno stile secco, orale, quasi da cronaca nera, Gaccione racconta la disgregazione morale di un mondo dove l’onore vale più della vita. Non c’è redenzione: solo silenzio e morte. È forse il racconto più disturbante della raccolta, e anche il più contemporaneo nella sua crudeltà psicologica.
Fuoco, sangue, parola: le tre vie della memoria
Il titolo L’incendio di Roccabruna non allude solo a un evento, ma a una metafora: il fuoco è insieme distruzione e purificazione, memoria che arde per non spegnersi. In Gaccione il fuoco è l’elemento fondativo della civiltà e della colpa, il luogo dove la parola si trasforma in testimonianza.
Il libro nel suo insieme è un trittico del sacrificio umano: il supplizio, la vendetta, la memoria.
È un’opera che non giudica, ma ricorda. Non assolve, ma comprende.
Gaccione si pone nel solco di un filone che va da Alvaro a Consolo, ma la sua voce è autonoma: più asciutta, più tragica, più civile. Dove altri raccontano il Sud per nostalgia o denuncia, lui lo racconta come destino.
Un Sud che arde dentro
Con L’incendio di Roccabruna, Gaccione consegna al lettore una sorta di Vangelo laico del Sud, scritto nel linguaggio del sangue e della pietà.
Ogni racconto è una stazione di un calvario collettivo, dove il male non è eccezione ma condizione. Ma dietro la crudeltà, si avverte una tensione morale profonda: la volontà di dare dignità al dolore, di trasformare la violenza in memoria.
È un libro duro, necessario, scritto con la lingua della terra e la coscienza dell’uomo.
Perché in fondo – sembra dirci Gaccione – finché si racconta, Roccabruna non muore.
E noi, con lei, impariamo a non dimenticare.
Francesca Mezzadri