L’invasore

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Il tema del “surreale” ispira anche questo racconto di Marco Del Ciello, scritto in seguito all’ultimo incontro di laboratorio di “Scritture Urbane”. L’appuntamento è per domani con un nuovo incontro, questa volta dedicato alla “musicalità” della scrittura. Buona lettura.

L’invasore

Passava le giornate solo davanti al monitor del computer, nel suo appartamento in centro, comprava e vendeva monete sui mercati internazionali, guadagnava e perdeva, il saldo finale non era così importante per lui. Da qualche tempo lasciava le finestre aperte, perché faceva caldo d’estate in città e perché aveva letto che l’aria condizionata era pericolosa.

Sentì prima il verso caratteristico, con la coda dell’orecchio, gru gru, e poi lo vide: il piccione era entrato nel suo studio attraverso la finestra aperta, passeggiava sul pavimento di marmo e intanto si guardava intorno, in cerca. Lo scacciò con la scopa, richiuse subito le imposte e prese la mascherina chirurgica, i guanti sterili e il disinfettante chimico. Pulì con cura le impronte sul pavimento: strofinava e strofinava, fino a farlo venire di nuovo lucido. Le precauzioni igieniche erano necessarie, ma forse non sarebbero state sufficienti.

Il giorno dopo tenne tutto chiuso, non voleva rischiare. Lui sopportava bene la temperatura, se necessario si asciugava il sudore su fronte e collo con un fazzoletto, ma il computer no: si stava surriscaldando e poteva rompersi da un momento all’altro. Lo spense e si diresse verso la porta d’ingresso dell’appartamento, sperava irrazionalmente che dalla tromba delle scale arrivasse una corrente d’aria fresca.

Il piccione lo aspettava sullo zerbino, fermo immobile, appoggiato sulla c di “Welcome”. Non era sicuro che fosse lo stesso del giorno prima, ma il piumaggio grigio cemento era identico. Richiuse la porta a chiave, diede quattro giri completi, e in aggiunta fece scorrere il chiavistello. Lo osservò ancora attraverso lo spioncino, ma quello non si muoveva, continuava ad aspettare.

La notte dormì male, capitava spesso da quando lei non c’era più, il letto gli era diventato scomodo. Nel sonno (sogno?) lo sentì di nuovo, gru gru, e anche il battito delle ali. Ma non si alzò, non aprì neanche gli occhi, non era possibile che fosse entrato un’altra volta, ci era stato attento, alle finestre e alla porta. Prima di coricarsi aveva trovato su internet un articolo che raccontava di certi piccioni australiani che sbattevano le ali per avvisare i loro simili, con il suono prodotto, di un pericolo imminente: ecco l’origine della suggestione.

Si svegliò che era ancora stanco, non aveva riposato. Si preparò la colazione e la tazza di Michelle era ancora al suo posto, dove l’aveva lasciata, sul ripiano alto del mobile della cucina; lei invece non era mai tornata dall’ospedale. Aveva rifatto il letto e tra le lenzuola c’era una penna, grigio cemento. Avrebbe dovuto bruciarle quelle lenzuola.

Rassegnato, impotente, indifeso, aprì le finestre, per inspirare almeno il fresco del mattino. Sotto c’era piazzale Cadorna: la stazione ferroviaria era ancora aperta, i treni viaggiavano, per metà vuoti ma viaggiavano, i pendolari delle sette, loro non c’erano più. Chi poteva ormai lavorava da casa, gli altri si limitavano a sopravvivere come meglio sapevano.

I piccioni avevano occupato stabilmente lo spazio lasciato libero dagli umani. Notò che proprio in quel momento si stavano radunando in un punto preciso del piazzale, lì dove un tempo c’era l’Ago di Cadorna, una scultura monumentale che rappresentava un ago da cucito, alto diciotto metri, conficcato nel marciapiedi; un’allusione a Milano capitale della moda, chissà. Lo avevano rimosso molti anni prima, non piaceva più, e infatti lui non se lo ricordava, e tuttavia in quel momento ne sentiva la mancanza, come se avesse appena perso il filo del suo destino.