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L’odore del lupo

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Pubblicato nel 2026 da Ponte alle Grazie e composto da 192 pagine, L’odore del lupo segna l’esordio narrativo di Maria Pacifico (pseudonimo) con un romanzo intenso e doloroso che affronta il tema della violenza subita nell’infanzia e delle sue conseguenze psicologiche nel tempo. L’autrice sceglie di raccontare questa esperienza attraverso una voce in prima persona che restituisce al lettore il lento processo di crescita, resistenza e ricostruzione interiore della protagonista.

La storia si apre con un incipit semplice e diretto: «Silvia. Mi chiamo Silvia». È una dichiarazione di identità che ha il sapore di un tentativo di affermazione, quasi una presa di posizione contro il silenzio che segnerà gran parte della sua vita. Siamo alla fine degli anni Settanta e Silvia è poco più che una bambina: studiosa, intelligente, pronta a godersi le vacanze estive sul lago tra amicizie, giochi e momenti familiari. Ma proprio nell’estate dei suoi undici anni irrompe nella sua esistenza una presenza inquietante: un “amico di famiglia”, chiamato affettuosamente “lo zio del lago”, figura che dovrebbe appartenere all’universo rassicurante delle relazioni adulte e che invece si rivela un predatore.

La bambina lo percepisce immediatamente come un “topo-lupo”, creatura ambigua e minacciosa il cui odore diventa una traccia persistente, simbolo del male che si insinua nella sua vita e che continuerà a inseguirla negli anni. Pacifico sceglie di non soffermarsi sulla descrizione esplicita dell’abuso; al contrario, concentra la narrazione sugli effetti interiori del trauma: il silenzio, la frattura dell’innocenza, la sensazione di essere diventata improvvisamente “spezzata”. La protagonista comprende che qualcosa si è rotto dentro di lei e che le parole, pur conosciute e amate, non riescono più a spiegare ciò che è accaduto.

Uno degli aspetti più significativi del romanzo è la rappresentazione della cecità degli adulti. Accanto a Silvia ci sono infatti due genitori incapaci di cogliere il suo dolore. La madre appare distante, quasi infastidita dalla complessità della figlia, che non corrisponde all’immagine della bambina docile e rassicurante che avrebbe desiderato. Silvia diventa ai suoi occhi “la figlia malmostosa”, quella che osserva troppo, che fa domande, che mette in discussione. Il padre, professore di letteratura spagnola, è invece una figura evanescente e nobile, immersa nel mondo dei libri e delle citazioni poetiche. Recita versi di Federico García Lorca o di Miguel de Cervantes, ma non traduce né spiega: resta sospeso in una dimensione culturale che affascina la figlia senza però riuscire a offrirle un vero sostegno emotivo.

Questo vuoto di ascolto contribuisce a isolare la protagonista, che costruisce intorno a sé una sorta di corazza fatta di silenzio. Un silenzio che la società percepisce come un’anomalia, un disagio da correggere, ma che per lei diventa l’unica strategia di sopravvivenza possibile. Pacifico descrive con grande sensibilità questo stato interiore:  mutismo come una forma di difesa e di attesa. Un tempo sospeso in cui Silvia cerca lentamente di capire come tornare a vivere.

Nel corso della narrazione la protagonista cresce e tenta di trovare nuove coordinate affettive fuori dalla famiglia. L’amicizia con Nina rappresenta uno dei primi spazi di libertà e di autenticità: un legame intenso che permette a Silvia di sentirsi finalmente vista e riconosciuta. Parallelamente si affaccia anche il desiderio amoroso, incarnato da Bruno, il ragazzo “impastato d’aria” con gli occhi azzurri, figura che alimenta sogni e speranze ma che al tempo stesso introduce nuove fragilità e nuove delusioni.

Il romanzo assume così i contorni di un percorso di formazione irregolare e doloroso. Silvia non dispone di una vera “grammatica dei sentimenti”, non ha modelli affettivi stabili a cui riferirsi, eppure cerca con ostinazione un modo per ricucire la propria identità. Le relazioni che incontra nel tempo — amicizie, amori, incontri con insegnanti o adulti — mostrano spesso un’altra forma di cecità: la difficoltà di leggere ciò che si nasconde tra le righe, di cogliere il dolore che non si esprime apertamente.

Dunque il romanzo è anche una riflessione sul linguaggio e sui suoi limiti. La protagonista è una ragazza molto intelligente, capace di scrivere temi perfetti e di usare le parole con precisione, ma proprio la sua abilità linguistica rischia di diventare una maschera dietro cui il dolore rimane invisibile. Gli adulti leggono “le righe”, ma non riescono a leggere “tra le righe”. Il male resta nascosto sotto una superficie apparentemente ordinata.

Lo stile di Pacifico rappresenta uno degli elementi più riusciti del libro. La scrittura è al tempo stesso affilata e lirica, capace di alternare momenti di grande intensità emotiva a passaggi più distaccati e riflessivi. Le immagini simboliche — come quella del “topo-lupo” o del silenzio che avvolge la protagonista — conferiscono al racconto una dimensione quasi allegorica, pur restando radicato in una realtà concreta e dolorosa. La narrazione procede con una voce controllata, mai compiaciuta, che riesce a mantenere equilibrio anche quando affronta temi estremamente delicati.

Nel finale emerge con chiarezza il nucleo più profondo del romanzo: la possibilità di sopravvivere al male senza negarlo, senza cancellarlo, ma trasformandolo in una parte della propria storia. Silvia impara a convivere con le fratture del passato e a trovare, nel tempo, una forma nuova di equilibrio. È una rinascita silenziosa, quasi impercettibile, che l’autrice descrive con grande delicatezza: la protagonista “fiorisce sottovoce”, scoprendo che la vita può ancora tessere una trama di senso.

“L’odore del lupo” si rivela dunque un esordio narrativo significativo, capace di affrontare un tema difficile con sobrietà e profondità. Il romanzo colpisce per la sensibilità con cui esplora il trauma e per la qualità di una scrittura precisa e suggestiva. Ne emerge una storia di crescita e resistenza che lascia nel lettore un’impressione duratura: quella di un percorso umano fragile ma tenace, in cui la possibilità di ricostruirsi passa attraverso l’ascolto, la memoria e il lento riemergere della fiducia nel mondo.

Francesca Mezzadri 

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