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L’oltre. Eugenio Montale tra filosofia, fisica e religione

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Ripensare Montale a cinquant’anni dall’attribuzione del premio Nobel nel 1975 è doveroso e necessario. In cinquanta anni lo scenario della poesia italiana è radicalmente mutato. Montale, uomo del male di vivere, impotente gettato nel Novecento attraversato da due conflitti mondiali, depone lo scettro del poeta laureato, diventa consapevolezza dell’inefficacia della parola. Alla retorica fascista ciarlatana, all’orrore delle leggi razziali, alle roboanti dichiarazioni di guerra, oppone l’autenticità di poche e meditate parole, ossi di seppia scarnificati, scabre, essenziali, secche e ritorte come rami. Cosa dire di fronte al disastro mondiale? Cosa ė l’uomo, chi Dio? Per lui vale il Come potevamo noi cantare di Quasimodo.

Il Poeta Montale è allora non dogma, non retorica politica, ma ricerca del senso smarrito , se c’è. Lui è riflessione costumata e dolente di un poeta posto tra Essere e Tempo. È pensiero relativo e contraddittorio che scava nel tessuto della storia e del protagonista uomo. È limite del linguaggio, è negazione, è stare nell’abisso, a volte sulla soglia. Lui cercatore di Verità essenziali, interroga e si interroga sugli Universali, sulle costanti umane, sull’uomo paradosso, sempre tra la vita e la morte. Lui è il Poeta-filosofo, il silenzio interrogativo dei suoi excipit sono gli apochaì dei Greci. Zitti! Meditiamo!

Ad interrogare oggi Montale, nel 2025, c’è Adriana Beverini nel saggio L’oltre: Eugenio Montale tra filosofia, fisica e religione (Il ramo e la foglia). Ligure, promotrice del poeta, appassionata esegeta. Lo fa con gli strumenti messi a disposizione da Montale, in quella terra ligure arida e secca, assolata, che bagna e asciuga l’anima.

Mentre me ne sto qui immersa in questa nebbia perugina entro in sintonia con lei e con lui. Qui tutto oggi ė nulla, le luminarie sono parvenza di vita, il mio sì nietzschiano alla vita fa un passo indietro. Mi fermo, medito sul senso di tutto questo. Tra poco la città si sveglierà, luci e colori, vetrine e teatranti prenderanno il posto di questo silenzio. La fretta degli acquisti farà da contrasto col mio passo lento tra la casa dei doganieri, il giallo dei limoni, la carrucola che cigola, la porta dischiusa e la bandieruola al vento. Il tempo corrosivo e lineare travolgerà l’umano. Vivere è forse resistere? È questa la vita? Cosa si nasconde dietro tutto questo meccanicismo?

Il libro di Adriana Beverini non contiene risposte, ma spunti che pungolano e interrogano le coscienze. Una giusta provocazione ai nostri tempi delle certezze gridate dai politici e dagli influencer , dai professori di fisica come Schettini ai parolai psicologi comportamentisti, ai filosofi vate dalle verità assolute. Ripensare l’oltre montaliano appaga l’istanza prima dell’uomo prigioniero della storia piccola o grande. L’oltranza va da Platone a oggi: è l’esigenza delle anime inquiete. È il dubbio che interroga le anime fini. Non possiamo che farlo con gli strumenti che la Beverini ci fornisce.

Si dispiega così un contributo interlocutorio, come l’opera di Montale, che cerca le corrispondenze tra le cose grandi e piccoli, tra il muro rovente con i cocci di bottiglia in cima, correlativo oggettivo del male di vivere, e il giallo dei limoni, che riconduce ad armonia il diviso. La tragedia del vivere con la sua Necessità è vagliata dalla Critica ligure, attraversata dagli stimoli che furono certo di Montale. Questi vengono dal relativismo di Einstein, con la dilatazione spazio-temporale, dalla fisica quantistica con suo eterno movimento, dalla legge dell’indeterminazione, dal pieno-vuoto, negato da Parmenide e da Severino, ma che fu già di Eraclito e di Epicuro/ Lucrezio. Ed è oggi anche del Buddhismo e del Taoismo. Tutto ciò sta in Montale, esposto a molteplici stimoli, in quanti antidogmatico, lui è il filosofo che cerca, è Eros in quanto amore di Sapienza, è dubbio in quanto socratico, è interrogante perché dialogico. È il vuoto ad ogni gradino lasciato da Drusilla- Mosca che induce a guardare oltre il fenomeno il noumeno kantiano, ma è anche il pieno del ricordo che diventa esistenza viva. È il filo che non tiene, ma anche il varco che può trovare solo la parola Heideggeriana col la sua apertura. L’uomo confinato, perché storicamente incarnato, trova qui la maglia nella rete che stringe. Si affaccia l’armonia persa nella notte dei tempi, l’illusione di un Dio demiurgo, ricacciato poi nel buio dell’agnostico antidogmatico. E se anche pregò col padre cappellano gli ultimi giorni di vita e prese l’ostia, ci lascia l’eredità del sanissimo dubbio che tutta questo dolore che fu di Leopardi e di Schopenhauer col suo pendolo tra noia e dolore, di Pozzi e anche suo e mio e nostro sia insensato e senza frutti, come per Pavese.

L’oltranza è il piano agognato, la camera segreta che a volte si dischiude, troppo poche volte; è sotto chiavistello. Il Miracolo dell’ armonia interconnessa così raro da non poter ipotizzare il Dio di San Tommaso.

Coloro che hanno attraversato il Novecento o sono stati travolti dalla Storia e dalla ridondanza delle parole, come D’ Annunzio il Vate, o l’hanno in parte vissuta, in parte subita, resistendo col le parole scarnificate della negazione di Wittgenstein e di Montale, o non hanno trovato più le parole: Pozzi e Pavese.

Alla ridondanza delle parole/immagini del nostro secolo, opponiamo il silenzio interrogante di Montale, come davanti i Misteri Eleusini.

Spegniamo il vociare dei troppi poeti, torniamo alla casa dell’ Essere di Heidegger, alla parola scelta con garbo e consapevole fede nel dubbio.

Qui si apre il vero orizzonte che ci offre Montale.

Questo e altro mi ha stimolato il saggio interrogante e dialogico della Beverini, con un dubbio: perché non trovano posto Heidegger è Wittgenstein? La parola come casa e al contempo limite?

Giovanna Albi

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