Lo dicevo pochi giorni fa, chiacchierando con amici di parole: ormai si è arrivati a un livello tale di patinatura laccata nelle uscite editoriali -un bazar di frizzi e lazzi, discorsoni e aforismi tutti uguali, perfetti, saputelli, inattaccabili- da cui, se Dio vorrà, non potremo che tornare indietro.
«Non è una sensazione sempre buona, la leggerezza», scrive Luca, e io gli credo. Ma quando mi trovo davanti a libercoli come questo, lasciatemelo dire, di quella leggerezza ne vorrei a quintali.
Che la materia fosse di pregiata fattura, lo sapevo già. E lo aspettavo al varco, questo toso, oh sì. Da quel giorno uggioso sotto i portici bolognesi in cui gli strinsi la mano e mi complimentai per il suo esordio (Ragazza senza prefazione, sempre per TerraRossa, finalista al Premio Pop 2022) mentre pensavo: “Avercene, di ragazzi sotto gli anta capaci di mettere giù frasi con tanto garbo e padronanza.”
Quindi sì, appurato che la mano c’è, resta un altro quesito: e le storie?
Luca è bravo pure in quelle, fidatevi. Perché sono vere, odorano di terra e mani callose, sono le vite di cui ama scrivere da quando ha iniziato a pubblicare racconti brevi sulle fanzine (nelle interviste afferma arrivino da ricordi scomposti della sua infanzia) sono la sua, ma anche la mia e la vostra, è la vita di chi cresce in un paese di provincia e non ha la spina dorsale per scapparsene nella metropoli o di metter su un canale con centomila followers per pagarsi l’affitto.
Sono le vite di chi, ha trentun anni, si ritrova bloccato in un paesino di tremila anime (Poggio Berni: 3365 abitanti, fonte Wikipedia) e passa le giornate orbitando attorno all’unico bar del paese che da quando ha aperto battenti vende sempre gli stessi cremini dell’Algida con il prezzo in lire barrato col pennarello, o solcando con passo sciancato gli argini rifugio per filosofi mancati e l’arte della pesca è sport nazionale.
Natale, il protagonista, è appunto uno di questi. Giovane di buone maniere, cuore mite e pensieri semplici che è rimasto troppo presto senza un padre e troppo tempo con una madre dai modi e le manate sempre pesanti. Natale è uno di noi, con le sue incertezze e le sue paure bloccanti che lo fanno sembrare più giovane e più impacciato. Non ce la si fa proprio a non affezionarsi dopo poche righe a uno ‘stiano del genere, e questo è il primo grande pregio di questo romanzo, così come non si riesce a non figurarsi nella mente tutto il corollario di individui che Tosi gli ha piazzato attorno: Cesarino e le sue virate filosofiche, Patrick lo svizzero; Tabanelli, Pigini, Balducci e Beltrambini, senza farsi mancare il villain di turno, tale Florian Dragoi che tira coca e sembra un cameo uscito diretto da qualche morozziana avventura; e poi c’è Fabio, l’amico dai modi gentili che sconquassano le membra del nostro e si portano appresso un sentore di futuro possibile. L’impasto è denso e c’è tanto in queste pagine, dalla storia di formazione al vuoto lasciato da un lutto improvviso, dalla crisi identitaria all’horror vacui di una vita che non ha ancora trovato la sua direzione. Sembrerebbe impossibile che tutto possa accadere in così poche pagine e tutto dentro un paesotto cristallizzato nel tempo eppure l’universo di Poggio Berni sta tutto qua: una manciata di vite e una terra piatta a ridosso del mare. Ma la Bassa, si sa, è terra fertile per pensatori (più o meno) mancati. Sarà tutto quello spazio davanti agli occhi, sarà la nebbia, che un po’ è un po’ prigione e un po’ catarsi, fattostà che in queste pagine si compie qualcosa che ha del miracoloso. Tra le sue ispirazioni Luca tira in ballo Baldini, Pedretti e una certa propensione alla disfatta tipica dei romanzi russi eppure io c’ho visto anche l’anima di Celati, lo spintone di un Tondelli di passaggio e lo spettro contemplativo di Zavattini, ma forse è solo un’impressione mia.
Sarà, comunque, che per scomodare certi fantasmi ci vuol coraggio, ancor più se poi si tira in ballo il maligno. Il rischio di scivolare nell’argine del ridicolo è dietro l’angolo, eppure Tosi è maestro pure a nascondere il suo (personalissimo) Diavolo.
Il suo processo di scrittura è un lavoro di fino, di paziente riduzione, di scrematura del superfluo, lo afferma l’autore stesso nelle interviste e lo si percepisce chiaramente in ogni passaggio. Anche quando storpia la parola, o quando frantuma il verbo, l’autore ci dona la visione di una prosa sempre coerente al contesto, vivida e schizoide, ancorata alla tradizione dialettale di una terra che sa volersi bene per quello che è.
Cento pagine esatte, tante sottolineature e la voglia di ritornare al più presto a ciondolare per le strade di Poggio Berni, anche a costo di fare i conti col Diavolo in persona (o chi per lui), questo mi è rimasto nel petto al termine della seconda prova di Luca. Come la voglia sana che si prova nel tornare a trovare un vecchio parente, o nel sedersi al bar con i vecchi compagni di scuola, quelli che parlano come mangiano e sono capaci di infilarti un modo di dire o una massima ti ribalta per quanto è vera e che vale più di mille corsi di coaching motivazionale.
In un contesto che spinge nella direzione di contenuti tutti uguali, omologati, imbellettati da muraglie di intelligenze più o meno artificiali e artificiose, libri come questo lasciano aperto un varco prezioso da cui sgorga acqua di fiume.
Non so voi, ma io mi ci voglio abbeverare ancora.
Stefano Bonazzi
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Oppure il Diavolo
Luca Tosi
TerraRossa Edizioni
13,00 euro — 100 pagine