C’è un momento, nella storia della letteratura, in cui i grandi visionari smettono di sognare per sopravvivere. È il caso di Ludwig Tieck, l’ultimo dei romantici che non volle morire giovane. E che, invece di spegnersi nella malinconia, inventò un modo di riderne.
Il superfluo della vita di Ludwig Tieck (Carbonio 2025, pp. 104, € 15) perla ritrovata e tradotta da Paola Capriolo — è il romanzo di un uomo che ha visto l’infinito e, per dispetto, sceglie la stufa. Ludwig Tieck (Berlino, 1773-1853), anima febbrile del Romanticismo e del circolo di Jena con Novalis e gli Schlegel, trasformò la malinconia in stile. Autore visionario e ironico, da Il biondo Eckbert a Il gatto con gli stivali o a Il superfluo della vita fece della fiaba un laboratorio dell’anima e del disincanto la sua forma più alta di poesia.
Tieck racconta due sposi poveri, Heinrich e Clara, rifugiati dal mondo e dalla Storia in un interno borghese che ha il ritmo di un esilio e il profumo di una fiaba domestica. “La povertà è dunque divenuta una sola cosa con il nostro amore”, dice lei. Dopo che lui, ridendo come un santo che si è accorto troppo tardi d’essere ateo la provoca: “Infelicità e felicità sono solo parole vuote.”
È la versione tedesca del paradiso perduto: Adamo ed Eva in maniche di camicia, che brindano “con i bicchieri dell’acqua” all’eroe Walter Raleigh, mentre il pane bolle nell’acqua e fuori cade la neve. Il loro è un Eden riscaldato a trucioli, ma più vero dei salotti che Tieck frequentò da anziano “re dei romantici” tormentato dalla gotta e dalla nostalgia.
Nelle pagine di questa novella, scritta nel 1839, tutto è doppio, specchiato e ironico.
Ogni gesto quotidiano è una miniatura filosofica, ogni frase un duello con l’assurdo. Quando Heinrich legge il suo diario “a ritroso, cominciando dalla fine e preparandomi così a poco a poco per l’inizio”, Tieck finge di giocare, ma in realtà smonta il tempo stesso, lo rovescia come una clessidra del pensiero.
È un libro che parla di rinuncia, ma non di resa: un elogio della povertà come arte, non come sconfitta. Perché “si può vivere anche senza tovaglioli”, scrive Tieck, e in quell’aforisma da eremita elegante sta tutta la filosofia del Biedermeier, la piccola eternità borghese che nasconde il vuoto lasciato dal dio romantico.
La traduzione della Capriolo racconta l’ironia tedesca e la tenerezza di un uomo che non ha smesso di credere nella poesia, anche quando non ci crede più.
Dietro l’idillio, Tieck mette in scena la sua autocritica più feroce: il vecchio artista che guarda il proprio entusiasmo giovanile come una malattia esantematica da cui è guarito — o forse da cui non guarirà mai.
Alla fine, Il superfluo della vita è un libro spietato e tenerissimo sul destino di chi ha avuto tutto: la giovinezza, l’arte, la rivoluzione, e poi ha dovuto imparare a vivere di avanzi.
Ma Tieck non piange: sorride. E ci insegna che il superfluo, dopotutto, è la vita stessa.
Carlo Tortarolo
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In un inverno tra i più rigidi si era creato verso la fine di febbraio un bizzarro disordine, sul cui sorgere, svilupparsi e placarsi si diffusero nella capitale le
voci più strane e contraddittorie. È naturale che, quando tutti vogliono parlare e raccontare senza conoscere l’oggetto del loro discorso, anche un fatto comune assuma le tinte della favola.
L’avventura si era svolta in una delle vie più anguste della periferia, che è assai popolata. Ora si diceva che un traditore e ribelle era stato scoperto e arrestato dalla polizia, ora che un ateo, intenzionato in combutta con altri miscredenti a svellere il cristianesimo dalle radici, dopo un’ostinata resistenza si era arreso alle autorità e ora sarebbe rimasto sottochiave finché, nella solitudine, non avesse trovato princìpi e convinzioni migliori. In precedenza, però, ancora nel suo appartamento, si era difeso con una vecchia doppietta, anzi, addirittura con un cannone, e prima che si arrendesse era scorso del sangue, sicché tanto il concistoro quanto il tribunale penale avrebbero chiesto di sicuro la sua condanna a morte. Un calzolaio politicamente impegnato pretendeva di sapere che l’arrestato era un emissario legato dai rapporti più stretti, come capo di numerose società segrete, a tutte le personalità rivoluzionarie d’Europa: aveva retto tutti i fili a Parigi, a Londra e in Spagna, così come nelle province orientali, ed era sul punto di far scoppiare nelle Indie più remote un’immane rivolta che poi, al pari del colera, si sarebbe propagata in Europa per far divampare in chiare fiamme ogni materiale incendiabile.
Quanto risultava assodato era che in una piccola casa avevano avuto luogo dei disordini, era stata chiamata la polizia, il popolo aveva schiamazzato, erano stati notati uomini in vista che si immischiavano nella faccenda, e dopo qualche tempo tutto era tornato tranquillo senza che si capisse il senso dell’accaduto. Nella casa stessa era impossibile non cogliere certi segni di devastazione. Ciascuno interpretò la cosa come gli dettavano l’umore o la fantasia. Dopo di che, carpentieri e falegnami ripararono i danni.
In quella casa aveva abitato un uomo che nel vicinato nessuno conosceva. Era uno studioso? Un politico? Uno del posto? Un forestiero? Nessuno, per quanto accorto, sapeva dare notizie soddisfacenti in proposito.
Certo è che questo sconosciuto conduceva una vita molto tranquilla e ritirata, non lo si vedeva mai a passeggio o in un luogo pubblico. Non era ancora vecchio, aveva modi compiti e la sua giovane moglie, che si era votata con lui a quella solitudine, poteva essere definita una bellezza.
Si era intorno a Natale quando questo giovane uomo, nella sua stanzetta, seduto vicinissimo alla stufa, parlò così alla moglie: “Tu sai, carissima Clara, quanto io ami e ammiri il Siebenkäs del nostro Jean Paul; ma come se la caverebbe il suo umorista se si trovasse nella nostra situazione, per me resta un enigma. Non è vero, amor mio, che ora tutti i mezzi sembrano esauriti?”.
“Certo, Heinrich” rispose lei sorridendo e insieme sospirando, “ma se tu, che per me sei l’essere più caro, rimani allegro e sereno, accanto a te non posso sentirmi infelice”.
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Titolo originale Des Lebens Überfluss
di Ludwig Tieck
© 2025 Carbonio Editore srl, Milano
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Traduzione dal tedesco di Paola Capriolo