Lunamarea, silloge di Piergiuseppe Zanardi

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Piergiuseppe Zanardi è secondo me uno dei più grandi poeti italiani. E come tale vive l’esilio dai salotti che contano. Certamente in modo anche voluto. La sua vita è un incrocio tra quella di Penna e Pasolini.

Nato nella punta estrema dell’Oltrepò Pavese, ben presto si trasferisce a Milano dove cambia diversi lavori: insegnante elementare, commesso della libreria di Via Capellari, poi insegnante privato per clandestini e umani di ogni umanità. I suoi modelli poetici o meglio la sua formazione, è per la parte italiana l’opera di Penna, di Pasolini e di Elsa Morante. Il resto è tutto francese, da Violette Leduc sino al suo maestro assoluto Saint-John Perse, passando per tutti i maledetti.

Piergiuseppe Zanardi è un figlio della luna dichiarato nella vita e nella poesia, pur in una Milano gli ha procurato non pochi deragliamenti dalla possibilità di essere un poeta ben inviso ai circoli dei saggi. Ha vissuto come marginale e tuttora vive ritirato nella casa materna. La sua poesia è densa di metafore e similitudini. Fatta di poche rime baciate, di molte rime alternate. La sua metrica è sempre in bilico tra verso libero, endecasillabo ed epitaffio. Possiamo asserire che anche una certa poesia inglese declinata come cimiteriale, ha avuto una forte influenza. Soprattutto nelle aree di creatività geografica malinconica.

Lunamarea, silloge poetica di Piergiuseppe Zanardi, è una raccolta quasi definitiva ed include poesie che vanno dal 1977 al 2013. Nella prima parte, stando attenti ci si accorge che Zanardi è comunque intrigato fortemente dagli studi sul Pascoli.

Tu non sai quanto male mi fai

quanto amore non sai dentro il male.

E sui fragili sogni d’attesa

verso quale segreto cammini

e nell’ombra di te io mi perdo.

Dimmi, dove mi trascini?

È il fanciullo perso alla ricerca del padre, figura mancante quindi onnipresente. Il focus principale della sua opera sono l’esistenzialismo e la ricerca disperata di amori pasoliniani e penniani. Così bene cantati che ci sembrano veri.

E ora tu amore freddo mi guardi

come fosse per te che al mattino

io ricerco i tuoi occhi d’aprile.

Tu non sai quanto chiede la vita

che si fa baraccone di fiera

coprendo il suo cuore di stracci

per non sopportare il dolore

delle sue notti vendute.

Tu quando dormi non sai

che far piovere stelle cadute

ed hai già consumato la sera.

E come figlio della luna ha implorazioni appunto per la luna, in questo caso PADRE e alla marea in questo caso MADRE, ventre, rifugio, parto come primo tradimento: Se tu fossi il Dio della terra / che brucia dolore / se tu fossi amore. E ancora: Parlami di quando una mattina tua madre alla finestra / lasciò cadere sulla strada le parole di uno strano addio / la catenella d’argento sulle labbra l’ultimo saluto.

E piano piano Lunamarea, silloge poetica di Piergiuseppe Zanardi, che nella parte centrale è più densa di parole, di figure retoriche, di un linguaggio domestico e miracoloso al tempo stesso, come la vita, la silloge, si avvia verso la fine: Questa vita/passiamo/andiamo/forse lasciamo/qualcosa di noi che più non siamo/ed è finita/questa vita.

Ci vorrebbero molte pagine per analizzare bene l’opera e darle una sua collocazione nel panorama poetico letterario. Ma è bello che i lettori la vadano a scoprire. Per tanti poeti inutili, un poeta vero.

Recensione al libro Lunamarea (Guardamagna editore, 2013, euro 8)