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L’uomo sentimentale – Sulla prevaricazione della carne

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Mia cara R.,
nel capitolo che io ho camminato per raggiungere te (da te a te) sono accadute cose che sono carnali – non tra il Leone di Napoli e Natalia Manur, non ancora, almeno – e se questo è successo deve essere perché il nostro protagonista, che nella finzione narrativa sta scrivendo di getto questa storia da molte ore e a digiuno, incalzato ormai dalla fame ci dice di essersi concesso una pausa per fare colazione. Così facendo egli ha varcato una soglia e ha abbandonato la sfera notturna. La barriera percettiva tra mondo cosciente e mondo esterno è caduta, il suo corpo biologico si è come riattivato e si sono riattivati i neuroni noradrenergici, quelli serotoninergici e quelli dopaminergici: le nebbie del sogno si sono andate diradando e sebbene nella mente del Leone di Napoli esso sia sempre presente, adesso lo indaga con uno sguardo più lucido e meno incantato. E allora non è un caso se finalmente in queste pagine egli ci parla di sé: della sua infanzia solitaria e triste, della sua malaticcia grassezza, del padrino, il signor Casaldàliga, che lo aveva raccolto alla morte della madre – sua cugina – e sul quale egli ha sempre nutrito il sospetto che potesse essere il suo «vergognoso padre mai confesso», di ciò che si soffre vivendo da parente povero «senza diritti né aspirazioni, senza possibilità di lagnarsi, in uno stato di incertezza che va oltre tutto ciò che è ragionevole, senza che ci si possa mai sentire a casa propria».  E di come il padrino – un essere «danaroso, tormentato, avaro, tortuoso, tetro, sarcastico e autoritario» – avesse sempre esercitato su di lui bambino un forte controllo; di come a lui, al Leone di Napoli, ancora senza questo nome, fosse stata vietata ogni cosa, perfino uscire dalla sua camera per spostarsi da un punto all’altro della casa, quasi il padrino temesse di poter essere sorpreso in qualche angolo a commettere infamie. Tutto questo ci viene detto perché il Leone di Napoli ci riferisce di come nei primi giorni in cui ha iniziato a frequentare Natalia Manur (e Dato), sia stato soprattutto lui a parlare di sé, raccontando «l’essenziale della mia storia o passato o vita fino all’incirca a un anno prima, cioè fino al momento in cui avevo deciso di convivere a Barcellona con Berta, di cui continuavo a non nominare neanche l’esistenza». Natalia lo ascolta attenta e compassionevole, «come se stesse ascoltando narrare le disavventure e le privazioni di un bambino di Dickens, e poi lei mi assicurò, più di una volta, che parte della sua attenzione verso di me nacque da quei racconti e da un’identificazione del suo destino da adulta con il mio da bambino».
Siamo in odore di crudeltà, Rossella. Il punto è questo. Il punto è che abbandonando la sfera notturna e addentrandosi nel mondo diurno, la luce che ora filtra dalle finestre e illumina il nostro Leone di Napoli ne smaschera apertamente la strategia, la vera natura, il modo in cui egli ha vissuto la sua vita per ritagliarsi infine un ruolo nel mondo, lottando contro tutti, occupato con la propria crescita, con la scoperta della musica, con gli esercizi quotidiani irrinunciabili, con il perfezionamento della sua arte e con la cura estrema della sua voce. «Con lo studio, con la pratica e sempre lo studio», dice a un certo punto. Egli ha lottato durante la sua esistenza per cose impellenti. Ha costruito le basi per vincere in tutto e ogni mattina si guarda allo specchio per accertarsi della vittoria dipinta in faccia. È un uomo cinico, il nostro protagonista, e vale per lui quanto egli dice in merito a Hieronimo Manur, che gli appare come un soverchiatore, un ambizioso, un prepotente, al punto che tale descrizione sembra essere un depistaggio. O meglio: se egli ha riconosciuto questi tratti caratteriali in Manur – e questo fin dalla prima volta che l’ha visto in treno, soltanto contemplandone la figura – forse è perché quegli stessi tratti gli appartengono. Insomma, potrebbe essere che Il Leone di Napoli glieli abbia affibbiati come riflesso e per giustificarsi con sé stesso e con noi lettori giacché quello che lui si prefigge è osceno: annientare Manur (e Berta, che non ama veramente) per continuare a vedere Natalia tutti i giorni senza impedimenti di alcun tipo.
Senza qui volermi soffermare (già lo abbiamo fatto) sul ruolo di Dato, che pure è importante, “il nostro uomo a Madrid”, che finora ha accentuato toni tragici da vittima predestinata, sembra essere in verità il vero responsabile di quanto è accaduto (e che ancora non conosciamo pienamente). È lui che seduce Natalia con le parole e che comunque si presta al gioco, perché è abituato così. È stato abituato a prevaricare, a raggiungere i suoi obiettivi con tutti i mezzi, a usare gli altri, a piegarli. Forse perché a sua volta è stato piegato, a sua volta è stato una vittima. Per questo intuisce fin da subito la fragilità di Natalia (il suo essere “afflitta da dissoluzioni malinconiche”) e se ne invaghisce e inizia a desiderarla: per prevaricare il marito e possederla. Per estendere la sua voce, dilatarla ancora, per sentirsi il protagonista di un qualche libretto d’opera. Egli è sotto l’influsso di un fortissimo capriccio che gli tocca il cuore, certo, ma non solo: il corpo innanzitutto, poter toccare Natalia, spogliarla, averla. Per violare il marito, contraddirne la sua presunta supremazia. E riscattare Cassio, fare di Cassio quello che non è: l’amante di Desdemona. Corrompere la trama dell’Otello, se non sul palcoscenico, nella vita reale. E quindi si mette lì a programmare la maniera di riuscirvi: lasciare che le cose accadano da sole o fare a Natalia una dichiarazione «per così dire operistica e in piena regola»? «Com’è faticoso, amare, pensai. Affannarsi, progettare, ambire, non potersi accontentare della perseveranza e dell’immobilità».
Tutto è corpo qui, Rossella, e il corpo, i suoi istinti, possono portare alla crudeltà, generarla, mettere in atto così tante conseguenze irrimediabili che se uno le intuisse prima, resterebbe forse immobile. Ma il Leone di Napoli si è svegliato, è ben desto, e anche la sua scrittura (che ripercorre fatti accaduti già, certo, ma che per noi lettori accadono ora)  si fa qui concreta, spietata, focosa. La scrittura e i suoi occhi (gli occhi di cui mi hai parlato tu) puntano dritto alla carne e così durante una cena, la sera prima dell’Otello, il Leone di Napoli ci confessa di non essere stato in grado di staccare lo sguardo dalla scollatura di Natalia Manur, «che mi aveva indotto a soffermarmi per la prima volta sull’inizio dei suoi seni».
È molto grave quando si presta attenzione per la prima volta a una delle parti del corpo di una donna. Si vuole indovinarne il resto, improvvisamente arsi dal desiderio di vedene il resto. E così, dopo quella cena, mezz’ora dopo, il nostro protagonista è nella sua camera, da solo. Il balcone aperto dal quale giunge il rumore delle automobili e qualche voce aspra o iraconda o ebbra. Gli giungono anche rumori dall’interno: «chiavi che aprono altre camere, brani di conversazione nei corridoi, il bussare alla porta di un cameriere, discussioni, urla». Non sa dormire, il nostro Leone di Napoli. Pensa a Natalia. Natalia nella sua stanza, con il marito. E allora improvvisamente solleva la cornetta del telefono. È deciso a rischiare, e se gli risponderà Hieronimo Manur, riaggancerà. E così accade. La voce del marito di Natalia dice, Pronto?, e lui riaggancia. Riaggancia ma deve quietare il fantasma di Natalia e allora si decide a scendere nella hall dell’albergo per chiedere dove possa trovare «una puttana». Se la rischia così, la sua reputazione. Il portiere è rispettoso (forse abituato a tali richieste) e gli dice che se vuole può mandargli in camera «una delle massaggiatrici in pianta stabile». Il Leone di Napoli lascia una mancia e torna in camera dove, una quindicina di minuti più tardi bussa ed entra questa donna, che dice di chiamnarsi Claudine e di essere argentina sebbene parli con accento smaccatamente madrileno, e il Leone di Napoli si sente preso in giro. Per lui «ingaggiare una puttana è anche acquisire il diritto a imporre una rappresentazione» a cui però la donna non sembra sottomettersi. Claudine porta un improbabile soprabito per la stagione e un vestito color malva e si siede e accavalla le gambe e il Leone di Napoli le accarezza una coscia, ma è come distaccato. Le ha mentito anche lui dicendole di chiamarsi Eugenio e si chiede perché lo abbia fatto visto che Claudine è amica del portiere e il portiere conosce il suo vero nome (noi invece non lo conosciamo). E insomma, non va oltre, smette di acarezzare la donna perché sente di averla trattata inopportunamente e che la scena possibile, quella che si era prefigurato, con la distribuzione dei ruoli armoniosa e corretta, è andata subito distrutta. E se egli ci racconta in maniera minuziosa tutto questo (e se io lo riporto a te) è perché nel sogno di quel mattino, oltre a Dato, Natalia Manur, Hieronimo Manur e Berta, gli è apparsa anche Claudine. Per cui, Rossella, non sarebbero più soltanto in quattro a citofonarci, come fantastichi tu nella tua suggestione, ma cinque. Sei con il postino che dovrà recapitare la parola fine a questo nostro scambio epistolare. O forse sette, otto, mancando ancora tanti capitoli (e per ognuno un fantasma, un fantasma e un postino) a quel giorno, perché se da una parte vorrei che questa cosa tra noi non finisse mai, dall’altra mi sembra di desiderare il contrario: che finisse, e subito, questo “strazio”. Che, per dirla con Houellebecq, è l’estensione del dominio della lotta. Ovvero un campo di battaglia dove alla fine a vincere non è nessuno.
Dopo tutto questo tormento, ti lascio con E. E. Cummings. Sono i versi dei quali ti avevo parlato (i tuoi erano bellissimi). Puoi leggerli o ascoltarli. Con l’abat-jour accesa o spenta. Abbine cura.

 Tuo, G.

Il tuo più tenue sguardo facilmente mi aprirà

Benché abbia chiuso me stesso come dita

Sempre mi apri petalo per petalo

Come la primavera fa toccando accortamente, misteriosamente la sua prima rosa

E io non so quello che c’è in te che chiude e apre

Solo qualcosa in me comprende che è più profonda la luce dei tuoi occhi di tutte le rose

Nessuno, neanche la pioggia ha così piccole mani

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