Lupin III e Histoire d’O

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Cosa hanno in comune il cartone animato Lupin III con il celebre romanzo Histoire d’O? Apparentemente nulla, concretamente molto di più di quanto non sembri. L’amico musicista, pusher di informazioni curiose sulla storia del rock, mi ha inviato un brano particolarmente bello, sfidandomi a cogliere sia il contesto a cui faceva riferimento, sia la citazione letteraria. E poiché adoro le sfide non mi sono fatta scappare l’occasione per capire il motivo per cui fosse stata scelta proprio quella sigla per una delle anime più irriverenti e famose della tv: Lupin III.

La particolarità della colonna sonora di una serie così raffinata è il rimando a uno dei romanzi più scandalosi ma anche più conturbanti della letteratura erotica occidentale. Histoire d’O, pubblicato per la prima volta nel 1954 dalla scrittrice Dominique Aury con lo pseudonimo di Pauline Réage, è uno di quei libri che lasciano un segno indelebile sul lettore e che davvero lo catapultano in un vortice di emozioni contrastanti. Si può infatti arrivare ad amarlo follemente (come la sottoscritta che si è fatta tatuare il simbolo della trischella e bucare l’ombelico a diciotto anni per avere un anello ad imitazione di O), oppure lo si richiude subito turbati da tanta “tenera” violenza. Il legame tra la sigla The Planet O e Lupin III è simile a un nodo di shibari, gesto antico e sapiente, capace di creare un assioma singolare. Ecco cosa unisce un manga giapponese, diventato capolavoro grazie alle mani sapienti di un giovane Hayo Miyazaki, a un brano così trash e trasgressivo: il coraggio di affrontare con onestà il sottile limite tra lecito e il non lecito. Tra ciò che viene definito decente e indecente. La risposta ovviamente non è univoca, ma è complessa e poco rassicurante: occorre, infatti, un fine ragionamento sillogistico per cogliere la bellezza nel surreale. Il gruppo Daisy Daze And The Bumble Bees nel 1979 pubblica il 45 giri sulla cui copertina un alieno muscoloso troneggia su una fanciulla a terra con aria supplice. Il titolo dell’album è Planet O. E i riferimenti a Histoire d’O non si limitano solo all’immagine della copertina del disco, in cui è evidente l’iconografia della sottomissione della figura femminile, ma anche alle parole della canzone e all’atmosfera che evocano. Il romanzo, infatti, rifacendosi alle pratiche BDSM, diventa il portavoce ufficiale di un mondo trasgressivo in cui O viene iniziata fino ad annullare completamente la sua volontà. Così, le parole del testo di Planet O, rievocano le pagine iniziali del libro di Pauline Réage quando la protagonista è introdotta dall’amante Renè nelle stanze di Roissy. Il testo della canzone infatti racconta di un gruppo di pirati alieni, appassionati di sadomaso, che sbarcano sulla terra alla ricerca di belle ragazze da condurre come schiave. Questi Master intergalattici cercano di portare con sé una fanciulla che, prima riluttante all’idea di essere rapita, poi si lascia convincere senza troppe difficoltà a soddisfare le richieste degli alieni del pianeta O “Pianeta O, pianeta O..siamo pirati del pianeta O. Faremo di te una schiava. Violeremo la tua anima. Ti incateneremo, ti faremo cadere e inchinare. Ti corromperemo (o ti violenteremo), ti soddisferemo”.

Sembrano le stesse parole con cui O viene introdotta ai primi rituali. Come non pensare alla narrazione che fa la Réage delle pratiche che subisce O appena arrivata a Roissy. Dal collare e ai bracciali di cuoio imposti fino a restare per lungo tempo nuda e bendata, pronta per essere iniziata ai dolori e ai piaceri della schiavitù erotica. La fanciulla come la protagonista del romanzo all’inizio resta sorpresa e si difende da tanta brutalità “Per favore non toccarmi. Non avvicinarti”, ma la presenza maschile, sottolineata anche dal tono più cupo del coro, prevale con perentoria sentenza “Ti faremo tremare. Ti sconvolgeremo”.
Facile è ravvisare in quel “ti sconvolgeremo” l’allusione al piacere. Forse lusingata da tanta insistenza la ragazza si lascia andare e, mentre in sottofondo al coro si sentono gemiti di piacere, nell’ultima strofa della canzone è evidente l’orgasmo raggiunto dalla giovane “you.
Tie me, tie me. Halleluja. Catch me. Take me… to the planet O…, ormai completamente convinta a seguire i suoi padroni sul Pianeta O.

La domanda che sorge spontanea è se i produttori della serie italiana di Lupin III, a metà degli anni ’70, abbiano colto la sottile allusione che la colonna sonora del cartone animato faceva al classico dell’erotismo? Ovviamente all’epoca ero ancora una bambina, ma già grande fan di Lupin terzo, quello però della prima serie, dove Fujiko Mine aveva i capelli rossi e la tuta nera super sexy. Poi, ho ben presto abdicato per altre serie, quando Lupin è stato epurato dei contenuti più indiscreti ed erotizzanti, trasformandosi in un personaggio clownesco. Le avventure di Lupin III, nate dal manga di Monkey Punch nel 1967 e ispirate dal romanzo Arsène Lupin ideato dallo scrittore francese Maurice Leblanc, sono trasmesse prima in Giappone nel ’72, in Italia qualche anno più tardi (nel ’79) e destinate fin da subito, rispetto al paese del Sol Levante, a un pubblico più giovane. Nel 1987 si impone poi la nuova serie dal titolo Lupin, l’incorreggibile Lupin, completamente diversa sia nella rappresentazione dei personaggi principali sia nell’ambientazione delle vicende. Durante queste evoluzioni, è cambiata anche la sigla di apertura: così, al posto della splendida canzone dei Daisy Daze And The Bumble Bees, è stato preferito prima il testo di Franco Migliacci per la musica di Franco Micalizzi e voce di Irene Vioni (accompagnata dall’Orchestra Castellina Pasi), infine la nota sigla interpretata da Enzo Draghi. Una trasformazione che non ha di certo risparmiato i contenuti, che dagli anni settanta a fine anni ottanta, hanno subito rimaneggiamenti tali da stravolgere il messaggio originale di Monkey Punch. Non solo la figura dello stesso Lupin, privata della sua velata malinconia, è diventata più buffonesca, ma sono state eliminate completamente le scene di violenza e di nudo, che facevano di questo cartone un prodotto raffinato. Così, se Fujiko nella prima serie è una giovane scaltra e affascinante, che non disdegna gli abiti della geisha ossequiosa verso il samurai Goemon, nelle serie successive il suo personaggio perde quell’aurea ambigua per trasformarsi in una ladra senza scrupoli ma pasticciona.

In calce: si ringrazia Raffaele Del Prete, chitarrista e mio pusher di storie maledette del rock.

Ilaria Cerioli