Il libro di Gianluca Barneschi, Mafalda di Savoia. Il martirio di una principessa italiana, edito da Cantagalli, è così saturo di dettagli storici e privati di Casa Savoia in relazione ai fatidici eventi dell’armistizio del 1943, che parrebbe non esserci nulla da aggiungere. L’autore ha approfondito con tale accuratezza le condizioni in cui si incastonò la tragica vicenda di Mafalda da lasciare quasi senza fiato.
Eppure, per i lettori appassionati di quel periodo — ma non necessariamente edotti su ogni intreccio diplomatico tra i protagonisti — la lettura stimola curiosità a ogni pagina. Poiché l’autore è persona aperta al dialogo, e in virtù di una lunga amicizia, ho deciso di porgli alcuni quesiti rimasti aperti nella mia mente a lettura ultimata.
Rosanna Romanisio Amerio
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Maria José, cognata di Mafalda e moglie di Umberto II, aveva tentato, seppur in modo dilettantesco, di complottare per rovesciare Mussolini. Perché, se i suoi tentativi “alimentarono comunque i sospetti dei tedeschi”, lei rimase immune da ripercussioni?
«Semplice: perché riuscì a fuggire in Svizzera.»
Perché l’odio di Hitler si scatenò invece contro l’innocua Mafalda, che mai si interessò di politica?
«Sussisteva fin dall’inizio una fortissima antipatia reciproca, non solo con Hitler ma anche con Goebbels; un sentimento che si trasformò in vero e proprio odio. L’odio è un sentimento che tipicamente acceca: Mafalda divenne un comodo capro espiatorio, anche perché — secondo Hitler — in quanto principessa tedesca (per via del matrimonio con Philipp d’Assia), avrebbe dovuto essere totalmente fedele al regime nazista.»
Si tratta di uno di quei meccanismi che definisci “killing joke”? Quel diabolico incastro che si potrebbe tradurre con “il danno e la beffa”?
«Certamente sì. L’espressione killing joke, che ho mutuato dalla mia precedente attività di giornalista musicale, è difficilmente traducibile, ma indica una declinazione del “danno e la beffa” a livello di fatalità.»
Nel libro scrivi che Philipp d’Assia, marito di Mafalda, confidò le sue preoccupazioni sulla crisi italiana al cognato Umberto di Savoia, rimanendo “impressionato da quanto egli gli rivelò”. Cosa gli disse esattamente Umberto?
«Sulla base delle interviste realizzate con i membri della famiglia Savoia, il Principe Umberto, in quel fatale colloquio, rese edotto il cognato sul pessimismo serpeggiante in Italia — a tutti i livelli — in merito all’esito della guerra. Philipp, ingenuamente, ritenne doveroso riferirlo a Hitler: fu l’inizio della persecuzione per lui e per la moglie.»
Dunque Philipp chiese al cognato l’autorizzazione a parlarne con Hitler. Il Principe d’Assia ebbe davvero il consenso di Umberto per raccontare al Führer che il Re suo suocero meditava di destituire Mussolini?
«Sì, esattamente. Così è stato testimoniato.»
Com’è possibile che personalità del calibro di Philipp d’Assia e Umberto di Savoia non percepissero le intenzioni vendicative di Hitler?
«È una giusta osservazione, ma figlia del “senno di poi”. Nel 1943 la profondità e l’implacabilità degli intenti di Hitler non erano ancora pienamente note, anche perché le sue condizioni psicofisiche peggiorarono vistosamente proprio a partire da quell’anno.»
Quanto condizionarono i ritardi nelle comunicazioni la mancata salvezza di Mafalda, in quel suo “sconsiderato” viaggio tra Roma e Sofia per assistere la sorella Giovanna?
«Moltissimo. Ma a monte ci fu il “peccato originale” di tutta la vicenda: l’aver presunto l’immunità di Mafalda dalle vendette tedesche. Il secondo errore derivò dalla parziale informazione fornita al Sovrano nei giorni cruciali di fine agosto-inizio settembre 1943, a causa del comportamento del duo Badoglio-d’Acquarone.»
Hai scoperto i veri motivi — casuali o indotti — che portarono alla morte dello Zar Boris III di Bulgaria. Non credi che l’argomento meriterebbe una pubblicazione a sé?
«Sì, è possibile. Ho già attivato alcuni contatti con il mondo accademico bulgaro.»
Mafalda appare come una protagonista di un’antica tragedia greca: innocente, umiliata e morta per la crudeltà dei suoi aguzzini. È una definizione corretta?
«Assolutamente sì. La solitudine angosciante nella quale si trovò la Principessa, viaggiando nel centro di una tempesta perfetta, fu tremenda e inimmaginabile.»
Tu esponi fatti inediti con una prosa pacata, priva di sensazionalismi. È una scelta stilistica per lasciare al lettore la piena autonomia di giudizio?
«Il mondo e i media contemporanei sono pieni di persone che pontificano sulla base di ignoranza e faziosità. Io resto “schiavo dei fatti”. Credo che il saggista storico non debba essere un “rieducatore” né un militante che sfigura la verità. Quando si indaga, bisogna essere pronti a scoprire anche verità sgradevoli. Si chiama onestà intellettuale.»
Qual è, dunque, la dote migliore per uno storico?
«Dovrebbe essere un diligente fotografo, scevro da intenti moralistici decontestualizzati. Normalmente limito al massimo l’uso di aggettivi e avverbi: mi accontento di raccontare gli esiti delle mie indagini affinché il lettore possa formarsi un’idea autonoma.»
Un’ultima domanda: perché a livello istituzionale non esiste ancora una ricorrenza ufficiale dedicata a Mafalda di Savoia?
«È una delle tante conseguenze dell’incredibile, ma non casuale, ignoranza sui fatti del 1943-1945.»
Un ringraziamento a Gianluca Barneschi e un invito a chi ama le verità storiche a leggere questo suo imperdibile libro.