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Manu Larcenet. La strada

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Sembra proprio che La strada sia un romanzo capace di funzionare sempre, in qualsivoglia adattamento lo si proponga.

Il secco racconto di poco più di duecento pagine pubblicato nel 2006 dall’americano Cormac McCarthy (in Italia arriva nel 2007 per Einaudi), che tratteggia un cupo universo distopico e postapocalittico, ha avuto infatti l’onore di una trasposizione per il grande schermo con l’omonima pellicola firmata da John Hillcoat nel 2009.

Un prodotto che resta sostanzialmente fedele al romanzo, pur spostando millimetricamente il fuoco del racconto verso una certa rigidità.

Nel 2024, si è aggiunta un’altra versione dell’opera di McCarthy.

Questa volta a confrontarsi con il mondo apocalittico de La strada è stato Manu Larcenet, vero e proprio genio della settima arte, con un tratto capace di spaziare dal realistico al grottesco a seconda del progetto.

Motivo che di per sé già basterebbe per parlarne, anche se con immane ritardo.

Venendo proprio al graphic novel (edito da Coconino Press per la traduzione di Emanuelle Caillat), la prima cosa che si nota è come Larcenet abbia cercato di restare il più fedele possibile al dettato del narratore americano. «Credo di essere stato totalmente fedele al romanzo e all’autore» ha confermato l’autore francese in una intervista.

Tutta la sua versione de La strada gioca in effetti su una costante sottrazione della parola, che è sospensione drammatica della biografia dei personaggi del padre e del figlio, voluta assenza di ricordo verso quanto era prima il mondo e del perché non esista più, ma anche interpretazione di quanto si trova nelle pagine del romanzo.

Il mondo descritto da Larcenet è così qualcosa privato di senso, come di corpi e di natura, di vita.

Per questo «è un libro pieno di silenzi» come ha sottolineato Larcenet, precisando poi quanto la scelta fosse dichiarazione di poetica. «I lettori devono leggere il disegno come un testo. Non c’è narrazione, è il disegno che racconta. Non ci sono dialoghi, è il disegno che racconta».

Operando così il racconto – già scarno nella versione letteraria – si annida soprattutto fra i dettagli che vengono offerti dalle vignette, nel loro essere dati come elementi da interpretare fuori dal solo ordine delle parole.

L’universo doloroso o dolente, crudo, violento che fuoriesce dalle tavole colpisce con la stessa forza che trova spazio nel romanzo originale.

Probabilmente qui è la concretizzazione del paesaggio e delle situazioni che padre e figlio incontrano/vivono a rendere il tutto più tragico.

I due personaggi seguono caparbiamente la strada verso sud, un sentiero vago, con un punto di arrivo tanto certo quanto improbabile, che per un twist della memoria ricorda i borghesi che Bunuel fa percorrere ne Il fascino discreto della borghesia.

Ma se lì il grottesco permetteva una critica alla società, di quale critica Larcenet si può armare quando l’uomo ha già perso volontariamente il suo status di essere sociale e di essere umano? Tutto è già stato consumato, sembra dirci l’autore.

Ad accentuare il lato di asettica crudeltà e quindi il livello del tragico nel graphic, concorre indubbiamente l’uso potente della china. Il bianco e nero “barocco”, viene però mitigato da una variegata scala di grigi che crea profondità alle immagini e un ritmo quasi emotivo, corroborato dall’aggiunta di colori slavati (siano il verde o l’azzurro o il rosa o il giallo) concentrati in alcune vignette o in manciate di tavole.

Per chi conosce l’eclettismo grafico di Larcenet, lo stile usato per La strada potrebbe apparire sin troppo facile, con quel suo richiamare una classicità mai così evidente in altre opere.

Voglio dire che qui le tavole hanno bandito il grottesco ed è assente il caricaturale.

Credo però che anche questa scelta sia stata dettata dalla scelta di restare fedele al racconto di McCarthy.

Decisione che, oltretutto, permette di lavorare sulla frammentazione delle vignette presenti in ogni tavola, amplificando gli attimi di silenzio fra i due personaggi, accentuandone sia il dolore sia il senso di solitudine, di perdita visibile nel paesaggio brullo in cui sono incastonati. «I lettori devono leggere il disegno come un testo, quello è il mio modo di illustrare i silenzi del romanzo» insiste comunque l’autore francese.

Il ritmo lento, tragico, della narrazione, è quindi bilanciato dalle vignette con cui Larcenet costruisce il racconto. Ogni pagina le vede muoversi in un gioco continuo di macro e micro inquadrature, di frammentazioni.

Dal canto suo, il tratto realistico scelto per comporre il graphic, riprende iconograficamente qualcosa della pellicola di Hillcoat per subito distaccarsene.

Quello che leggiamo resta perciò un romanzo di McCarthy pur nell’adattamento fumettistico.

Larcenet rende con più forza alcuni passaggi della storia madre, altri ne cancella (la figura della madre, per dire, è stata praticamente elisa) per mantenere una tensione esistenziale nel rapporto che unisce un padre a suo figlio immersi in un mondo postapocalittico. Però non la stravolge, donandole invece un universo visivo che vuole esserne costola, organo interno, supporto magistrale.

È una logica “di servizio” al racconto, certo: restargli fedele pur interpretandolo. Forse uno sfoggio di virtuosismo al contrario. A leggere il graphic, non lo si trova però mai fine a se stesso, ma sempre teso a restituire felicemente verso il lettore una declinazione del pensiero mccarrthyano.

Anche per questo, se si è amata la storia originale, è probabile che dal graphic de La strada si esca come da una rilettura capace di inspessire emozioni già provate. Ma anche di vedere qualcosa sotto una nuova luce.

Per esempio la polvere. Aleggia onnipresente in ogni inquadratura, diventando per Larcenet il “tono” essenziale della storia.

Sergio Rotino

Recensione del libro La strada di Manu Larcenet, trad. Emanuelle Caillat, Coconino Press 2024,, pagg. 156, € 28,00

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