Marco Missiroli

Home / Italiani / Marco Missiroli

urlMarco Missiroli è nato a Rimini nel 1981, vive a Milano. Ha pubblicato Senza coda (Fanucci 2005; premio Campiello opera prima), e per Guanda Il buio addosso (2007), Bianco (2009; premio Comisso e premio Tondelli), Il senso dell’elefante (2012; premio Campiello Giuria dei Letterati, premio Bergamo, premio Vigevano). Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli) è il suo ultimo romanzo. Ha vinto il premio Mondello. È tradotto in Europa e negli Stati Uniti. Scrive per il Corriere della sera.

 Marco Missiroli esordisce nel 2005 con Senza coda. Come Francesca Scotti, di cui abbiamo parlato qualche mese fa, il giovane autore riminese non è mai stato una promessa della letteratura italiana. Fin dal primo romanzo pubblicato, infatti, si è posto all’attenzione della critica e dei lettori più esigenti con uno stile e una storia di assoluta qualità. Se siamo abituati, spesso, a vedere sfiorire autori che dopo l’esordio non riescono a mantenere e migliorare le doti che avevano fatto intravedere, in questo caso siamo di fronte a tutt’altro.

Ho letto i suoi testi non in ordine cronologico, e la sensazione di trovarmi di fronte a un talento naturale è stata palese. La cura quasi maniacale per i dettagli, lo stile limpido e diretto, l’essenzialità del narrare, la rinuncia a qualsiasi orpello, la radicalità delle storie, le ambientazioni che più sugli scenari si fondano su particolari emotivi, l’intreccio della trama che non lascia mai rifiatare il lettore, la caratterizzazione psicologica dei personaggi, i dialoghi sempre calibrati, la mancanza di giudizio etico sui fatti, il lambire zone oscure sono peculiarità evidenti dell’autore.

I suoi romanzi sono densi, pieni di sentimenti ed emozioni ritagliate ad arte sui protagonisti, di gesti, che compiono in realtà lontane o vicine, che danno un senso a vite quasi sempre incomplete. La sua capacità di mostrare il profondo più intimo dei personaggi è straordinaria. La “visività” dello stile è sorprendente, il romanzo come una pellicola cinematografica che si srotola elegantemente, una trama che deborda sempre in altre piccole storie mai secondarie, una frase o un atteggiamento che aprono scenari su temi fondamentali dell’esistenza.

La versatilità è senz’altro una delle qualità principali di Missiroli. L’autore riesce ad attraversare ambienti, epoche, culture e società a volte agli antipodi e personaggi di età diverse tenendo sempre saldo il timone, senza tentennamenti, portando il lettore verso lidi certi ma mai scontati.

Se di una mancanza si può parlare, bisogna ammettere che non tutti i suoi romanzi partono col piede giusto: in alcuni la carburazione è un po’ troppo lenta, come se l’autore facesse fatica a prendere il ritmo.

Leggerezza e raffinatezza, scrittura colta ma mai pedante, le citazioni presenti nei suoi scritti non infastidiscono perché non sono mai espedienti meramente estetici. Le trame e le strutture narrative sono sempre ben studiate e si dipanano con omogeneità ed eleganza, la gestione dei personaggi è impeccabile. L’evoluzione dello stile e della padronanza degli strumenti narrativi sono chiari e danno la misura della modestia con cui questo giovane scrittore continua a lavorare su se stesso: un’ulteriore garanzia – se ce ne fosse bisogno – per aspettarsi una brillante carriera costellata da nuove perle letterarie.

Alla fine dell’articolo troverete una breve intervista con l’autore e due interventi di Giorgio Fontana e Francesca Scotti.

Le opere

L’esordio di Marco è datato 2005. Senza coda, edito da Fanucci, è un testo che contiene già tutte le cifre stilistiche e narrative che l’autore riminese porterà avanti nelle successive opere.

La trama del romanzo è lineare e apparentemente semplice. Nel sud Italia, in una città vicina a un vulcano e al mare, vive un bambino di nome Pietro. Ha due amici, un suo compagno di scuola, Luigi, e un anziano giardiniere che lavora per il padre, Nino. D’estate i due amici danno la caccia alle lucertole, a cui tagliano la coda che conservano sotto spirito in dei barattoli. Il contesto apparentemente magico viene sconvolto dal padre di Pietro, un criminale che non esce quasi mai di casa, che è spesso violento con la moglie e con il figlio. Ogni tanto dà una busta chiusa a Pietro, da consegnare a Carmine, essere orribile nel fisico quanto nelle azioni. La curiosità dei due bambini, però, li porta a voler vedere cosa c’è nella busta. Qui mi fermo per non togliere quell’alone di mistero che senza dubbio fa parte delle dinamiche del testo.

Apparentemente semplice, dicevo, perché Marco Missiroli costella la narrazione di dettagli ambientali, caratteriali e psicologici che danno al romanzo la capacità di trasmettere profumi, sensazioni ed emozioni. I rapporti relazionali dei personaggi sono curati con attenzione, i gesti e le parole di ognuno vengono calate in una realtà che niente ha da invidiare alla vita quotidiana, i paesaggi sembrano spesso proiezioni dello stato d’animo dei protagonisti.

Il gelo della violenza e il calore della spensieratezza sono resi con abilità, con parole sempre misurate con cui il giovane scrittore riesce a rendere semplice il complicato. Nonostante sia il suo romanzo d’esordio, è sorprendente lo stile pulito, i dialoghi sempre centrati, l’essenzialità della narrazione, la gestione della storia anche nei momenti in cui l’azione è meno presente, il ritmo omogeneo e uniforme. È uno dei romanzi in cui Missiroli stenta meno a far entrare il lettore nella vicenda.

Il meridione italiano della metà, o poco più, del secolo scorso è reso in maniera magistrale. A ventiquattro anni, l’autore dimostra di possedere una maturità e una capacità narrativa al di fuori del comune.

Il 2007 è l’anno di Il buio addosso. La scena cambia completamente, e ci porta in un tempo indefinito e in un ambiente fantastico. R. è un paese immaginario che prospera grazie alla sua lana la cui perfezione garantisce alla popolazione il benessere. A un certo punto, senza un apparente motivo, la lana perde la sua purezza. I cittadini non trovano di meglio, per cercare di tornare all’antico splendore, che eliminare ogni imperfezione fisica: così decidono di sopprimere con la “polvere dolce” i bambini nati con qualsiasi handicap. Ma quando il sindaco della città diventa padre di una bimba con una gamba più corta e più piccola, convince il Consiglio a risparmiarla. La condizione è che non esca mai da casa. La “zoppa” cresce dietro i vetri della sua casa, curiosa del mondo esterno senza la possibilità di giocare con gli altri bambini e di andare a scuola. Il padre ospiterà anche un altro bambino, Nunù, ritardato mentale che perde il padre e che viveva nella foresta. Il sindaco riesce a rompere il totale isolamento dei due convincendo il Consiglio a far istruire i ragazzi da un maestro. Col tempo la prigionia dei ragazzini diventa insostenibile e i due uomini decidono di farli uscire sfidando il Consiglio.

Dopo qualche tempo ritroviamo la zoppa e Nunù reclusi nella torre del paese, da cui non possono uscire. Battono le ore suonando le campane, sempre accusati dai propri concittadini di essere la causa delle disgrazie del paese.

I temi affrontati sono di grande complessità. Il diverso, l’ignoranza, la superstizione, il bigottismo, la mancanza di tolleranza sono argomenti toccati con una leggerezza che nulla toglie alla profondità. Lo stile è limpido e risoluto, il ritmo uniforme e la storia si dipana senza cadute di tensione. L’unico limite, come in precedenza accennato, è forse un inizio non all’altezza del resto in cui il lettore fatica a entrare nella vicenda. Ma poi l’intreccio coinvolge portando a una lettura che è alimentata dal mestiere dell’autore, che senza mai avventurarsi in sterili personalismi ci guida verso un finale che è un degno compendio a una vicenda che può essere comodamente sovrapposta sulla società odierna.

Con Bianco Marco Missiroli rompe gli ultimi indugi. Si presenta con un gran romanzo ambientato nell’America meridionale e racconta una storia di razzismo. Come molti altri, anch’io sono rimasto sbalordito dalla potenza della storia, dall’accuratezza dell’ambientazione, dalla perfezione dei personaggi, dalla profondità con cui sono analizzati i loro trascorsi e i loro rapporti interpersonali, dai dialoghi che sono di una linearità che replica perfettamente la vita quotidiana, da uno stile sobrio che non lascia niente al caso. Il salto di qualità è evidente e il paragone con la grande narrativa americana Faulkneriana non è fuori luogo. È straordinaria la maturità di un ventottenne che si lancia in una sfida letteraria che ben pochi scrittori più affermati si siano mai sognati di affrontare. Tutto è equilibrato, l’inizio è sfolgorante e rapisce il lettore, i dettagli sono curati con una professionalità esasperante. Ci troviamo di fronte a un impianto narrativo e a una struttura che richiama i grandi della letteratura, un trionfo di stile, raffinatezza e garbo. Perché se la storia è crudele, e non poteva essere altrimenti, lo scrittore riminese affonda il bisturi con mestiere, lasciando intravedere gradualmente al lettore.

Nella via abitata da Moses Carpenter, vecchio vedovo a capo del clan dei bianchi che odia i “negri”, nella casa vicina alla sua che è stata per anni vuota, si stabilisce una famiglia mista. Lei, bellissima donna bianca del nord, quasi eterea, il marito nero di lei, Nimrod Nolan, e il loro piccolo figlio che ha preso la pelle dal padre. Lo sconcerto della comunità è enorme, l’obiettivo di cacciarli via con le buone o con le cattive diventa sempre più concreto. C’è anche la madre di Nolan, la grassa Miss Betty, alla soglia della morte per un male incurabile, che sarà la persona della famiglia che interagirà di più con Moses, il vecchio vedovo che ha nostalgia della tenera moglie, parla solo col suo canarino come il figlio della coppia parla con un pupazzetto pellerossa di plastica. I trascorsi del vecchio vengono piano piano alla luce, e non sono certamente rosei come si poteva pensare.

Un incontro, quello con la famiglia mista, che segnerà profondamente Mose Carpenter portandolo a riconsiderare in chiave diversa la sua esistenza.

Il senso dell’elefante esce nel 2012 per Guanda, probabilmente il romanzo in cui Missiroli scava più profondamente nell’animo dei personaggi. L’azione rimane in secondo piano e sono i dettagli dei loro gesti e dei loro pensieri a confezionare una storia di sentimenti che trovano l’apice nell’amore paterno. Un amore affrontato a trecentosessanta gradi: padri che non hanno ancora conosciuto i propri figli, altri che oltre ai loro (presunti) figli curano bambini allo stadio terminale, altri ancora che non si sono rivelati. C’è la disperata richiesta di aiuto di genitori che non vogliono vedere più soffrire i loro cari. Oltre a questi, c’è l’amore (apparentemente) fraterno tra amici, tra persone dello stesso sesso, di una madre per il figlio ritardato mentale. E non finisce qui perché l’amore, e Marco Missiroli lo sa bene, è un sentimento così forte e spesso così incondizionato da poter essere accostato alla morte. E qui si apre un altro tema fondamentale del testo: la morte e le sue diverse sfaccettature. Si può morire per scelta, per amore, per malattia, per eutanasia o per incidente ma la fine di un essere umano è sempre un dramma definitivo.

La carne al fuoco è parecchia, la storia è crudele, a volte spietata, e mette a nudo le vite di personaggi che non sono state mai felici. Un’analisi lucida di sentimenti che travalicano la quotidianità, che riempiono esistenze disperate, i cui protagonisti si aggrappano a ogni minima possibilità di redenzione. Gesti e decisioni estreme o amori incondizionati – come quello degli elefanti che badano al gruppo senza tener conto della parentela – che possono non essere risolutivi.

La scrittura è essenziale come sempre, a volte algida, in una storia che si dipana prendendo mille strade senza che lo scrittore perda mai la bussola. Concreto e diretto, lo stile ci guida nelle pieghe più intime di personaggi che sentiamo vicini, che ci sembra di conoscere. È con la realtà che fa i conti il lettore, una realtà a volte spaventosa.

Pietro, un ex prete, si trasferisce da Rimini a Milano per lavorare come portinaio in un condominio. Lì vive Luca, il figlio che non ha mai conosciuto, insieme alla famiglia. Lavora come pediatra nel reparto di oncologia di un ospedale. Riccardo, amico fraterno di Luca, Paola e suo figlio Ferdinando, l’avvocato omosessuale amministratore del condominio, Lorenzo, un bambino in cura da Luca, un uomo che chiede pietà per sé e per il figlio ridotto ormai da tempo allo stato vegetale: tutte storie che si intrecciano in un susseguirsi di eventi che lasciano incollati al libro. Un romanzo che, ne sono convinto, non lascerà indifferente nessuno.

Atti osceni in luogo privato è l’ultima fatica di Missiroli. Ho letto pareri contrastanti sul romanzo che personalmente trovo il migliore dello scrittore riminese. Come al solito, l’autore è sempre diverso da sé, non si ripete mai. Se è vero che ci troviamo di fronte a una trama più lineare, a una storia meno complessa, a dei personaggi forse meno “complicati”, è anche vero che tutto è centrato sull’economia della storia. Una storia di formazione che parte dall’infanzia di Libero, il protagonista, per accompagnarlo fino all’adultità. Sono l’educazione sessuale, sentimentale e letteraria i cardini della crescita di Libero. Di donne importanti ce ne saranno tante nella sua vita: Marie, una bibliotecaria di diciannove anni più grande di lui, che l’accompagnerà per tutto il tragitto, o come Lunette, la sorella di un suo amico che gli fa scoprire il sesso, l’amore e il tradimento, oppure ancora Frida, collega di lavoro con cui avrà una scialba relazione. O Anna, con cui terminerà la sua avventura.

Anche il padre del protagonista riveste un’importanza fondamentale, nonostante la sua scomparsa prematura. Un uomo colto, discreto e spesso complice che fa da contraltare a una madre più invadente a cui Libero solo col tempo perdonerà la responsabilità di aver rotto il matrimonio.

Il romanzo è ambientato in una Parigi bohemien e in una Milano industriosa. Molte sono le citazioni letterarie e cinematografiche, una mappa che segna le tappe della formazione di Libero.

Tutte le caratteristiche di cui ho parlato nei romanzi precedenti sono presenti anche in Atti osceni, ma sviluppate. Lo stile è fluido, le parole sempre calibrate, il non detto assume tanta importanza quanto l’esplicito, l’omogeneità del ritmo mantiene sempre un livello elevato, l’inizio è superbo e il resto della narrazione mantiene intatte le aspettative del lettore, i personaggi sono caratterizzati da tratti decisi. La trama si snoda senza cadute di tono, il lettore rimane inchiodato alle pagine nonostante Missiroli usi molto meno lo strumento del “mistero” per monopolizzare l’attenzione. Un libro che parla di amore, morte e resurrezione. Niente di nuovo, dirà qualcuno. Ma se la forma e lo stile fanno ormai indiscutibilmente parte del prodotto quanto il contenuto, l’autore assembla il tutto con professionalità straordinaria, con una maturità che gli impedisce di uscire dal seminato, con una modestia che è pari solo alla sue smisurate capacità letterarie.

Se qualcuno avesse il dubbio che mi stia perdendo in elogi esagerati non dovrà far altro che prendere un qualsiasi romanzo di Marco Missiroli. E leggerlo.

 #

Otto domande a Marco Missiroli

Quello che più mi ha colpito, nella tua narrativa, è la sua diversità. Nei tuoi cinque romanzi affronti ambienti, epoche e protagonisti differenti. Come sei riuscito a entrare in periodi che non hai vissuto personalmente e a dare voce a personaggi che hanno un’età così lontana dalla tua e che non hai ancora vissuto?

È un argomento complesso, per anni mi sono chiesto se scrivere storie volesse dire solo raccontare. Così i miei primi romanzi raccontano una storia, con un forte studio alle spalle. La mafia, l’eutanasia, il Ku Klux Klan sono tre dimensioni che ho assorbito sui libri e nei luoghi dove avvenivano, con le persone che le vivevano. Ho cercato di farlo, scrivendo romanzi attraverso il reale. Ciò che mi interessava davvero erano le dinamiche emotive, sentimentale e relazionali in questi contesti: sono queste dinamiche il timone, non l’ambientazione. Poi, dopo “Bianco”, il mio romanzo più distante e più vicino, forse quello tecnicamente più riuscito, qualcosa è cambiato: non erano più romanzi attraverso il reale, ma sul reale. Milano, la menzogna, la solitudine di una vita contemporanea, le vie di fuga da un se stesso prossimo. Tutto questo era molto più sul presente e partendo da me stesso, con l’obbligo di evitare “l’ombelico” del narratore. Non c’è una direzione premeditata che mi sposta da una storia all’altra, ma una scelta emotiva che risponde a una domanda: quale storia ho più voglia di raccontare?

E per le ambientazioni hai scelto posti che hai visitato o hai fatto un lavoro di documentazione?

Vado sul posto, studio molto. Diciamo che sono abbastanza perfezionista da questo punto di vista, soprattutto dopo un errore trovato in Bianco a un mese dalla stampa: era una leggerezza che a domino spostava la narrazione. Da qual momento ho alzato ancora di più la cura, per quanto posso, dei dettagli.

Il rapporto genitori figli è, credo, uno dei temi più presenti nella tua narrativa. C’è un motivo particolare?

Mi interessa la trasmissione che i genitori vorrebbero avere con i figli che non avviene. L’eredità mancata, il patrimonio non percepito o stravolto. I corti circuiti famigliari sottili sono un buon territorio narrativo, con le conseguenti correzioni emotive. Chissà poi perché, non ho genitori separati o in conflitto, forse è stata la paura di averli avuti, come alcuni dei miei amici d’infanzia. Ho lavorato inconsciamente su quello spavento.

Ho letto da qualche parte che sei stato un lettore tardivo. Che cosa ha fatto scattare la molla?

La solitudine, accorgermi che il contesto di divertimento dei miei coetanei mi dava poco o niente. Mi sono andato a trovare altri mondi, dove avevo capito che ce n’erano a bizzeffe: nei libri, nei film. Così ho recuperato, anche se un lettore tardivo rimane un lettore tardivo. Ha sempre una distanza da colmare atavica, iscritta, quasi riprodotta di ogni giorno. Così leggo, leggo, leggo. Sono una specie di resiliente letterario.

Com’è, oggi, il tuo rapporto quotidiano con la letteratura?

Pochi quotidiani, molti romanzi stranieri: francesi, americani soprattutto. Per gli italiani vado sui classici contemporanei e moderni. Ogni tanto recupero un classicone ma non ho così tanta resistenza, non potrei mai lavorare di testa solo sulle pietre miliari della letteratura.

Che cosa pensi della letteratura italiana di oggi? C’è qualche autore che segui con più interesse?

Non è vero che dopo Calvino è morta. Questo mi fa sorridere, Avanti Calvino e Dopo Calvino. La letteratura, anche come lettore, va contestualizzata nell’epoca in cui è prodotta. Siamo in un tempo inflazionato dalle pubblicazioni e dai traumi, questo ha prodotto un’omogeneità di temi da cui è un po’ difficile dipanarsi. Ammaniti rimane un talento mostruoso, come pochi a livello italiano. Che piaccia o no, tenta sempre di alzare l’asticella. E poi Giorgio Fontana, che ha una moralità narrativa marcata e potente.

I corsi di scrittura. Pensi che siano utili o indispensabili per uno scrittore?

Ne ho abbandonato malamente uno prima di scrivere, ora insegno: la questione non è cosa si impara, ma quanti dubbi indispensabili ti lasciano. Il dubbio sulla propria narrativa, se costruttivo, può farti trovare l’impeto narrativo.

Domanda di rito. Progetti nel cassetto?

Nessun progetto. Atti osceni in luogo privato mi ha svuotato. Ora mi voglio concentrare sulla non progettualità, che è uno dei pochi modi che conosco per restare in ascolto di una storia davvero necessaria.

Dicono di Marco Missiroli:

Giorgio Fontana

Forse la capacità di Marco che ho sempre ammirato di più (e poco segretamente invidiato) è il modo in cui crea e mette in scena i personaggi. Come li fa interagire, portando sempre avanti la storia con compattezza e senza sbavature. E’ un talento niente affatto banale – direi anzi che si tratta del talento principale di uno scrittore. Penso in particolare al suo romanzo che più amo, Bianco: Moses è un personaggio veramente colossale, con un carico di contraddizioni e una storia passata che metterebbe ansia a chiunque quando si tratta di gestirla sulla pagina. Eppure a Marco esce tutto naturale: il risultato non ha nulla di forzato o di finto. Lo stesso vale per il Libero Marsell di Atti osceni: oltre a essere di per sé un bellissimo protagonista, ha una sorta di forza gravitazionale per cui attrae o respinge gli altri personaggi creando un cosmo in cui ognuno di essi ha una propria dignità, o potrebbe emergere come protagonista di una storia parallela (il padre e Marie, per esempio). Poi essendo suo amico e discutendo con lui praticamente ogni pagina delle nostre rispettive narrative, queste cose gliele dico spesso. Insieme a tante altre che ci teniamo per noi.

Francesca Scotti

Dalle sue prime parole narrative di Senza Coda al suo romanzo (con tutte le lettere maiuscole!) Atti osceni in luogo privato ho sempre seguito, letto, metabolizzato, e molto apprezzato la scrittura di Marco Missiroli. La sua decostruzione e ricostruzione dei sentimenti – senza che in questo processo vada perso nulla, anzi – le dolcezze, le paure, i pudori e le sfrontatezze dei suoi personaggi. L’amore, gli amori. Il suo affondare nelle storie per raccontarle con autenticità e letteratura che, libro dopo libro, ho potuto vedere farsi più nitido e preciso. Il suo stile, diventare voce e suono. Mi tuffo sicura fra le righe di Marco Missiroli perché so che, oltre le parole fresche, le onde emotive delle sue storie, gli abissi viscerali, riemergerò stringendo una perla.

Marco Missiroli

Di Roberto Sturm

Marco Missiroli è nato a Rimini nel 1981, vive a Milano. Ha pubblicato Senza coda (Fanucci 2005; premio Campiello opera prima), e per Guanda Il buio addosso (2007), Bianco (2009; premio Comisso e premio Tondelli), Il senso dell’elefante (2012; premio Campiello Giuria dei Letterati, premio Bergamo, premio Vigevano). Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli) è il suo ultimo romanzo. Ha vinto il premio Mondello. È tradotto in Europa e negli Stati Uniti. Scrive per il Corriere della sera.

Marco Missiroli esordisce nel 2005 con Senza coda. Come Francesca Scotti, di cui abbiamo parlato qualche mese fa, il giovane autore riminese non è mai stato una promessa della letteratura italiana. Fin dal primo romanzo pubblicato, infatti, si è posto all’attenzione della critica e dei lettori più esigenti con uno stile e una storia di assoluta qualità. Se siamo abituati, spesso, a vedere sfiorire autori che dopo l’esordio non riescono a mantenere e migliorare le doti che avevano fatto intravedere, in questo caso siamo di fronte a tutt’altro.

Ho letto i suoi testi non in ordine cronologico, e la sensazione di trovarmi di fronte a un talento naturale è stata palese. La cura quasi maniacale per i dettagli, lo stile limpido e diretto, l’essenzialità del narrare, la rinuncia a qualsiasi orpello, la radicalità delle storie, le ambientazioni che più sugli scenari si fondano su particolari emotivi, l’intreccio della trama che non lascia mai rifiatare il lettore, la caratterizzazione psicologica dei personaggi, i dialoghi sempre calibrati, la mancanza di giudizio etico sui fatti, il lambire zone oscure sono peculiarità evidenti dell’autore.

I suoi romanzi sono densi, pieni di sentimenti ed emozioni ritagliate ad arte sui protagonisti, di gesti, che compiono in realtà lontane o vicine, che danno un senso a vite quasi sempre incomplete. La sua capacità di mostrare il profondo più intimo dei personaggi è straordinaria. La “visività” dello stile è sorprendente, il romanzo come una pellicola cinematografica che si srotola elegantemente, una trama che deborda sempre in altre piccole storie mai secondarie, una frase o un atteggiamento che aprono scenari su temi fondamentali dell’esistenza.

La versatilità è senz’altro una delle qualità principali di Missiroli. L’autore riesce ad attraversare ambienti, epoche, culture e società a volte agli antipodi e personaggi di età diverse tenendo sempre saldo il timone, senza tentennamenti, portando il lettore verso lidi certi ma mai scontati.

Se di una mancanza si può parlare, bisogna ammettere che non tutti i suoi romanzi partono col piede giusto: in alcuni la carburazione è un po’ troppo lenta, come se l’autore facesse fatica a prendere il ritmo.

Leggerezza e raffinatezza, scrittura colta ma mai pedante, le citazioni presenti nei suoi scritti non infastidiscono perché non sono mai espedienti meramente estetici. Le trame e le strutture narrative sono sempre ben studiate e si dipanano con omogeneità ed eleganza, la gestione dei personaggi è impeccabile. L’evoluzione dello stile e della padronanza degli strumenti narrativi sono chiari e danno la misura della modestia con cui questo giovane scrittore continua a lavorare su se stesso: un’ulteriore garanzia – se ce ne fosse bisogno – per aspettarsi una brillante carriera costellata da nuove perle letterarie.

Alla fine dell’articolo troverete una breve intervista con l’autore e due interventi di Giorgio Fontana e Francesca Scotti.

Le opere

L’esordio di Marco è datato 2005. Senza coda, edito da Fanucci, è un testo che contiene già tutte le cifre stilistiche e narrative che l’autore riminese porterà avanti nelle successive opere.

La trama del romanzo è lineare e apparentemente semplice. Nel sud Italia, in una città vicina a un vulcano e al mare, vive un bambino di nome Pietro. Ha due amici, un suo compagno di scuola, Luigi, e un anziano giardiniere che lavora per il padre, Nino. D’estate i due amici danno la caccia alle lucertole, a cui tagliano la coda che conservano sotto spirito in dei barattoli. Il contesto apparentemente magico viene sconvolto dal padre di Pietro, un criminale che non esce quasi mai di casa, che è spesso violento con la moglie e con il figlio. Ogni tanto dà una busta chiusa a Pietro, da consegnare a Carmine, essere orribile nel fisico quanto nelle azioni. La curiosità dei due bambini, però, li porta a voler vedere cosa c’è nella busta. Qui mi fermo per non togliere quell’alone di mistero che senza dubbio fa parte delle dinamiche del testo.

Apparentemente semplice, dicevo, perché Marco Missiroli costella la narrazione di dettagli ambientali, caratteriali e psicologici che danno al romanzo la capacità di trasmettere profumi, sensazioni ed emozioni. I rapporti relazionali dei personaggi sono curati con attenzione, i gesti e le parole di ognuno vengono calate in una realtà che niente ha da invidiare alla vita quotidiana, i paesaggi sembrano spesso proiezioni dello stato d’animo dei protagonisti.

Il gelo della violenza e il calore della spensieratezza sono resi con abilità, con parole sempre misurate con cui il giovane scrittore riesce a rendere semplice il complicato. Nonostante sia il suo romanzo d’esordio, è sorprendente lo stile pulito, i dialoghi sempre centrati, l’essenzialità della narrazione, la gestione della storia anche nei momenti in cui l’azione è meno presente, il ritmo omogeneo e uniforme. È uno dei romanzi in cui Missiroli stenta meno a far entrare il lettore nella vicenda.

Il meridione italiano della metà, o poco più, del secolo scorso è reso in maniera magistrale. A ventiquattro anni, l’autore dimostra di possedere una maturità e una capacità narrativa al di fuori del comune.

Il 2007 è l’anno di Il buio addosso. La scena cambia completamente, e ci porta in un tempo indefinito e in un ambiente fantastico. R. è un paese immaginario che prospera grazie alla sua lana la cui perfezione garantisce alla popolazione il benessere. A un certo punto, senza un apparente motivo, la lana perde la sua purezza. I cittadini non trovano di meglio, per cercare di tornare all’antico splendore, che eliminare ogni imperfezione fisica: così decidono di sopprimere con la “polvere dolce” i bambini nati con qualsiasi handicap. Ma quando il sindaco della città diventa padre di una bimba con una gamba più corta e più piccola, convince il Consiglio a risparmiarla. La condizione è che non esca mai da casa. La “zoppa” cresce dietro i vetri della sua casa, curiosa del mondo esterno senza la possibilità di giocare con gli altri bambini e di andare a scuola. Il padre ospiterà anche un altro bambino, Nunù, ritardato mentale che perde il padre e che viveva nella foresta. Il sindaco riesce a rompere il totale isolamento dei due convincendo il Consiglio a far istruire i ragazzi da un maestro. Col tempo la prigionia dei ragazzini diventa insostenibile e i due uomini decidono di farli uscire sfidando il Consiglio.

Dopo qualche tempo ritroviamo la zoppa e Nunù reclusi nella torre del paese, da cui non possono uscire. Battono le ore suonando le campane, sempre accusati dai propri concittadini di essere la causa delle disgrazie del paese.

I temi affrontati sono di grande complessità. Il diverso, l’ignoranza, la superstizione, il bigottismo, la mancanza di tolleranza sono argomenti toccati con una leggerezza che nulla toglie alla profondità. Lo stile è limpido e risoluto, il ritmo uniforme e la storia si dipana senza cadute di tensione. L’unico limite, come in precedenza accennato, è forse un inizio non all’altezza del resto in cui il lettore fatica a entrare nella vicenda. Ma poi l’intreccio coinvolge portando a una lettura che è alimentata dal mestiere dell’autore, che senza mai avventurarsi in sterili personalismi ci guida verso un finale che è un degno compendio a una vicenda che può essere comodamente sovrapposta sulla società odierna.

Con Bianco Marco Missiroli rompe gli ultimi indugi. Si presenta con un gran romanzo ambientato nell’America meridionale e racconta una storia di razzismo. Come molti altri, anch’io sono rimasto sbalordito dalla potenza della storia, dall’accuratezza dell’ambientazione, dalla perfezione dei personaggi, dalla profondità con cui sono analizzati i loro trascorsi e i loro rapporti interpersonali, dai dialoghi che sono di una linearità che replica perfettamente la vita quotidiana, da uno stile sobrio che non lascia niente al caso. Il salto di qualità è evidente e il paragone con la grande narrativa americana Faulkneriana non è fuori luogo. È straordinaria la maturità di un ventottenne che si lancia in una sfida letteraria che ben pochi scrittori più affermati si siano mai sognati di affrontare. Tutto è equilibrato, l’inizio è sfolgorante e rapisce il lettore, i dettagli sono curati con una professionalità esasperante. Ci troviamo di fronte a un impianto narrativo e a una struttura che richiama i grandi della letteratura, un trionfo di stile, raffinatezza e garbo. Perché se la storia è crudele, e non poteva essere altrimenti, lo scrittore riminese affonda il bisturi con mestiere, lasciando intravedere gradualmente al lettore.

Nella via abitata da Moses Carpenter, vecchio vedovo a capo del clan dei bianchi che odia i “negri”, nella casa vicina alla sua che è stata per anni vuota, si stabilisce una famiglia mista. Lei, bellissima donna bianca del nord, quasi eterea, il marito nero di lei, Nimrod Nolan, e il loro piccolo figlio che ha preso la pelle dal padre. Lo sconcerto della comunità è enorme, l’obiettivo di cacciarli via con le buone o con le cattive diventa sempre più concreto. C’è anche la madre di Nolan, la grassa Miss Betty, alla soglia della morte per un male incurabile, che sarà la persona della famiglia che interagirà di più con Moses, il vecchio vedovo che ha nostalgia della tenera moglie, parla solo col suo canarino come il figlio della coppia parla con un pupazzetto pellerossa di plastica. I trascorsi del vecchio vengono piano piano alla luce, e non sono certamente rosei come si poteva pensare.

Un incontro, quello con la famiglia mista, che segnerà profondamente Mose Carpenter portandolo a riconsiderare in chiave diversa la sua esistenza.

Il senso dell’elefante esce nel 2012 per Guanda, probabilmente il romanzo in cui Missiroli scava più profondamente nell’animo dei personaggi. L’azione rimane in secondo piano e sono i dettagli dei loro gesti e dei loro pensieri a confezionare una storia di sentimenti che trovano l’apice nell’amore paterno. Un amore affrontato a trecentosessanta gradi: padri che non hanno ancora conosciuto i propri figli, altri che oltre ai loro (presunti) figli curano bambini allo stadio terminale, altri ancora che non si sono rivelati. C’è la disperata richiesta di aiuto di genitori che non vogliono vedere più soffrire i loro cari. Oltre a questi, c’è l’amore (apparentemente) fraterno tra amici, tra persone dello stesso sesso, di una madre per il figlio ritardato mentale. E non finisce qui perché l’amore, e Marco Missiroli lo sa bene, è un sentimento così forte e spesso così incondizionato da poter essere accostato alla morte. E qui si apre un altro tema fondamentale del testo: la morte e le sue diverse sfaccettature. Si può morire per scelta, per amore, per malattia, per eutanasia o per incidente ma la fine di un essere umano è sempre un dramma definitivo.

La carne al fuoco è parecchia, la storia è crudele, a volte spietata, e mette a nudo le vite di personaggi che non sono state mai felici. Un’analisi lucida di sentimenti che travalicano la quotidianità, che riempiono esistenze disperate, i cui protagonisti si aggrappano a ogni minima possibilità di redenzione. Gesti e decisioni estreme o amori incondizionati – come quello degli elefanti che badano al gruppo senza tener conto della parentela – che possono non essere risolutivi.

La scrittura è essenziale come sempre, a volte algida, in una storia che si dipana prendendo mille strade senza che lo scrittore perda mai la bussola. Concreto e diretto, lo stile ci guida nelle pieghe più intime di personaggi che sentiamo vicini, che ci sembra di conoscere. È con la realtà che fa i conti il lettore, una realtà a volte spaventosa.

Pietro, un ex prete, si trasferisce da Rimini a Milano per lavorare come portinaio in un condominio. Lì vive Luca, il figlio che non ha mai conosciuto, insieme alla famiglia. Lavora come pediatra nel reparto di oncologia di un ospedale. Riccardo, amico fraterno di Luca, Paola e suo figlio Ferdinando, l’avvocato omosessuale amministratore del condominio, Lorenzo, un bambino in cura da Luca, un uomo che chiede pietà per sé e per il figlio ridotto ormai da tempo allo stato vegetale: tutte storie che si intrecciano in un susseguirsi di eventi che lasciano incollati al libro. Un romanzo che, ne sono convinto, non lascerà indifferente nessuno.

Atti osceni in luogo privato è l’ultima fatica di Missiroli. Ho letto pareri contrastanti sul romanzo che personalmente trovo il migliore dello scrittore riminese. Come al solito, l’autore è sempre diverso da sé, non si ripete mai. Se è vero che ci troviamo di fronte a una trama più lineare, a una storia meno complessa, a dei personaggi forse meno “complicati”, è anche vero che tutto è centrato sull’economia della storia. Una storia di formazione che parte dall’infanzia di Libero, il protagonista, per accompagnarlo fino all’adultità. Sono l’educazione sessuale, sentimentale e letteraria i cardini della crescita di Libero. Di donne importanti ce ne saranno tante nella sua vita: Marie, una bibliotecaria di diciannove anni più grande di lui, che l’accompagnerà per tutto il tragitto, o come Lunette, la sorella di un suo amico che gli fa scoprire il sesso, l’amore e il tradimento, oppure ancora Frida, collega di lavoro con cui avrà una scialba relazione. O Anna, con cui terminerà la sua avventura.

Anche il padre del protagonista riveste un’importanza fondamentale, nonostante la sua scomparsa prematura. Un uomo colto, discreto e spesso complice che fa da contraltare a una madre più invadente a cui Libero solo col tempo perdonerà la responsabilità di aver rotto il matrimonio.

Il romanzo è ambientato in una Parigi bohemien e in una Milano industriosa. Molte sono le citazioni letterarie e cinematografiche, una mappa che segna le tappe della formazione di Libero.

Tutte le caratteristiche di cui ho parlato nei romanzi precedenti sono presenti anche in Atti osceni, ma sviluppate. Lo stile è fluido, le parole sempre calibrate, il non detto assume tanta importanza quanto l’esplicito, l’omogeneità del ritmo mantiene sempre un livello elevato, l’inizio è superbo e il resto della narrazione mantiene intatte le aspettative del lettore, i personaggi sono caratterizzati da tratti decisi. La trama si snoda senza cadute di tono, il lettore rimane inchiodato alle pagine nonostante Missiroli usi molto meno lo strumento del “mistero” per monopolizzare l’attenzione. Un libro che parla di amore, morte e resurrezione. Niente di nuovo, dirà qualcuno. Ma se la forma e lo stile fanno ormai indiscutibilmente parte del prodotto quanto il contenuto, l’autore assembla il tutto con professionalità straordinaria, con una maturità che gli impedisce di uscire dal seminato, con una modestia che è pari solo alla sue smisurate capacità letterarie.

Se qualcuno avesse il dubbio che mi stia perdendo in elogi esagerati non dovrà far altro che prendere un qualsiasi romanzo di Marco Missiroli. E leggerlo.

Otto domande a Marco Missiroli

Quello che più mi ha colpito, nella tua narrativa, è la sua diversità. Nei tuoi cinque romanzi affronti ambienti, epoche e protagonisti differenti. Come sei riuscito a entrare in periodi che non hai vissuto personalmente e a dare voce a personaggi che hanno un’età così lontana dalla tua e che non hai ancora vissuto?

È un argomento complesso, per anni mi sono chiesto se scrivere storie volesse dire solo raccontare. Così i miei primi romanzi raccontano una storia, con un forte studio alle spalle. La mafia, l’eutanasia, il Ku Klux Klan sono tre dimensioni che ho assorbito sui libri e nei luoghi dove avvenivano, con le persone che le vivevano. Ho cercato di farlo, scrivendo romanzi attraverso il reale. Ciò che mi interessava davvero erano le dinamiche emotive, sentimentale e relazionali in questi contesti: sono queste dinamiche il timone, non l’ambientazione. Poi, dopo “Bianco”, il mio romanzo più distante e più vicino, forse quello tecnicamente più riuscito, qualcosa è cambiato: non erano più romanzi attraverso il reale, ma sul reale. Milano, la menzogna, la solitudine di una vita contemporanea, le vie di fuga da un se stesso prossimo. Tutto questo era molto più sul presente e partendo da me stesso, con l’obbligo di evitare “l’ombelico” del narratore. Non c’è una direzione premeditata che mi sposta da una storia all’altra, ma una scelta emotiva che risponde a una domanda: quale storia ho più voglia di raccontare?

E per le ambientazioni hai scelto posti che hai visitato o hai fatto un lavoro di documentazione?

Vado sul posto, studio molto. Diciamo che sono abbastanza perfezionista da questo punto di vista, soprattutto dopo un errore trovato in Bianco a un mese dalla stampa: era una leggerezza che a domino spostava la narrazione. Da qual momento ho alzato ancora di più la cura, per quanto posso, dei dettagli.

Il rapporto genitori figli è, credo, uno dei temi più presenti nella tua narrativa. C’è un motivo particolare?

Mi interessa la trasmissione che i genitori vorrebbero avere con i figli che non avviene. L’eredità mancata, il patrimonio non percepito o stravolto. I corti circuiti famigliari sottili sono un buon territorio narrativo, con le conseguenti correzioni emotive. Chissà poi perché, non ho genitori separati o in conflitto, forse è stata la paura di averli avuti, come alcuni dei miei amici d’infanzia. Ho lavorato inconsciamente su quello spavento.

Ho letto da qualche parte che sei stato un lettore tardivo. Che cosa ha fatto scattare la molla?

La solitudine, accorgermi che il contesto di divertimento dei miei coetanei mi dava poco o niente. Mi sono andato a trovare altri mondi, dove avevo capito che ce n’erano a bizzeffe: nei libri, nei film. Così ho recuperato, anche se un lettore tardivo rimane un lettore tardivo. Ha sempre una distanza da colmare atavica, iscritta, quasi riprodotta di ogni giorno. Così leggo, leggo, leggo. Sono una specie di resiliente letterario.

Com’è, oggi, il tuo rapporto quotidiano con la letteratura?

Pochi quotidiani, molti romanzi stranieri: francesi, americani soprattutto. Per gli italiani vado sui classici contemporanei e moderni. Ogni tanto recupero un classicone ma non ho così tanta resistenza, non potrei mai lavorare di testa solo sulle pietre miliari della letteratura.

Che cosa pensi della letteratura italiana di oggi? C’è qualche autore che segui con più interesse?

Non è vero che dopo Calvino è morta. Questo mi fa sorridere, Avanti Calvino e Dopo Calvino. La letteratura, anche come lettore, va contestualizzata nell’epoca in cui è prodotta. Siamo in un tempo inflazionato dalle pubblicazioni e dai traumi, questo ha prodotto un’omogeneità di temi da cui è un po’ difficile dipanarsi. Ammaniti rimane un talento mostruoso, come pochi a livello italiano. Che piaccia o no, tenta sempre di alzare l’asticella. E poi Giorgio Fontana, che ha una moralità narrativa marcata e potente.

I corsi di scrittura. Pensi che siano utili o indispensabili per uno scrittore?

Ne ho abbandonato malamente uno prima di scrivere, ora insegno: la questione non è cosa si impara, ma quanti dubbi indispensabili ti lasciano. Il dubbio sulla propria narrativa, se costruttivo, può farti trovare l’impeto narrativo.

Domanda di rito. Progetti nel cassetto?

Nessun progetto. Atti osceni in luogo privato mi ha svuotato. Ora mi voglio concentrare sulla non progettualità, che è uno dei pochi modi che conosco per restare in ascolto di una storia davvero necessaria.

Dicono di Marco Missiroli:

Giorgio Fontana

Forse la capacità di Marco che ho sempre ammirato di più (e poco segretamente invidiato) è il modo in cui crea e mette in scena i personaggi. Come li fa interagire, portando sempre avanti la storia con compattezza e senza sbavature. E’ un talento niente affatto banale – direi anzi che si tratta del talento principale di uno scrittore. Penso in particolare al suo romanzo che più amo, Bianco: Moses è un personaggio veramente colossale, con un carico di contraddizioni e una storia passata che metterebbe ansia a chiunque quando si tratta di gestirla sulla pagina. Eppure a Marco esce tutto naturale: il risultato non ha nulla di forzato o di finto. Lo stesso vale per il Libero Marsell di Atti osceni: oltre a essere di per sé un bellissimo protagonista, ha una sorta di forza gravitazionale per cui attrae o respinge gli altri personaggi creando un cosmo in cui ognuno di essi ha una propria dignità, o potrebbe emergere come protagonista di una storia parallela (il padre e Marie, per esempio). Poi essendo suo amico e discutendo con lui praticamente ogni pagina delle nostre rispettive narrative, queste cose gliele dico spesso. Insieme a tante altre che ci teniamo per noi.

Francesca Scotti

Dalle sue prime parole narrative di Senza Coda al suo romanzo (con tutte le lettere maiuscole!) Atti osceni in luogo privato ho sempre seguito, letto, metabolizzato, e molto apprezzato la scrittura di Marco Missiroli. La sua decostruzione e ricostruzione dei sentimenti – senza che in questo processo vada perso nulla, anzi – le dolcezze, le paure, i pudori e le sfrontatezze dei suoi personaggi. L’amore, gli amori. Il suo affondare nelle storie per raccontarle con autenticità e letteratura che, libro dopo libro, ho potuto vedere farsi più nitido e preciso. Il suo stile, diventare voce e suono. Mi tuffo sicura fra le righe di Marco Missiroli perché so che, oltre le parole fresche, le onde emotive delle sue storie, gli abissi viscerali, riemergerò stringendo una perla.