Ecco uno di quei libri che ti mettono in difficoltà. Non sai come prenderlo, non sai a cosa accostarlo, non c’è nient’altro, per lo meno tra le uscite recenti, che puoi utilizzare per cercare di descriverlo: una meteora, dunque. Uno zampillo di lava, se vogliamo restare in tema.
Proviamo a partire dall’arte. Quella contemporanea, l’arte delle performance, l’incomprensibile, “assurda”, direbbero alcuni, quella delle banane appese con un pezzo di nastro adesivo nei muri delle gallerie, l’arte del “potrei farlo anch’io, se solo volessi”.
La volontà, ecco, un’altra cosa che si potrebbe mettere sul piatto. La chiamata all’azione, la scelta consapevole di voler far parte della storia. Foss’anche prestando soltanto il proprio corpo, quella voglia lì, per Livia e Zoa sarà l’inizio di un cambiamento che si ripercuoterà negli anni a venire, in entrambe le vite.
VB66 il nome della performance, Vanessa Beecroft, l’artista. Ci troviamo a Napoli, un gruppo di ragazze riunite, il volto velato da un trucco nero: i corpi vivi, accanto a quelli trasfigurati e ai frammenti dispersi, si raccolgono in una trama complessa, quasi un organismo unitario, un insieme scultoreo monocromo disposto sui tavoli del mercato. I frammenti rimandano ai corpi arsi di Pompei e alle reliquie plastiche di un tempo remoto; mentre le ragazze, vive e presenti, con gli occhi bianchi che fendono l’oscurità del trucco, evocano l’avorio luminoso delle antiche sculture in bronzo.
Per le nostre non si tratta soltanto di esporre il corpo nudo all’occhio altrui. Prima di tutto vi è la scelta, ponderata (e politica), rincorsa, autorizzata, di esporsi, lasciare un pezzetto di sé in un disegno più grande: la visionarietà di un’artista che non ha mai ragionato sul singolo. Poi vi è la pelle, nera e irriconoscibile, che Zoa non vorrà lavare per giorni. Una scorza, forse una nuova identità, per un’anima inquieta abituata a lottare contro le istituzioni. Infine il rapporto con il luogo, non solo il mercato ittico ma Napoli tutta, che in queste pagine si scorge di sbieco come la strada dietro una finestra mossa dal vento.
Bisogna farci l’abitudine a questa schizofrenia, perché la scrittura della Rovitto è un po’ come l’anima del suo romanzo: inafferrabile, stratificata, pungente e sbilenca. È una penna chirurgica, densa, un anfibio inafferrabile che si muove nella palude malmostosa delle descrizioni sensoriali. C’è l’arte ma siamo ben lontani da un borioso saggio, c’è un trittico di protagonisti (alle nostre si unirà anche la figura fondamentale del compagno/coinquilino Bruno) ma siamo ben lontani da un qualsiasi threesome alla Bertolucci. Il triangolo c’è, sia chiaro ma il legame che si viene a creare è qualcosa di molto più profondo, intimo e stratificato del semplice richiamo della carne.
«Affinché qualcosa nasca – qualsiasi cosa, a cui solo dopo molto tempo sarà possibile dare il nome che più si avvicina alla realtà che è stata – è necessario che ci sia un vuoto da molto tempo. Che lo sguardo si posi, è necessario non rimandare il contatto. A volte bisogna decidere in fretta. Credere che cose che non esistono esisteranno. Sparire, tornare, tornare perché è necessario che lo spazio sia ristretto. Le variazioni della luce aiuteranno a cogliere la presenza, a non chiedersi più se l’immaginazione può sostituire l’esperienza. Fare una copia delle chiavi dell’appartamento. È necessario accendere una candela e avere voglia, a un certo punto, inspiegabilmente, di cucire un bottone mancante alla sua camicia.»
Non a caso ci ritroviamo negli Sperimentali, la collana dell’editore barese che non si fa scrupoli ad infrangere gli schemi. Il bello, se vogliamo ridurre la grandezza a un solo, semplicistico, aggettivo, sta anche in questo: nell’incapacità di prevedere dove voglia andare a parare l’autrice. C’è un bisogno di capire e sapere, al tempo stesso di centellinare e, in questo periodo di circolarità, mi vien da dire, benedetta l’imprevedibilità. Perché ogni capitolo somiglia a un piccolo meteorite orbitante in una galassia complessa.
Si cambia il punto di vista, si ribalta la prospettiva. Nella prima parte ci concentriamo su Zoa, la narrazione è sensuale/sensoriale, intima, l’impressione è che la protagonista si rivolga direttamente a noi. Nella seconda, sarà il turno di Livia, Zoa, onnipresente in forma di assenza, mentre subentra il mondo esterno, il lavoro nel negozio di abbigliamento vintage, le interazioni pseudo filosofiche con la collega Patty, la clinica per la fertilità e, soprattutto, lo spauracchio della malattia del padre. Il morbo che non dà pace, che potrebbe essere ereditario, imprevedibile sopra ogni cosa, è il fardello che rimanda al martirio, al lutto dei corpi inermi da cui tutto inizia: vita/morte, salute/malattia, padre/madre: «Un padre è una presunzione legale fatta dagli obblighi del nome e della coabitazione. Una madre un’evidenza biologica».
Si torna con uno sguardo più maturo al nero pece iniziale, quello delle ceneri che ricorpono cose e corpi destinati all’oblio seppur non manchino, specie nelle ultime battute, profonde riflessioni sul concetto di maternità, oggi: «La gente vuole sapere se vuoi avere figli, sì o no, sì o no, chiede, ma non esiste solo il sì e il no».
Il mondo dell’arte è onnipresente, le citazioni si sprecano. Un libro che sarebbe di certo piaciuto a menti inquiete come Gina Pane o Ulay, a quella corrente inquieta di performance artist che negli anni settanta aveva animato le piazze e le gallerie delle nostre città ma che tanto può lasciare anche agli autodidatti come chi scrive. Un consiglio: non approcciatevi al testo con la presunzione di farlo vostro. Lasciatelo respirare, date il giusto tempo a ogni pagina, trattatelo come un essere vivente. Un bambino ribelle e indomabile. Arrendetevi, perché «ogni volta che si vuole controllare un essere vivente, si finisce per annientare ciò che in esso vive.»
Ripeto, nulla di semplice o accomodante vi aspetta in queste pagine ma la bellezza si nasconde anche in questo. Nel bisogno di camminare su terreni lavici e sconnessi, nella voglia di lasciarsi ammaliare anche da ciò che non riusciamo a tradurre completamente.
«La differenza tra gli artisti morti e gli artisti vivi è che loro sono stati già selezionati dal tempo, si dice. Noi, in più, abbiamo solo di poterci toccare, invidiare, osservare. […] Un’altra differenza: l’esaurirsi dei discorsi che ruotano intorno a un artista vivo – in fondo può prendere la parola – contro la dilatazione di quelli sui morti.»
Mentre scrivo dell’esordio di Maria Teresa Rovitto mi torna alla mente una delle prime mostre di arte contemporanea a cui assistetti. Era il 2006, alla Galleria civica di Modena, Ugo Rondinone esponeva Giorni felici, un percorso che si articolava tra installazioni e video. A spider era una stanza enorme con il soffitto rosso ed enormi proiezioni alle pareti. Nei video trasmessi in loop si alternavano immagini di treni in corsa, volti sferzati dal vento, uomini e donne soli, nudi, mangiati dalle ombre. Quella mattina ero l’unico visitatore. L’unico nella stanza e probabilmente in tutta la galleria. Gli attacchi di panico erano ancora presenti nella mia vita e si mangiavano i giorni. Ricordo come fosse ieri che, all’esposizione di quegli stimoli, al bombardamento cromatico e sonoro, caddi in ginocchio e piansi come un bambino. Quella musica, quelle immagini, pur senza comprendere le reali intenzioni dell’artista, avevano smosso dentro di me qualcosa di incomprensibile che non se ne sarebbe più andato.
«A spider. A spider is running across my heart and then another. Spiders run across my heart and if i close my eyes, i can hear the rush and the rustle of their tiny dry bodies scurrying through me.» – A Spider, Ugo Rondinone
Quel giorno pensai che l’arte, contemporanea o meno, poteva essere anche questo: un terremoto ammaliante e incompreso.
Lo stesso vale per questo libro.
Stefano Bonazzi
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L’aneddoto dei calchi
Maria Teresa Rovitto
TerraRossa Edizioni
16 euro — 178 pagine