Si avverte del coraggio nella terza opera di Sabatini dedicata al suo Leo Malinverno. Tante minuscole decisioni ponderate, piazzate strategicamente lungo tutto l’arco narrativo che accentuano l’abilità di questo autore nell’imbastire intrecci ben lontani dal banale romanzetto con il commissario/ispettore/giornalista tuttofare.
Primo fra tutti, l’idea spiazzante di mettere fuori gioco il protagonista fin dalle prime pagine. Nessun rischio di spoiler, sia chiaro, il colpo di scena appena citato è a una pagina di distanza dall’esergo. Malinverno sarà vittima di un grave e inaspettato incidente stradale a opera del suo acerrimo villain, il Tatuatore che lo costringerà a letto per un bel terzo del romanzo.
L’attentato iniziale non ha soltanto una funzione drammatica, bensì un risvolto funzionale: produce una discontinuità nella identità del nostro che si ripercuoterà fin nelle ultime pagine. Malinverno diventerà così un personaggio “post-traumatico”, la cui indagine è continuamente interferita da fragilità fisiche e da una percezione alterata (e limitata) della realtà.
Mentre il nostro cerca di rimettersi in piedi, la città di Roma è scossa da un nuovo caso clamoroso: l’uccisione brutale di un noto scrittore di successo, Petronio Grigo, figura pubblica rispettata e osannata i cui romanzi hanno fatto incetta di riconoscimenti prestigiosi ma segretamente coinvolta in ambienti oscuri.
Dimenticate le prodezze testosteroniche da Scuola di polizia, tanto care a un certo filone (ormai esaurito, si può dire?) del genere, come si sviluppa una storia di trecento pagine con un protagonista che fatica ad alzarsi dal letto e quando lo fa è costretto a usare un bastone?
Per portare avanti la macrotrama Sabatini gioca la carta dei comprimari: Jimmy Caviglia de Il Globo, in primis e Giulio Matsuda dell’Eco. Antagonisti di carriera, amici di vecchia data e ambiziosi colleghi, saranno loro a sporcarsi le mani rischiando la pellaccia nel tentativo di far luce sul caso.
«Roma di notte, con tante strade completamente al buio, ricorda ai suoi residenti come dovesse essere due o trecento anni fa. Quando si girava con torce o lampade a olio, con i briganti in agguato, pronti a colpire, a rapinare, a uccidere. In alcune zone che non siano il centro, punto di ritrovo dei gaudenti irriducibili, Roma di notte incute timore, mettendo le persone a diretto contatto con le loro inquietudini più profonde.»
Nel terzo capitolo della saga di Malinverno, la carne al fuoco è tanta ma cotta con la giusta parsimonia. Sabatini a Roma ci è nato e nella sua penna la conoscenza della capitale si evince in ogni paragrafo. Una città complessa, stratificata, che non sfigurerebbe in una pellicola di Sorrentino o, ancor meglio, Virzì, rappresentata come organismo opaco e corruttibile dove ognuno sembra disposto a tutto pur di compiere uno scalino verso l’alto.
Questa rappresentazione non è nuova nella narrativa italiana, soprattutto di genere, ma Sabatini la declina in modo specifico. Ecco quindi che la città diventa un’estensione dei “nascondigli” interiori, uno spazio in cui ogni luogo può celare un doppio fondo. Che si tratti di prostituzione, gioco d’azzardo o sfruttamento della propria carica politco/culturale, tutti i personaggi che incontreremo, anche quelli legati alla sfera sentimentale, dimostreranno di avere ben più di una faccia.
«Amarsi è non stare più nel fuoco, ché il fuoco brucia e si consuma, ma osservarlo e alimentarlo un po’ ciascuno. Con rinforzato rispetto vicendevole e una tenerezza che scalda fino a che non si è vecchi, rinnamorandosi ogni giorno se necessario, in barba alla memoria che scivola via a brandelli. Tra le svariate distrazioni della vita.»
È un gioco di specchi che dimostra un altro lato coraggioso del romanzo: la capacità di far dubitare di chiunque senza scadere nelle macchiette. Non solo boss mafiosi (De Tillo), sale da gioco clandestine, email minatorie ma anche affreschi di matrimoni fittizi, senza tralasciare una riflessione fin troppo contemporanea sul ruolo del giornalismo, oggi. In questo senso, il romanzo si colloca nella tradizione del noir più pessimista, dove la verità non ristabilisce un ordine semmai, ne evidenzia l’assenza.
Mutevoli nascondigli rappresenta il terzo episodio di una saga/trilogia iniziata con L’inganno dell’ippocastano (2016) e proseguita con Primo venne Caino (2018), entrambe opere che avevano già consolidato il profilo di Sabatini come autore maturo e dotato, capace di intrecciare cronaca, politica e tensione narrativa. Per apprezzare appieno i numerosi rimandi ed easter egg, il consiglio, ovviamente, è di leggerli in sequenza, anche se questo non ne preclude l’apprezzamento generale.
Che il male non sia un principio isolato, ma una rete di complicità, ormai l’avevamo capito ma sono opere come questa che ci permettono di non dimenticarlo. In questo, la ricostruzione dell’indagine, sarà anche una ricostruzione dell’io, perché Malinverno è prima di ogni cosa un uomo: fragile, incompleto e privo di quella sicurezza che spesso rende i protagonisti dei gialli supereroi senza poteri. Più che un thriller nel senso stretto, il libro si configura perciò come un’indagine sulla possibilità stessa della verità in un contesto dove ogni verità è, appunto, trasfigurata, deviata, modellata da mani invisibili ai più. Alla fine della giostra non si salva nessuno, eppure si salvano tutti (tranne il morto senza testa).
«Sembrava che le persone di televisione si sentissero produttive quanto più si mostravano sotto pressione. Da un monitor nella saletta degli ospiti assistette all’avvio di Viva la gente.
Il finto garbo del conduttore serviva a mascherare lo spregio che provava per i malcapitati della sua trasmissione. Malinverno si era pentito di aver accettato, e non perché temesse di dover sostenere una conversazione tesa. Non voleva farsi invischiare in quella marmellata di avariata umanità.»
È un’Italia che riconosciamo fin troppo bene, oggi: l’Italia degli omicidi filmati al cellulare, l’Italia degli intellettuali che fuggono dai programmi con la coda tra le gambe perché non sanno cosa dire, l’Italia dei corpi in vendita come tagli al bancone di un macellaio. L’Italia dei sognatori folli e di quelli che li rincorrono senza preoccuparsi di lasciare indietro tutto il resto («Non c’è altro modo di realizzare i sogni, anche impossibili, che sognare più forte», p. 174.).
E nella testa mi torna in mente un’altra volta ancora la Roma di quel film, Siccità, dove ci si ammazzava per un bicchier d’acqua… ecco, non so se Sabatini l’abbia visto ma di certo il suo sguardo non è meno profetico.
Ci stiamo arrivando, la direzione è quella, manca pochissimo.
Stefano Bonazzi
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Mutevoli nascondigli
Mariano Sabatini
Indomitus Publishing
17,99 euro — 306 pagine