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Mariella Bettarini. Terra di tutti

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L’invito che risuona ripetutamente nelle pagine di Terra di tutti, Mariella Bettarini (a cura di Roberto Maggiani, Il ramo e la foglia Edizioni, luglio 2026) è quello di uscire dalla logica di una cultura letteraria unidimensionale per aprirsi all’interdipendenza dei saperi e ad una visione multidisciplinare della cultura in grado di garantire continuità e rinnovamento, orizzonte necessario per la poesia e per il futuro dell’umanità. La lucidità, la coerenza intellettuale, la trasparenza dialettica di Mariella Bettarini, la sua ricchezza etica e la sua meditazione appassionata, emergono in questo magnifico volume, ultimo tributo di un editore indipendente di grande qualità che raccoglie le prime storiche tracce del suo lungo cammino biografico e poetico. Si rivivono le accensioni memoriali, le intermittenze del cuore, la ricchezza di una parola che recupera l’equilibrio tra meditazione e voce e che assume valore sacrale per divenire esperienza di comunione con il mondo.

Sin dal suo esordio con Il pudore e l’effondersi, (Città di vita ,1966) Mariella Bettarini ha sempre preferito, per scelta ideologica, politica ed intellettuale, pubblicare i suoi lavori con piccole case editrici, senza mai passare alla grande editoria nazionale, convinta che la poesia deve essere svincolata dalle logiche di mercato e di profitto commerciale. Una coerenza che coincide con la formulazione di una precisa scelta identitaria, in perfetta linea con la casa editrice che dopo Haiku alfabetici (2021) ne ha ripubblicato integralmente alcune raccolte : non confinare la letteratura e la poesia in un sistema chiuso di ricercata eleganza ma seguire la contaminazione interdisciplinare, tradurre la complessità del reale anche attraverso il prisma scientifico. Penetrare fino al cuore le relazioni tra vari universi le ha consentito di reggere l’impatto con diverse temperie culturali, in un ampio arco temporale che va dagli anni settanta del 900 ad oggi. La carriera artistica della Bettarini ha così attraversato oltre mezzo secolo, tra riconoscimenti di intellettuali come Pasolini, Mario Luzi, Alfonso Gatto e relazioni intellettuali proficue, da quelle con gli esponenti del cattolicesimo del dissenso a quelle della critica femminista e militante. Un’importante antologia di testi critici uscì nel 2008 per le edizioni Gazebo (fondate dalla stessa Mariella insieme a Gabriella Maleti) e tra i vari tributi alla sua voce poetica, si ricorda quello che fa parte di un ciclo di pubblicazioni dedicato ai poeti del centro Italia che raccoglie testimonianze di poeti e amici, tra cui lo stesso Roberto Maggiani (I poeti del centro Italia. Vol. 3: Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, curato da Bonifacio Vincenzi, Macabor Editore, 2020). Il titolo del volume sottolinea inequivocabilmente la proiezione di quella rara eleganza intellettuale che si può definire coerenza, riconosciuto pilastro di tutta la sua vita, ricerca e scelta di percorrere strade totalmente autonome, come la fondazione nel 1973 della rivista quadrimestrale autogestita e autofinanziata Salvo imprevisti (poi diventata L’area di Broca) e, dal 1984, la curatela delle proprie collane tramite la sua piccola casa editrice.

Tanto più utile e benvenuto questo recente volume (corredato dall’esauriente ed accurata prefazione di Roberto Maggiani e da una preziosa appendice critica) che contiene quattro raccolte della Bettarini presentate come quattro sezioni : Il pudore e l’effondersi (1966), Il leccio (1968), Terra di tutti e altre poesie (1972) e Delle nuvole (1991). La materia interna trova un intelligente filo conduttore nel concetto che la poesia non è solo arte: è una via per ritrovare se stessi […] per incontrare il più autentico e sano divino che forse abbiamo perso (cit. dalla praefatio) . I versi parlano direttamente all’Altro, alla comunità, cercano una coerenza nella consapevolezza dei contrasti, esprimono il desiderio di donarsi e di invitare l’uomo a riconoscere l’assoluto e il sacro nella transitorietà e nella meraviglia del quotidiano. Dio è l’unico testimone perfetto del mistero dell’anima, colui che conosce l’intensità di quel segreto spalancarsi: Signore, solo Tu ed io sappiamo/ della mia infanzia. Nessun altro / mai ho messo a parte del segreto / dolcissimo della mia vita./ Solo Tu ed io sappiamo /come forte resista questa parte di me /che non ha prese per nessuno, al mondo/ […] Non si tratta di una fede in senso stretto ma di apertura ecumenica, di dialogo tra culture diverse e superamento di ogni dogmatismo escludente. Credere significa agire concretamente nel mondo sociale, dove la parola poetica e l’impegno civile possono diventare strumenti di testimonianza, spiritualità incarnata, lettura in prospettiva sociale e spirituale dei diversi paradigmi storici. La sua è una parola non assertiva ma che s’interroga con limpidezza espressiva, già a partire dalla sua prima raccolta, Il pudore e l’effondersi (già edita da Città di Vita, Firenze,1966) sull’imprescindibile relazione con tutte le creature , in controtendenza con le poetiche avanguardistiche di quegli anni:

Voglio prendermi pensieri per la terra, / mettere cuore alle cime create /delle montagne, all’ora solitaria /che vasti spazi della mia memoria breve /distende, e alle medesime cose /naturali e viventi, alla stessa dolcezza /che ora avranno i miei luoghi cari,/ sempre troppo distanti./ E di questo avrò preoccupazione/lunga quanto dura un esistere. / E certo non vorrò che mi distragga /l’impazienza lentissima del vivere,/la prova frettolosa di una vita. / Si annuncia sin da allora quella responsabilità etico-biologica nei confronti del mondo, destinata a diventare osservazione scientifica dei sistemi naturali, meditazione poetica sulla cura e la fragilità della vita. In ogni struttura cellulare si manifesta il divino, punto di intersezione tra rigore scientifico, slancio poetico e spiritualità laica. Non si tratta di una professione di fede religiosa tradizionale, ma di una visione biologico-filosofica che mappa il sacro nel dispiegarsi della materia. Con ritmo che si adatta alla spontanea “dolcezza” intrinseca nelle cose viventi (che la poesia ha il compito di cogliere e proteggere), Bettarini interroga il reale con continuo ampliamento di respiro e una forma altissima di attenzione per il cosmo materico. Contro le derive individualistiche e la credenza nei falsi miti sociali progressivamente imposti che tendono ad allontanare l’essere umano dalla responsabilità collettiva, riflette sull’erosione del tempo e della memoria storica. Tutto ciò che intorpidisce l’evoluzione interiore e civile deve essere risvegliato dalla consapevolezza che l’impegno è l’unica forza in grado di conferire un autentico valore politico e umano alla nostra presenza nel mondo. Una riflessione ancora attuale in un mondo dominato dalla passività digitale che allontana e distrae dalla comprensione dei meccanismi complessi della realtà, dove l’evoluzione interiore (se c’è) non si traduce in azione civile.

I testi di questa prima raccolta esplorano il paesaggio, (la luna che sale dentro al cuore, le fattorie fervide d’uomo,), i legami familiari (la nonna, prima giustizia e primo amore, la madre (Raccoglie in grembo tutte le fatiche/la donna, sempre: /nelle cocche del grembiale. Mia madre le raccoglie nel pensiero), i ricordi d’infanzia, (l’odore semplice della cena, il gioco di legno immobile nel campo) evidenziando fin dai suoi primi esordi una forte sensibilità verso gli ultimi e gli anziani, generazione abbandonata, drappello paziente, con i loro volti pensanti e la loro abitudine ai sorrisi “di dentro”. Le figure fragili, i luoghi di sofferenza e solitudine come gli ospedali, convivono e si sedimentano in delicato equilibrio, restituendoci un’immagine essenziale del mondo, tra silenzi e connessioni . Una traiettoria di campo che rifiuta le mode letterarie del momento e si concentra su una struttura metrica personalissima e su un’ossatura stilistica solida. La sfera emozionale trova un costante punto di misurato equilibrio in un ritmo che si scolpisce nella materia intrecciando dettagli quasi plastici. L’epifania del divino riannoda memorie generando comunione e totale affidamento.

La dimensione spirituale per Bettarini si realizza nella carità orizzontale, ossia in quella forma di solidarietà, empatia e condivisione che si sviluppa tra le creature viventi nel rifiuto di dinamiche verticistiche o paternalistiche. Questa posizione nasce dalla fusione del suo background cattolico di base con la militanza marxista e femminista. La carità cessa di essere una virtù teologale verticale (da Dio all’uomo, o dal potente al debole) per diventare un principio laico e orizzontale di fratellanza biologica e politica. È l’atto di “sporcarsi le mani” e condividere il peso dell’esistere stando fianco a fianco, riconoscendosi uguali nella fragilità e nella lotta (Usami, carità, tu che mi guardi /mangiare al tavolo più basso-il tavolo/terrestre-con gli operai del cantiere/o della vigna).

La trascendenza non è un’evasione dal mondo, ma una chiamata a farsi carico della “terra di tutti”, traducendo il messaggio evangelico in una prassi di solidarietà e di lotta contro le ingiustizie sociali.

Ne Il Leccio (già edito da I Centauri, Firenze, 1968) all’elemento dell’acqua e alla rete di paragoni di natura liquida sono affidate le metafore di un nuovo ritrovato equilibrio, una vera e propria dichiarazione di ideologia. L’acqua è condizione esistenziale: fluisce secondo le circostanze, avvolge, sostiene, trascina via, proprio come nella fluidità del reale e del linguaggio, nel rifiuto di rigidi schemi e nell’apertura ad un moto asimmetrico e vitale. In queste pagine i testi, caratterizzati da uno stile asciutto e da una forte tensione sociale, proclamano l’abbattimento della torre d’avorio letteraria, (come in Non sei portatore più di quanto ) e l’impegno morale inderogabile, nel solco della lezione gramsciana e pasoliniana. È necessario un rinnovamento costante delle forme di lotta per affrontare le ingiustizie attuali, evitare che il rischio che una trasformazione formale svuoti l’azione politica del suo valore: La resistenza ti ha appannato/lo sguardo se tu non vedi che resistere/è cambiar pelle-ma solo/quando in quella serpe non si muove più-;[…]. La scelta simbolica del leccio – un albero robusto, dalle foglie coriacee e perenni, tipico della macchia mediterranea – è un invito alla resistenza biologica ed etica. Rifiutando la lirica dei “fiori” ossia dei sentimenti estetizzanti , preferisce la natura nodosa dell’albero che affonda le sue radici nella terra, ossia nei bisogni concreti del popolo e resiste alle intemperie della storia senza piegarsi alle filosofie del momento. L’amarezza di un vissuto quotidiano non conforme alle aspettative, proprio come accade nella sua personale vicenda esistenziale, la porteranno a non accettare l’uniformità come atto compiuto (Il geranio ha bisogno /d’acqua. Ma all’acqua non importa /se è un geranio o un lillà:/chi crederà di tenermi tra i denti /mentre ride o prepara cose /da contrappormi, non mi avrà /più; ecco, io sono una pecora che possiede /altri foraggi, una /che non riesce ad intrupparsi,/che non si rassegna di come va/il mondo[…].

Anni, questi, che definiranno già il percorso di un’intellettuale sempre fedele alle sue idee e al suo sentire il mondo e la scrittura nella sua silenziosa introspezione, convinta che la poesia non è la medicina ma altrettanto certa di non essere vocata all’immobilità silenziosa. Se gran parte della tradizione lirica novecentesca ha eletto il silenzio e l’assenza come forme supreme di purezza poetica, la Bettarini sceglie la strada opposta: la parola deve farsi corpo, voce, azione e presenza. Questo rifiuto della stasi si traduce nella sua instancabile attività di operatrice culturale che conferma il suo dinamismo intellettuale. Mi limito a citare la sua curatela, sulla rivista Poesia (Crocetti), della rassegna dal titolo Donne e poesia, antologia di circa cento autrici italiane dal ’63 al ’99. Casa della Poesia di Baronissi (SA) , inoltre, che quest’anno celebra i suoi trent’anni di attività e di produzione editoriale dedicata alla poesia internazionale, ne ha celebrato il rigore e la passione , riconoscendo in lei una maestra della parola che non ha mai smesso di interrogarsi sul senso di fare poesia oggi. Ricordando la sua attività di traduttrice (splendide le sue versioni di testi dal francese ) ne testimonia ulteriormente la sua apertura verso l’altro e la sua curiosità intellettuale mai domata (https://casadellapoesia.org/poeti/mariella-bettarini)

Riflettere sul linguaggio significa riflettere sulla natura dell’uomo, con lucidità geometrica e biologica, dove il verso si muove e agisce nella realtà mantenendo il rigore logico dell’indagine scientifica e l’onestà della testimonianza etica, come in Terra di tutti e altre poesie (già edito da Sciascia, Caltanissetta -Roma aprile-dicembre 1972) , poemetto che si apre con una citazione di Alfonso Gatto: Chi è dentro la casa (sia essa partito o chiesa) deve far propria l’ansia di chi la va cercando, anche a costo di uscirne . In un panorama letterario dominato in quegli anni ormai lontani o dal formalismo accademico o dallo sperimentalismo delle neoavanguardie, Gatto scorse nella Bettarini un’autenticità rara: la capacità di unire una lirica limpida e una “musica d’urgenza” legata alla storia. Fu tra i primissimi grandi maestri, infatti, a legittimare pubblicamente la statura artistica della poetessa toscana. Gatto, che fu comunista e fu espulso dal PCI per le sue posizioni eterodosse, condivideva con la Bettarini (marxista-pasoliniana e femminista) l’idea che l’ideologia non debba mai farsi prigione o burocrazia. Per entrambi, la coerenza si dimostra nell’autonomia, nel preferire la libertà critica alle rigidità di apparato, nella scelta di non cedere mai alle lusinghe della grande editoria, optando piuttosto per l’autofinanziamento e l’autodisciplina.

La terra, per l’autrice toscana, appartiene agli ultimi, agli emarginati e la poesia ha il dovere di farsi “corale”, di uscire dalle stanze del potere per abitare le strade e le ferite del mondo contemporaneo . Il suo interesse per la natura si muove in una dimensione di rivalutazione dell’individuo, di un ricongiungimento fra persona e natura: scienza moderna ed ecologia dimostrano che la Terra è un unico organismo vivente interconnesso. La sua indagine scientifica non è distante dal suo fare poetico e nel tempo ha dimostrato come si può stare dentro al paesaggio”, osservarlo nei suoi particolari divini con meraviglia, con ritmo ed andatura che sfoglia la vita, giocare su assonanze interne, accensioni di note. I suoi versi , ora taglienti ora meditativi , sottolineano il ruolo attivo dell’intellettuale: Abbiamo mille ragioni/ per avere fiducia nel futuro? È vero,/ può arrivare il momento /giusto, l’incontro buono/ma la strada sbagliata e la luce/ falsa. Di poesia ce n’è fin troppa, ma la gente/ha paura, la gente/cammina storto, muore-e noi/siamo la gente, non “poeti”/che assistono al decollo dell’aereo dall’alto/del ponte, guardano il massacro, poi /staccano il telefono e iniziano/una mimesi privata di ciò che accade /[…].

Delle nuvole, (già edito da Gazebo, Firenze, 1991) esprime chiaramente la sua fascinazione per il mondo scientifico e per il suo linguaggio capace di descrivere la realtà senza mistificazioni. La biologia, la geologia e la fisica agiscono come lenti d’ingrandimento, offrendo la struttura logica per comprendere i nessi causali del mondo. La natura non è uno sfondo idilliaco, ma un sistema biologico complesso governato da leggi precise, cicli e fragilità sistemiche. Perché considerare sacrale ed esclusivo il fare poetico rispetto alle scienze terrene? -scrive nella prefazione alla raccolta . È un errore di presunzione che nega l’unità dei saperi. Prima di scrivere sulle nuvole si documenta e studia materiali scientifici tenendo conto, nel decidere l’ordine dei dieci testi, del fattore “altitudine” seguendo la classificazione riportata dai manuali di meteorologia (Cirri- Cumuli- Strati- Nembi). La poesia “scopre”, non inventa e le nuvole scoprono la perfetta trascrizione fisica della condizione umana: una struttura in perenne mutamento, fragile ma capace di scatenare tempeste o generare pioggia vitale. La meteorologia del testo diventa così una partitura acustica, dove i passaggi di stato della materia (l’evaporazione, la condensazione, la pioggia) riproducono i moti dell’animo e del respiro.

Il freddo che patiscono i capelli/ quando manca la testa/ dev’essere parente della calvizie/ che rischiate, timidi cirri che di nulla/ velate il cielo vegliandolo/ dall’alto – questo cenacolo – /rimemorandovi (penso) che – innocui -/ non minacciate mai/ metastàsie piume/ d’uno spiumarsi senza suono/ come campane,/assente l’aria.

La materia celeste non è spirituale o astratta, ma soffre delle stesse degradazioni, mancanze e fragilità fisiche del corpo umano. Le piume della nuvola che si sfaldano e si propagano nel cielo d’alta quota, ad esempio, ricordano il processo di proliferazione biologica e cellulare. Il cielo diventa un “cenacolo“, un luogo di osservazione e di meditazione dove l’evento naturale e la decomposizione fisica si fondono in un unico grande ciclo bio-fisico. L’influenza delle scienze biologiche rappresenta uno dei vettori d’indagine più originali e pervasivi nell’opera di Mariella Bettarini. Lungi dall’essere un mero repertorio di metafore decorative, la biologia penetra la sua poesia a livello lessicale, strutturale ed etico, ridefinendo l’atto stesso dello scrivere come una funzione organica del vivente. Centrale, in Bettarini, è il superamento dell’antropocentrismo: L’essere umano non è il re del creato, ma una cellula all’interno di una biosfera interconnessa. L’approdo maturo di questo percorso avviene nel 1992, quando l’autrice ribattezzò la sua prima rivista, “Salvo imprevisti “ in “L’area di Broca. (con riferimento a quella regione del cervello fondamentale per la pianificazione, la coordinazione e la produzione del linguaggio parlato e scritto) Il riferimento alla neurobiologia e all’anatomia cerebrale, sancisce un concetto rivoluzionario: la poesia è un fatto biologico. Spogliando il corpo umano da ogni idealizzazione spirituale, lo studio della biologia le permette di ritrovare la vera “terra di tutti”, la democrazia della carne e della cellula. Tutti gli esseri viventi sono accomunati dallo stesso destino biologico di transizione materiale, rendendo la solidarietà tra le creature un dovere naturale prima ancora che politico: «I primi saranno gli ultimi». Guai/ai primogeniti, alle primipare/ ai primitivi; ai profeti/e ai prediletti. Il cervello di uno/è terra di tutti e se a uno si muove il lampadario/dentro il teatro, stia bene attenta la folla/che non le cada addosso/una montagna di calcinacci.

Rossella Nicolò

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