Un libro, questo, decisamente legato al mese di febbraio, il mese più strano dell’anno, perché ha un numero di giorni diverso dalle quantità ritenute “normali” (i 30 e i 31) e addirittura, ogni quattro anni, di giorno gliene si aggiunge uno, avvicinandolo così alla normalità ma senza comunque che la raggiunga.
Il mese di febbraio è anche quello di due eventi diversissimi tra loro ma che, entrambi, attirano miriadi di appassionati o anche solo curiosi e che, soprattutto, hanno a che fare molto strettamente con la storia contenuta tra queste pagine: il Carnevale di Venezia e il Festival della Canzone Italiana, più comunemente detto “Sanremo”.
Prima di procedere ad approfondire per sommi capi le questioni, è necessario un altro riferimento, molto banalmente contenuto nel sottotitolo, che recita “Biografia legalizzata dal poeta venessian, dai Pitura Freska a oggi” (proprio così, con tanto di grassetti e corsivi). Ecco il centro nevralgico di ciò che (anzi: di chi) è così strettamente legato a Carnevale di Venezia e Festival di Sanremo: Sir Oliver Skardy, al secolo Gaetano Scardicchio, il grande bidello della musica italiana, tra i padrini del reggae in Italia e sicuramente il padrino di quello in lingua veneziana, primo ad avere avuto il coraggio del tentativo (evidentemente riuscito) di far uscire la canzone in idioma dialettale dai confini della regione, o territorio, d’appartenenza stretta (o da un ambito culturale prettamente folk), impresa della quale erano stati capaci, prima, esclusivamente gli autori e interpreti della canzone tradizionale napoletana, esportata in tutto il mondo! I due grassetti del sottotitolo si riferiscono il primo alla lunga serie di battaglie (tutt’ora portate avanti) di Skardy per la legalizzazione della cannabis, l’altro mette esplicitamente in evidenza il nome del gruppo al quale quello del Nostro è legato a doppio filo; infine, il corsivo, indica le due costanti della sua vita, la poesia e la venezianità (di un margherotto)!
In quarta di copertina, parafrasando una celebre canzone di Gianni Morandi, è riportata una strofa dedicata al protagonista assoluto di queste pagine: “C’era un ragazzo che, come te, amava Marley e Peter Tosh”, a significare il fatto che davvero, quando a Gaetano cominciò a frullare in testa l’idea, il reggae era un genere considerato o, dai pochissimi che sapevano almeno cosa fosse, di natura eccessivamente popular (“il liscio giamaicano”), oppure ancora troppo strettamente legato ad una ben precisa provenienza geografica (Skardy stesso racconta, fra le pagine del libro, di quando, nel bel mezzo delle prove con la primissima formazione dei Pitura Freska – gusto per completezza d’informazioni: prima della primissima formazione ci fu un altro gruppo, i Wet Paint, il quale traeva ispirazione, nello stile musicale e nei testi, dai bolognesi Skiantos -, nel garage della casa di famiglia del bassista Francesco “Ciuke” Casucci, un vicino si andò a lamentare perché: “A sentir tutti ‘sti tamburi me par de star in Africa”. Peccato che quella sera, a quelle “prove”, fossero presenti i soli Skardy, voce e chitarra e Ciuke al basso, con qualche amico a fungere da pubblico, nessun batterista, nessun percussionista! Per i nostri fu comunque, a suo modo, un segnale di apprezzamento: se non c’erano percussioni di sorta in quel garage ma il vicino ne sentiva il suono, doveva significare che avevano cominciato a padroneggiare il ritmo in levare tipico del reggae talmente bene che il cervello degli ascoltatori – volenti o nolenti – iniziava da solo ad inserirle nella melodia). Che poi, proprio ai suoi inizi inizi, neppure Gaetano aveva questa gran considerazione del reggae: come quasi tutti i ragazzi appassionati di musica della sua generazione (è un classe 1959), i primi suoni ad affascinarlo sono sì forèsti, ma sono quelli, soprattutto, di Led Zeppelin e The Who. E’ nell’estate del 1979 che, capitatogli un passaggio, ne approfitta per andare ad un concerto di Peter Tosh a Bologna, ed ecco la folgorazione: il reggae ascoltato dal vivo è decisamente altra cosa da quello che si sente raccontare! Un anno dopo quello di Tosh la folgorazione viene ufficialmente ratificata durante un concerto di Bob Marley allo stadio di San Siro.
Tornando a noi: perché il Carnevale (al netto del fatto che si tratta di qualcosa di involontariamente presente nel DNA di tutti i veneziani e limitrofi)? Perché durante l’edizione 1996 di questa tradizione secolare, nella capitale della fu Serenissima Repubblica erano presenti ben tre leoni: quello classico e storico, il marciano, fortunatamente in assetto pacifico, col libro aperto recante il messaggio “Pax tibi, Marce, Evangelista meus”; quello più profano – anche solo per il fatto che, all’angolo sinistro della bocca, gli pende una ben particolare sigaretta -, simbolo dei Pitura Freska fin da Ossigeno, la prima musicassetta completa incisa dal gruppo, anno 1990, “il Leone di San Marley”, un mix tra il Leone di San Marco e quello della tribù di Giuda icona del rastafarianesimo, religione di ascendenza cristiana sorta negli anni Trenta del secolo scorso e che vede nell’ultimo negus neghesti (re dei re) d’Etiopia, Hailé Selassié (letteralmente “Potenza della Trinità”, nato ras Tafari Maconnèn), “la seconda venuta in maestà, gloria e potenza” di Gesù Cristo, oltre che un’ispirazione all’autoconsapevolezza per le popolazioni nere angariate ai quattro angoli del mondo, di cui gli antecedenti del reggae erano ritenuti “musica sacra ufficiale”. Infine, il leone simbolo del WOMAD (World of Music, Arts and Dance), festival itinerante di arti e musica etnica ideato, organizzato e presentato (davvero ovunque ne avesse la possibilità) da Peter Gabriel, dal 1967 al ‘75 deus ex machina dei Genesis, successivamente avviatosi verso una fulgida carriera, che non accenna a diminuire d’intensità, nella cosiddetta world music. Fu Gabriel stesso, in occasione della sortita veneziana del suo WOMAD, a richiedere esplicitamente la presenza dei Pitura Freska su quel palcoscenico (Pitura che, ai tempi, già potevano vantare in curriculum tre album, oltre alla già citata musicassetta: ‘Na bruta banda del 1991 – oltre duecentomila copie vendute, Disco di Platino -, Duri i banchi del ‘93 e Yeah! del ‘95). Chissà cosa devono aver provato i nostri, all’annuncio di Peter Gabriel, nella “loro” Venezia: “Let’s go with Pitura Freska!”.
E perché il Festival di Sanremo? Perché nel 1997, sul palco del Teatro Ariston, arrivò un gruppo reggae veneziano a proporre una canzone che, pure nella maniera faceta che da sempre lo contraddistingueva, cantava di profezie sulla fine del mondo ed elezioni papali: il gruppo sono ovviamente i Pitura Freska, la canzone è “Papa nero” (inserita in Gran calma dello stesso anno, quinto e ultimo album in studio della band), che si piazzò sedicesima nella classifica finale della kermesse.
Il libro contiene anche ben altro, per capacitarsi del quale non posso che invitarvi alla lettura: citazioni di ampi stralci di molte canzoni e tracklist di ogni album di Skardy, solo o in compagnia; altrettanto ampi riferimenti alla carriera post-Pitura – esperienza finita, come purtroppo accade sovente nelle band, con strascichi anche spiacevoli – del baronetto venessian (e per comprendere il perché, in apertura, lo abbia definito “il grande bidello” della musica italiana, oltre a leggere il libro andate a cercare informazioni sul suo primo album solista, del 2004), carriera ad oggi più fulgida che mai. Poi, delle vere e proprie chicche da consultazione: sempre suddivise tra “con i Pitura Freska” e “come Sir Oliver Skardy”, discografia e videografia complete. Infine, le formazioni, in concerto e in studio, di ogni singola uscita musicale o del gruppo o del Nostro (quasi sempre accompagnato, comunque, da affiatati e affezionati gruppi, prima i Fahrenheit 451, ska band veneziana, poi I Fatti Quotidiani, nome che l’Autrice immagina non sia stato scelto in omaggio al quasi omonimo giornale – ma non vogliamo pensare male).
Marilena Ferrara chiude la sua narrazione auspicando “nuovi episodi” della vicenda del poeta venessian, io concludo la mia recensione con una riflessione sulla medesima falsariga: durante il concerto di Marley a San Siro nell’estate 1980, Skardy rimase folgorato dalla declamazione di alcuni versi di “Redemption Song” (peraltro, a conti fatti, la canzone di Marley, perlomeno dal punto di vista musicale, “meno reggae”), quelli che fanno, in traduzione italiana: “Per quanto tempo ancora verranno uccisi i nostri profeti mentre noi stiamo in disparte a guardare?”.
Visti i tempi che corrono: sì, c’è decisamente ancora bisogno dell’impegno e dell’ironia (quella che delle cose non diluisce l’importanza ma anzi te le sbatte in faccia ancor più direttamente e così fanno ancora più male, dacché, da un modo a prima vista così “leggero” non te l’aspetti una botta del genere) di Sir Oliver Skardy!
Alberto De Marchi