Il conforto di una somiglianza, per i figli abbandonati, è acqua nel deserto. Una preghiera, un ristoro. Non tutte le storie sono dritte, lineari. Alcune sono indecifrabili per il groviglio di silenzi nel quale si addensano sospetti e ambiguità. Il pezzo più scandaloso della storia di una famiglia, rispettabile e stimata, si tiene al buio. Quando nasce un figlio tutto cambia, niente è più paragonabile a prima. Si consumano nuove paure, nuove preoccupazioni. Ciò che passa, all’inizio, per il neonato è la fame: il latte. Certo, anche l’odore della mamma che è il legame di appartenenza, ma il latte è grazia di Dio. Se una puerpera ne aveva più del necessario, in abbondanza, non si sprecava, si andava in soccorso a quelle neomamme che non si attaccavano il figlio al seno, per costume, o perché il suo latte per le poppate era scarso. C’era il baliatico, un’usanza. Due madri per un unico figlio. Avere latte era una grossa fortuna, ma era “un bene disgraziato”. Andare a lavorare a casa di signori che potevano permettersi una balia rappresentava un guadagno sicuro, però portava anche tanti patimenti. Il peso della mancanza della propria famiglia, dei propri figli, era duro da sopportare. Pensi che i figli non ti riconoscano, che si siano dimenticati della mamma nella loro fase più delicata. Balie e madri che generano figli senza allattarli sono lo stesso riflesso, lo specchio di una identica ragione di vita: far crescere bene i propri bambini. Dinanzi all’amore non c’è paura che tenga, si può imparare a vivere, a qualunque modo ed a qualunque età. Madri si diventa.
In Latte di Marina Zucchelli, edito da Rizzoli, vivi una storia di legami conosciuti e da scoprire. Bologna, 1959. Nella stessa casa vivono due donne. Sono madri, in modo diversi, dello stesso bambino. Olimpia, ricca e moderna, sa che, nella società, non si può essere solo moglie. Deve essere anche madre. Partorisce un bel bambo, Carlo. Ada, invece, arriva dalla Ciociaria. È una ragazza del popolo che ha lasciato la sua vita di miseria, marito e tre figli, per fare da balia al figlio di Olimpia. È stata scelta perché è forte e sana, come si sceglie un animale ad una fiera. E lei, nella casa nuova, impara presto a farsi presenza invisibile, mentre il richiamo per l’amore della sua famiglia le pulsa dentro con forza. Olimpia e Ada sono diverse in tutto. Si incontrano, dopo tanto, sul terreno della sorellanza di gesti e corpi. Quello esperto, vitale di Ada e quello fragile di Olimpia che cerca di riconoscersi nella ferita della maternità. Dietro le quinte c’è Carolina, la domestica che ha cresciuto Olimpia che nasconde un segreto.
Il romanzo è intenso, vivo. La narrazione, dai tratti psicologici, ha una forza incredibile dettata soprattutto dalla vivacità del dialetto ciociaro che consegna una ulteriore ricchezza alla storia. Il lettore entra a pieno titolo nel racconto vivendo tutto come se ogni cosa si parasse subito innanzi ai suoi occhi. Le sensazioni, gli stati d’animo, i turbamenti, li sente addosso e se li porta appresso fino alla fine dando risposte a significati che necessitano di un’analisi chiara. La scrittura è magistrale, potente, importante.
Lucia Accoto