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Mario Fortunato. Magnolia quartet

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Avete presente quei libri che, con la loro apparente leggerezza, riescono a rischiarare anche le giornate più grigie? Credo che il segreto risieda in quella sottile epifania che nasce quando al narratore viene data una voce capace di generare empatia fin dalle prime battute. È un’alchimia rara, un dono che pochi scrittori possiedono e sanno coltivare con naturalezza.

Mario Fortunato è uno di loro.

Con Magnolia quartet, il secondo romanzo dell’autore per la collana “Il bosco degli scrittori” di Aboca, Fortunato compone una partitura dalle emozioni dissonanti e sbarazzine: un quartetto di anime inquiete dove l’amore, l’ambizione e la perdita si fondono in un unico, struggente concerto che è un vero e proprio inno alla vita, in tutte le sue sfumature.

La struttura del libro scelta per l’occasione (quattro movimenti, Allegro, Adagio, Scherzo, Rondò) non è dunque un semplice espediente formale, ma il cuore pulsante dell’impianto narrativo. Il ritmo variabile guida la prosa, ne regola i respiri, alternando accelerazioni febbrili dagli slanci più vitali a pause contemplative dedite all’elaborazione di un passato familiare incapace di lasciare le proprie redini nella mente del protagonista.

La voce narrante è quella di Valerio, erudito pittore cinquantenne che ha smarrito la fede nella propria arte e il cui disorientamento esistenziale verrà amplificato dalla conoscenza di tre giovani chef: Nicola, Lele, e Livio. L’incontro con quest’ultimo appare fortuito e spontaneo al tavolo di un buffet: un’occhiata maliziosa, un paio di battute sui panificati, non fosse per il divario anagrafico (Livio ha poco più di vent’anni, trenta in meno del protagonista), verrebbe da pensare a un tipico caso di flirt contemporaneo.

«Li guardai per qualche istante. Se Livio aveva il ruolo di anima della festa, confusionario, sensibile e insieme sfrontato, Nicola era l’affabulatore, colui che incanta o ammorba l’uditorio con i suoi racconti astrusi, improbabili, mentre Lele era quieto e taceva non per timidezza ma per una specie di calcolo – molto arzigogolato – che aveva a che fare col sospetto di essere il più bello dei tre. Sommando i loro anni, sarei risultato di poco più giovane.»

Ménage à trois? Coppia aperta? Fortunato è un autore troppo colto e abile per ricadere nelle sterili (e riduttive) etichette sociali ma per scoprire la direzione di questa imprevedibile commedia dai toni speziati e i profumi delle migliori annate, al lettore non resterà che trasferirsi per tre giorni assieme ai nostri nella dimora rurale dell’artista: una casa/rifugio alle porte di Roma dove il caldo è più sopportabile, l’arte stimolata da suggestivi panorami bucolici e l’appetito solleticato dalle abilità di tre anime ambiziose, il cui fuoco non si limita ad alimentare i fornelli della cucina.

«Ancora oggi, quando ripenso a quei tre giorni di luglio di un anno qualunque, malgrado l’attitudine di Lele a non dare tregua, è proprio a quella parola che penso. Fu una tregua in ogni senso possibile. Una tregua dalla mia carriera che era a un punto morto; una tregua dal mondo che, invece di andare avanti come avevo sempre immaginato, girava all’indietro verso i conflitti irrisolti del XX secolo; una tregua da me stesso. Era una tregua illusoria? Non lo escludo.»

Fortunato scrive con una precisione sensuale, capace di unire l’intelligenza analitica alla grazia di un corso d’acqua: leggere le sue parole è come farsi tenere la spalla da un amico fidato che ti conduce in uno spazio sconosciuto ma di cui, ne sei certo, nulla potrà farti male. La sua lingua vibra di materia: i piatti, i colori, i profumi, i corpi, gli scambi di battute e le situazioni imbastite diventano elementi di un paesaggio emotivo continuamente infarcito di sapienti rimandi al mondo dell’arte, della musica e della letteratura più cara all’autore calabrese. Le parole sembrano nascere già intonate a una melodia invisibile, il cui andamento il lettore non può prevedere, e a cui tuttavia le sue orecchie non possono sottrarsi (non a caso la vicenda si chiude sulle maestose note di un ensemble londinese).

Dopo il soleggiato sipario romano, che ricorda le tinte vivaci di una tela di Hockney, la situazione prende una piega del tutto inattesa. All’intonso azzurro del cielo romano si sostituiscono appunto le grigie nubi londinesi restringendo il punto di vista su Lele e Valerio. Tra i due, in seguito all’improvvisa e inaspettata convivenza si crea un legame più fragile e perturbante, una danza di specchi in cui ammirazione e invidia si confondono, amicizia e seduzione si intrecciano e la brama di affermazione si mescola alla paura di non essere abbastanza.

«La verità è che diventavamo sul serio una coppia solo poco prima di dormire. E nel dirlo non sto strizzando l’occhio. Proprio no, e se non ci credete, amen. Noi diventavamo davvero una coppia quando ci trovavamo come fratelli uno accanto all’altro a chiacchierare di niente, nell’intimità che precede il sonno: perché in quei momenti ci sentivamo sicuri uno dell’altro, e ci sentivamo sicuri perché eravamo fuori della portata dei nostri destini.»

È il richiamo di vita che brucia quando si ha vent’anni ma anche la voglia di rimettersi in gioco per chi, quell’età l’ha già passata da un pezzo. In questo Magnolia Quartet è, soprattutto, un romanzo sulla paura del fallimento, non come disfatta, bensì come condizione umana necessaria. I personaggi di Fortunato, seppur con le loro eccentricità e spigolature, si muovono dentro una contemporaneità che esige vittorie immediate e nega il tempo dell’attesa eppure, in questo magma furioso, quattro anime immuni alle convenzioni sapranno ritagliarsi un frammento tutto loro, destinato a restare.

Mi piace pensare che l’autore si sia appagato a scrivere questa storia perché tale è stata la sensazione che ho provato sfogliando pagine ispirate che mi hanno riportato alle situazioni goliardiche del Tondelli più solare.

«E adesso vi chiedo: che cos’è la gelosia? Risposta prevedibile: un sentimento che si basa sulla paura di perdere una persona, indipendentemente dal fatto che questa possibilità sia reale oppure no. Ma se la paura riguarda non una bensì due persone contemporaneamente – e cioè entrambi gli attori che la scatenano -, di che gelosia si tratta? Potenziata? Bilaterale? O, in un caso siffatto, si annulla, si autodistrugge, essendo la risultante di due forze uguali e contrarie?»

Resta molta sostanza nel terreno attraversato dalle radici di queste fertili magnolie: dalla passione per l’arte all’amore per la musica, dalla dedizione e il rispetto per il cibo alla luce e ai chiaroscuri di due generazioni agli antipodi. Sembra un dramma ma, fidatevi, non lo è: qui tutto appare più lieve, sopportabile, tratteggiato dalle pennellate di una mano sicura che privilegia i toni caldi dell’estate rispetto alla cupezza dell’inverno. Nel “quartetto” di Fortunato emerge dunque un’agrodolce malinconia, priva di disperazione: la consapevolezza che anche l’errore, l’inciampo, il fallimento contengono in sé una vertiginosa forma di grazia.

Stefano Bonazzi

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Magnolia quartet

Mario Fortunato

Aboca Edizioni

17,00 euro — 193 pagine

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