Mario Monicelli. La commedia all’italiana

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Anche la sua morte lo ha dimostrato. Era poco probabile che uno come Monicelli concludesse la propria lunghissima esistenza terrena per naturale consunzione, senza un conclusivo schiaffo di finale protagonismo, quasi fosse il suo ultimo modo per dire al mondo “Io faccio da me”, come del resto da sempre al mondo aveva voluto e saputo dire.

Nato a Roma il 16 maggio 1915, Monicelli non è stato solo un monumento del cinema italiano, ma proprio l’inventore di un certo modo di intendere il cinema e, più in generale, l’arte e la cultura. E non è un caso se, nonostante fosse ancora un vecchietto super arzillo, da moltissimi anni avesse smesso di regalarci quei magici capolavori con cui ci aveva viziato nelle precedenti decadi. Cosa c’entrava infatti il più anarcoide geniaccio toscano fuori da ogni coro, capace di umanizzare il proprio innato cinismo, in un cinema da troppi anni figlio naturale dei propri poco gloriosi tempi?

Si dice abbia creato la “commedia all’italiana”, quel fortunato filone che si era succeduto al Neorealismo del dopoguerra, ma questa definizione mi è sempre sembrata un po’ riduttiva. Monicelli è Monicelli, punto. Del resto come si fa a comprimere in un genere due pellicole così diverse tra loro come, dico a caso, L’armata Brancaleone e Caro Michele? La sua particolare agra comicità al vetriolo è forse figlia di quei primi anni Cinquanta – dove lavorò insieme al grande Steno a molti film di Totò, icona attuale ma ai tempi assai meno apprezzata da certa paludata critica nostrana, che vorrà celebrare con quel Risate di gioia (1960) ove ricostituì sul grande schermo la più straordinaria coppia del Teatro del varietà anteguerra, concludendo in gloria questa sua prima fase.

La svolta fondamentale avviene nel 1958 con I soliti ignoti, forse il film più importante e innovativo della prima decade post-bellica, dove tra le altre cose inventò di sana pianta il Vittorio Gassman grande attore di cinema, fino a quel momento bravo teatrante (lo dirà lui stesso in una successiva intervista). Non a caso lo ingaggerà anche per il successivo La grande guerra – con cui, nel 1959, vincerà il Leone d’oro a Venezia – e pure per il suo terzo capolavoro in ordine cronologico, cioè L’armata Brancaleone del 1966. Film che ancora oggi sorprende per estro creativo dalla prima all’ultima sequenza e di cui Monicelli accetterà di filmare un meno riuscito sequel nel 1970.

 Insuperato maestro nel dirigere al meglio attori, che peraltro in quegli anni d’oro del cinema nostrano erano già di loro abbastanza “bravini”, saprà sdoganare nel 1968 il lato tragicomico di Monica Vitti, fino ad allora icona espressiva del cupo percorso di Antonioni, con il bellissimo La ragazza con la pistola. Negli anni Settanta inizia la collaborazione con un altro grandissimo e sottovalutato attore italiano, con cui firmerà alcuni dei suoi successivi capolavori. Parlo di Ugo Tognazzi, protagonista nel 1974 di Romanzo popolare, insieme a una allora semi-sconosciuta Ornella Muti. Ma è nel 1975 che, subentrando a Pietro Germi, Monicelli consegna ai posteri con Amici miei il suo quarto e immortale capolavoro, ormai entrato nella leggenda dei cult sia per l’irripetibile cast che per le ancora oggi strepitose gag, di cui pure firmerà un sequel nel 1982.

Dopo un grande film a suo modo comico, recupera il grande Alberto Sordi per realizzare con lui nel 1977 il suo film più tragico e doloroso ovvero lo straordinario Un borghese piccolo piccolo, così miracolosamente in grado – più di tanti altri suoi colleghi politicamente “impegnati” – di cogliere la storicità di quegli anni incredibili. Sarà ancora con il recuperato Sordi che nel 1981 firmerà Il Marchese del grillo riprendendo in un certo senso la comicità amara “in costume” del suo memorabile Brancaleone, facendolo non a caso seguire tre anni dopo dal meno ispirato Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.

Si poteva pensare che queste pellicole rappresentassero una sorta di testamento finale di un grande vecchio del cinema nostrano, invece due anni dopo esce a sorpresa Speriamo che sia femmina, che riceverà una messe incredibile di premi e riconoscimenti anche internazionali e otterrà uno straordinario successo al botteghino, facendo gridare alla rinascita della gloriosa commedia all’italiana di cui il futuro ci avrebbe in qualche modo regalato alcuni nuovi epigoni come Paolo Virzì e Carlo Mazzacurati.

Ma è nel 1992 che Monicelli firma quello che resta a mio parere il suo ultimo grande capolavoro assoluto e parlo del sottovalutato Parenti serpenti. Un cast in stato di grazia (Confalone, Haber, Leone, Panelli), con una sceneggiatura perfetta e dialoghi strepitosi seppe valorizzare al meglio una stupefacente ricostruzione di una famiglia piccolo-borghese, che si ritrova per festeggiare il Natale in Abruzzo.

Sensazionale il passaggio dal clima “buonista” del primo tempo al cinismo del secondo e azzeccatissima la rappresentazione di una serie di nevrosi familiari che esplodono improvvise, dilaniando un nucleo apparentemente perfetto. Il coming out di Alessandro Haber, represso omosessuale appassionato di Mina e invidioso della Bertè per via di Borg, e il provincialismo della Leoni (celebre il suo modenese “Come stai? Bene? Son contenta!” a tutti i parenti al momento dell’arrivo) restano fra le immagini cult dell’ultimo Italian Style cinematografico, l’ultima unghiata di un insuperato maestro della commedia agrodolce, dove si ride e si riflette.

I successivi lavori saranno meno significativi, forse il più riuscito è Panni sporchi del 1999, ma oramai per un cineasta geniale come Monicelli, rimasto l’unico a portare in giro la memoria storica del cinema nostrano, lo “spazio” del cinema era in certo senso esaurito. E allora è probabile che di fare il vecchietto bloccato in un letto di ospedale uno come Monicelli non ne avesse, a 95 anni suonati, punto voglia.

Davide Steccanella

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