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Marta Cai. Quasi una robinia

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Quando ci siamo trasferiti nella nuova casa c’era questa pianta di robinia che svettava sfrontata in un angolo del giardino. Non la si poteva considerare un vero e proprio albero, i cinque tronchi principali da cui si diramavano i suoi dannati rami spinosi erano troppo sottili e morbidi per esser considerati tali, al tempo stesso non la si poteva neppure definire un cespuglio, perché alla sua base c’era ben poco e la forma… una pianta ibrida? Forse. Quasi un insulto per quei giganteschi pioppi neri che troneggiavano nei campi attorno e ancor più verso i coloratissimi e vivaci oleandri che la circondavano. «Qui va tagliato tutto», furono le parole del contadino, «che questa pianta fa solo danni, perché nemmeno lei sa cosa vuol diventare». Eppure a me quelle foglioline verdi limone piacevano, mi piaceva il contrasto con la corteccia color della terra, la sfacciataggine delle sue spine. Quando fiorì, in primavera, friggemmo i suoi fiori nella pastella e scoprimmo che lasciavano in bocca un sapore dolcissimo e oggi, a sette anni di distanza, quei tronchi spuntati fuori come le dita d’una mano artritica ci fanno ombra e ci riparano dalla pioggia. È bastato aspettare.

«La robinia, specie pioniera, protegge i terreni franosi grazie alla rapidità della sua crescita e all’apparato radicale ipersviluppato. I virus più scaltri tengono in vita l’ospite, le mani più pie attutiscono le cadute rovinose. La robinia arricchisce inoltre il suolo di azoto (il “senza vita”) e fa la gioia delle ortiche. Ah, malandrina d’una robinia, quando non stai bene e non puoi scappare non vuoi altro che te stessa e irritanti fiancheggiatori. No, non vuoi nessuno intorno. Puoi essere vita contro la vita, come le malattie più feroci. Ma puoi essere molto altro, coagulo di contraddizioni.»

Quando ho letto il titolo di questo libro ho pensato, “eccoti di nuovo, mia amata/odiata robinia”. Ci siamo, ora sarai finalmente la protagonista che hai sempre voluto essere, hai un libro tutto tuo e mi ci sono volute parecchie pagine per comprendere appieno la scelta di questa pianta, da parte dell’autrice, rispetto a tutte le altre. L’ho capito a fine lettura. È bastato aspettare.
In primis per la forma: se la robinia non si decide a essere albero o cespuglio, anche il testo di Marta Cai si può considerare sospeso tra la forma di un memoir sulla perdita dell’amato padre e un’indagine sul tempo residuo, sulla riflessione in relazione alla malattia, sullo stato a cui può condurre una degenza (per il paziente e chi gli sta vicino), sulle strutture (in questo caso l’hospice) dedicate al suo ricovero. Scivolare nel dolore (o in quella che oggi definirebbero orribilmente “pornografia del dolore”) sarebbe cosa facile e, lasciatemelo dire, forse anche legittima ma questo non è certo il territorio della Cai. Qui il dolore diventa bellezza, per quanto paradossale possa sembrare questa affermazione.

Nessuna ostentazione, nessuna commiserazione, in queste centosessanta pagine vi è soltanto poesia. Vivida, abbacinante e meticolosa. Per nulla accomodante, sia chiaro, ci sono passaggi che andrebbero riletti più volte per essere assimilati al meglio, a tratti anche sperimentale e goliardica in quel suo modo tutto personale di giocare con la pasta della parola e delle sue molteplici declinazioni. Nel testo si avverte quasi una devozione dell’autrice verso una prosa che nulla ha di convenzionale, semmai straniante e ammaliante come soltanto le voci uniche hanno di naturale predisposizione, dimostrando che la scrittura non è soltanto un mezzo per divulgare ma una materia prima, di primissima fattura, per creare.

Se dunque da una pianta infestante si può ricavare miele dolcissimo, ecco che da termini sanitari e un letto da ricovero si può creare, torno a ribadirlo, una lirica che ha del commovente.

Marta è perciò la figlia/robinia che racconta ciò che ha vissuto in quei giorni: le lunghe attese trascorse a fumare nella terrazza della camera, i pasti consumati all’interno di un edificio che appare come uno spazio liminale senza tempo né temperature (che ore sono? Che giorno è? Quale stagione?), le indicazioni delle infermiere su come comportarsi al meglio “nel momento in cui avverrà”, l’angosciante corsa per l’ultimo saluto e soprattutto le piccole, onnipresenti attenzioni nei confronti del padre. Un uomo parla pochissimo, salvo sporadici frangenti (“Sgram-”) che appaiono come guizzi vitali estemporanei lungo l’implacabile ascesa. Una figura a cui Marta può approcciarsi solo attraverso la forma del monologo e quindi parlando a noi. Spettatori passivi di un dolore “discreto”, che l’autrice cerca in ogni modo di contenere attraverso la forma parola come soltanto una penna capace è in grado di fare, senza scivolare nell’esercizietto.

«La morte aleggia su tutte noi creature con la certezza adamantina di un teorema, una certezza astratta. In ogni triangolo rettangolo l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma dei quadrati costruiti sui cateti e la somma dei giorni della creatura porterà all’annullamento della stessa ma forse non di tutti i quadrati che avrà costruito. Mentre giaci sul piano del letto come area di oppiacei, perimetro di ossa e pelle, io allargo braccia e gambe, fumna vitruviana, e idealmente occupo il quadrato di uno dei tuoi cateti.
Cosa resterà di me? Padre, padre, perché mi stai abbandonando?»

Un libro piccolo ma dal peso specifico massiccio e vitale, che si muove agilmente rinunciando a un intreccio definito (se non i verbi suggeriti a inizio capitolo) come i rami/tronchi di quella stessa robinia che non ha padrone, che infesta e punge, che tutti dicono non serva a niente e invece poi si scopre che regge la terra. Non un manuale sul dolore ma un tributo al rispetto dello stesso. Marta Cai ha una penna che è già voce, uno stile che è già scuola. Lasciamoci ferire dalle spine, godiamo del profumo dei petali bianchi, c’è parecchio da apprezzare.

Stefano Bonazzi

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Quasi una robinia

Marta Cai

Aboca

16,00 euro — 160 pagine

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