Ogni mattina c’è un istante che non appartiene né al sonno né alla veglia. Un varco sottile, fragile come la pelle dell’acqua all’alba. È lì che nascono le domande che non osiamo pronunciare: chi siamo, quando nessuno ci guarda? Quale voce antica continua a bussare dentro di noi, prima che il giorno ci costringa a indossare il nostro nome?
Da questa fenditura inizia il viaggio di Anima Nuda (Meltemi editore 2025, 268 pp., 19,00 €) narrato da Marta Pettolino Valfrè. Percorriamo con lei un sentiero che attraversa storie segnate da ferite che non hanno smesso di respirare. Una donna a cui il corpo ha negato la maternità. Un ballerino che combatte ogni istante contro la distrofia muscolare. La prima transessuale divenuta celebre in Italia, avanzando controcorrente come una corrente scura. Una scrittrice che fa della sessualità un varco di libertà. Un ex tossicodipendente che scopre in un referto la propria condanna e la propria rinascita. Uno psicoterapeuta ferito dai pregiudizi. Una donna che vive sul bordo sottile del disturbo borderline. Non sono ritratti esemplari, ma battiti. Vite che pulsano. Ombre che chiedono ascolto, come se l’infanzia — mai davvero passata — continuasse a trascinarci per il lembo della camicia, ricordandoci che nessun adulto è davvero intero.
La scrittura di Pettolino Valfrè si muove come una luce obliqua tra queste vite: delicata, mai indulgente, capace di smontare gli stereotipi con la fermezza di chi conosce il peso delle parole. Psicologa, giornalista, insegnante, da anni esplora l’intreccio tra mente, corpo e linguaggio, e in queste pagine sembra restituire il fiato a ciò che la società tenta di zittire. Un libro che emoziona, che restituisce ad ognuno qualcosa che non sapeva di aver perso.
Non c’è promessa di guarigione. C’è un invito più antico: sostare nel punto esatto in cui la fragilità diventa possibilità, dove il dolore si converte in una forma nuova di presenza. Perché la verità, qui, non arriva come luce. Arriva come un’ombra che ci sfiora al risveglio, poco prima di aprire gli occhi.
Nancy Citro
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Ti sei mai fermata ad ascoltare la voce che hai nella testa? A chi appartiene? Cosa ti sta dicendo?
Un paio di anni fa ho incontrato una donna alla quale sono molto affezionata, in una sera calda di primavera. Adoro quando si inizia a stare più ore fuori e
non si hanno troppi vestiti addosso.
È donna bellissima, mora, riccia, con il viso piccolo e pieno di grazia. Mi piace quando sono con lei, ha una voce soave e una mente analitica. Le serate in sua compagnia trascorrono tra aneddoti improbabili e discorsi sul senso della vita.
Dopo una bottiglia di vino e una cena rigorosamente vegana, mi racconta con voce stridula e acuta di sentire dentro di sé una frase ricorrente: “Te l’avevo detto, te lo meriti!”. L’ascolto, e mi accorgo che ha cambiato voce e anche volto, non scorgo più la grazia palese solo pochi istanti prima. Le chiedo chi è che parla nella sua testa. Lei subito non comprende, ma poi ammette che quella che sente è la voce di sua madre. E sorride, commossa, un sorriso liberatorio pieno di speranza e di risentimento, e forse anche di vino.
Ascoltare il bambino e la bambina che tace vuol dire ascoltare quello che abbiamo nella mente e nell’anima. Dare voce a quello che non abbiamo mai detto, né a noi né ad altri. Significa sfidare le nostre paure, affrontare il giudizio delle altre persone e rischiare di diventare veramente noi stesse, nell’espressione meno educata e perbenista possibile.
Credo che tutte e tutti noi siamo, oltre che luce, anche opache e poco lucenti, abbiamo le nostre ombre e le nostre imperfezioni. Accettare anche questa parte vuol dire concederci un dialogo con noi che nessuno ci ha mai insegnato ad avere.
Impariamo a essere educate durante le nostre fasi evolutive, nelle quali interpretiamo le condizioni che determineranno se saremo accettate o spinte alla deriva relazionale. Impariamo regole per stare con gli altri, regole per non dispiacere agli altri, regole per piacere agli altri.
Non sono contraria alle regole, siamo tanti e viviamo d’interazione, siamo in società (e per favore non parliamo di democrazia, che, come dice Gaber, “A farle i complimenti ci vuole fantasia”) e non potremmo starci se non ci fossero. È il ricatto che c’è dietro all’educazione che non sostengo: “Fai questo altrimenti…”, “Non fare questo, se no…”, “Cosa penserà la gente se…”.
E poi da adulti ci stupiamo se abbiamo più casini nella testa che sogni. Se abbiamo paura di esporci perché chissà la gente cosa penserà di noi, chissà se faccio questo, cosa succederà.
Mi sembra quasi che ci si dimentichi che è tutta un’evoluzione, che siamo sempre noi e che crescere significa anche portarsi dentro chi siamo stati. Non viviamo in stanze chiuse tanto che se entri in una dimentichi cosa è stato nell’altra. Siamo sempre noi e le nostre ferite sono sempre le nostre e se non insegniamo ai nostri figli e alle nostre figlie non solo il senso di rispetto per gli altri ma anche il senso di rispetto per sé, allora perdiamo anche la possibilità di lamentarci se siamo tutti un po’ incasinati e se abbiamo tutti le stesse paure. Tutti le stesse, e tutte taciute.
Esaltiamo un perenne stato di performance, in cui dobbiamo essere migliori, più furbi, più sensibili, più veloci, più, in una corsa alla perfezione (ma non lo dite ai guru moderni che si affannano per fare a gara a chi è partito più sfigato e chi ha raggiunto più successo. Has… Fidanken!) come unica alternativa alla pochezza.
Veniamo al mondo urlando la nostra presenza e poi passiamo la vita a recitare un ruolo sottovoce. Non tutti. Ci sono persone che mantengono la linfa vitale, la voglia di fare, di provare e di imparare.
Quando ero piccola, ero brava, una di quelle bambine che non si sentono: non ho mai pianto per mangiare, né per giocare da sola o per dormire. Mi raccontano che mi addormentavo ovunque fossi, senza dar fastidio. Sono sempre stata silenziosa e non ho mai chiesto il permesso per fare le cose. Indipendenza forse, o forse tacevo già allora.