Massimiliano Santarossa, Pane e Ferro – Il Novecento, qua da noi

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E’ “Pane e ferro”, ruggine e ossa, muscoli tesi come la corda di uno spartito perduto nel tempo: pagine macchiate dalle macerie morali del tempo, sono lettere intessute tra le travi di legno invecchiate dal fuoco, reso scuro dalla fuliggine di camini che oggi sono caldaie.  Sono “romanzi in salita”, romanzi di montagna e fatica, lacrime e boschi, rimpianti e nostalgie: sogni sfiorati dalle dita che si fanno inchiostro ad alta quota narrativa. E’ il caso proprio di “Pane e ferro” di Massimiliano Santarossa (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, pagg. 354, euro 15), un romanzo che è l’epopea di una famiglia contadina tra campi e cemento, tra montagna e pianura, tra Veneto e Friuli. Santarossa,  dopo aver raccontato tra i primi in Italia il degrado di certe periferie (anticipando Saviano S.P.A. &Company) con “Storie dal fondo” e aver dato vita ad un nuovo “neon-realismo”, ci racconta la storia della propria famiglia lunga un secolo: dall’alba del 1895 sino al tramonto del 1999. Seguiamo i protagonisti di generazione in generazione: dal nonno, “il Patriarca” sino al nipote che è definitivamente catapultato, sul finire degli anni ’90, tra grattacieli che nascondono il cielo come le anime. Un romanzo degno di un film di Ermanno Olmi: “Quando veniva meno la fatica nei campi, per disgrazia, maltempo o peggio perdita della terra, i contadini li ritrovavi immobili, le mani rotte sui volti scarni, seduti a bordo fiume, afflitti come fantasmi senza pace, perduti nella nebbia gelida del mattino, a maledire la vita e odiare il mondo che li circondava. Dov’era l’antico fuoco? Il timore dell’avvenire spegne anche la cenere”. La scrittura di Santarossa, nato a Villanova di Pordenone nel 1974, è un susseguirsi di frasi che ricordano, senza emulare, l’Emily Dickinson quando scrive: “L’acqua è insegnata dalla sete./La terra, dagli oceani traversati./La gioia dal dolore./ La pace, dai racconti di battaglia”. “Pane e ferro” é un chiodo di tenerezza che trafigge il senso del Novecento in un mondo dove tutto continua a progredire, ma nessuno progredisce veramente.