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Massimo Salvati. Oblio mucido

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Quando mi trovo alle prese con testi del genere, la mia mente (forse in questo caso sarebbe più consono dire “memoria”?) non può esimersi dal ricondurre le sensazioni che ritrovo nelle pagine a qualche pellicola cinematografica. Spesso si tratta di percezioni istintive, non necessariamente di un nesso ponderato, in questo, lo stordimento onnipresente capace di generare la lettura di Oblio mucido, aiuta parecchio.
Sento l’eco di un Impero della mente lynchiano seppur già sono sicuro che molti altri recensori, giustamente, richiameranno sull’attenti il compianto regista dal ciuffo canuto per tentare di decodificare l’esordio di Salvati anche se qui, più di un impero, forse sarebbe consono parlare di labirinto o, ancor meglio, di uno spazio liminale. Un limbo prigione le cui pareti si dissolvono continuamente, decomponendosi alla stregua di quella muffa pestilenziale che solletica le narici.

Ora ti guardo, Matteo. Se davvero conoscessi il mondo, quello vero, allora capiresti che nulla più che la finzione riesce a dare conforto. Nella mia testa però non ci sono da tempo visi di persone care, solo lapidi dalla fotografia sfuocata. Ricordi a cui non riesco ad accedere.
Rimane solo l’origine, e noi. Se non fossi pronto?
Ci prepariamo tutta la vita a una specie di resa dei conti, un momento finale, risolutivo. Se poi non arriva nulla?


La notte, delirante e destabilizzante, in cui Simone, il protagonista, si ritroverà più o meno inconsapevolmente a ripercorrere gli eventi cardine della sua vita giovanile, ha la lunghezza vischiosa di un incubo kafkiano. Non ci sono cinture di forza o camicie contenitive, non ci sono infermiere deturpate o sadici carnefici, niente di gratuitamente orrorifico, sia chiaro, eppure, camminare in questi meandri oscuri mi ha fatto sentire all’interno di un’allucinazione perversa non troppo dissimile a quella che da il titolo della pellicola di Adrian Lyne (
Jacob’s Ladder – 1990).

A Matteo l’immagine di Simone sembra sfumare, contorcersi; si sgretola in strati, in due, in quattro, riprendendosi e agglutinandosi in pezzi sempre più piccoli. Anche l’espressione è scorbutica, ora allegra, ora goffa. Non riesce a riconoscergli un volto: solo una voce che si interrompe.

Dunque ci voglio provare, pur senza sapere se ne sarò in grado, pur consapevole che una storia del genere non si può riassumere o valutare in un paio di cartelle, ancor meno a una morale da strillone, eppure vorrei tentare almeno di farvi comprendere come ci si sente all’interno di questo oblio appiccicoso quindi indosso le cuffie, faccio partire un loop di droni ambient del compositore The Caretaker, che del deterioramento mnemonico ne ha fatto la sua ricerca artistica e vi pongo la domanda da cui tutto potrebbe partire: che cosa accade all’identità quando la memoria smette di essere un archivio e diventa un organismo in decomposizione?


Matteo lo guarda, prende coraggio. «Sai, a volte è come ci fosse un omino che si posiziona al centro della mia testa, prende in mano la matassa dei miei ricordi e li imbriglia in un punto preciso. E lì, quando appare l’orizzonte di un pensiero nuovo, subito viene com-promesso. Subito non mi appartiene più. Lo percepisco estraneo, sembra sia stato qualcun altro a mettercelo».

Il primo pensiero va all’alzheimer. Una piaga che l’autore dichiara di conoscere da vicino ma essa non è la protagonista, ancor meno la giustificazione alla slavina che seguirà. Nessuna lacrimuccia facile in queste pagine, nessuna biografia di autocommiserazione. La definizione della malattia viene relegata all’interno di un referto medico della clinica in cui Simone è ricoverato e stop.
Ultraottantenne, ridotto a una larva dal corpo scarnito, Simone è la diapositiva sbiadita di una vita che nasconde più di uno scheletro nei suoi armadi. L’oblio dunque non è astratto né metafisico, bensì una materia che si deteriora come carne e sangue. L’aggettivo “mucido” introduce una dimensione quasi biologica della dimenticanza, non si tratta semplicemente di non ricordare più, ma di assistere alla lenta proliferazione di qualcosa che cresce nella memoria e la altera come una larva depositata nel cervello di un organismo ospite. E quando la larva si risveglia e ha fame, cosa resta del suo ospite?

«Cosa ne dici? Tieni conto che è tutto tipo una visione, un romanzo allegorico, come si scrivevano una volta».

Salviati è capace e la sua capacità di seminare indizi nelle stanze della sua clinica mentale ne è la prova. Ma la casa di cura di Oblio mucido non è un luogo realistico: è uno spazio allegorico, un dispositivo mentale definito per tratti sommari. I suoi corridoi asfittici, le porte chiuse ricordano l’architettura labirintica di un quadro di Escher. Simone ne percorre gli ambienti, avanti e indietro, nelle stanze, nel tempo. Matteo è il suo terapeuta, Virgilio inconsapevole, a tratti più spaesato del nostro. Insieme dovranno attraversare le membrane dell’ossessione primigenia: Enrico, predatore istrionico che si nutre dell’ammirazione degli altri.
Lo scenario è questo: pochi personaggi e scenografie eteree quanto quelle di un’opera teatrale contemporanea.
Fa strano che l’autore abbia scelto tre nomi così comuni per tratteggiare un’epopea dal pathos tragicamente classico e mi piace pensare sia una scelta voluta ad aumentare ancor di più il senso di sovrapposizione delle singole identità. Mentre leggevo, immaginavo continuamente questi tre figuri fondersi tra loro: le rughe di Simone assottigliarsi, perdere di consistenza, sovrapporsi ai tratti di Enrico mentre il volto si infiammava di una luce passata, come un negativo esposto al sole o i ricordi visualizzati nelle menti malate della coppia di amanti nella pellicola di Chad Hartigan (
Little Fish, 2020).

La lettura tramite l’ascolto dell’altro. Pensiamo sempre di essere al primo posto, pensiamo molto spesso che sia bello chiuderci nelle torri d’avorio e contemplare noi stessi attraverso gli occhi di persone simili a noi o disposte a esserlo per strapparci la toga o la maschera. Pensiamo di essere al centro di qualcosa. In realtà, è una cazzata: non stiamo al centro del mondo. Siamo sulla circonferenza.


I pensieri dei personaggi tendono a girare su se stessi, ripercorrendo continuamente le stesse traiettorie emotive. L’ossessione diventa una forma di conoscenza negativa e la palinodia, un mantra: più il pensiero si ripete, più rivela l’impossibilità di afferrare una verità stabile. Di pagina in pagina si avverte la costante sensazione di camminare su una lastra di ghiaccio perché i ricordi non sono mai ciò che è stato realmente. C’è sempre una componente aggiuntiva, una dose perturbante e pericolosa che si insinua nella memoria, quando essa smette di essere autoconservativa, per diventare altro.
Sei capitoli per comporre un’unica frase, posta in esergo, a monito di chi vorrà addentrarsi in questa sala di specchi (a tal proposito, mai collana editoriale fu più adatta ad ospitare un testo), sei dimensioni che potrebbero rimescolarsi come carte da gioco. Salvati è il mazziere che tiene banco e, la sua scrittura, l’unico tentativo di contenimento del maelstrom. La sua prosa è controllata, oserei dire “clinica”, non si fa scrupoli di invertire punti di vista e allineamenti, mantenendosi elegantemente turbante, specialmente quando si scivola nel torbido erotismo e per un’istante si percepisce la profondità dell’abisso. Qui ritorna d’obbligo il paragone lynchiano, l’innata abilità nel farci scorgere larve brulicanti sotto terra per poi riportarci con un movimento di camera sotto un cielo dell’azzurro più intonso. Il risultato? Un romanzo che rifiuta deliberatamente la trasparenza narrativa così come ogni forma di linearità o equilibrio.
Leggere
Oblio mucido significa accettare di abitare una zona d’incertezza in cui il senso non è mai definitivo, semmai un organismo mutaforma da comporre a piacimento, senza preoccuparsi troppo se qualche arto verrà a mancare o se l’aspetto finale non sarà quello come quello che ci eravamo prefigurati all’inizio del viaggio.
In questa prospettiva, il libro di Salvati può essere interpretato come un laboratorio catartico sulla fragilità della co(no)scienza. Non un testo facile, neppure consolatorio, piuttosto un’esperienza per chi cerca letture di frontiera e non si lascia spaventare dalle parti più ritratte del proprio subconscio.

Stefano Bonazzi

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Oblio mucido

Massimo Salvati

Alter Ego Edizioni

17,00 euro — 136 pagine

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