Massimo Zamboni e Caterina Zamboni Russia anteprima. La macchia mongolica

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Massimo Zamboni. Photo Credit: Paolo Degan

Massimo Zamboni, musicista, scrittore, chitarrista e compositore del noto gruppo punk rock CCCP e dei CSI, esce in libreria – dal 30 gennaio – con La macchia mongolica, scritto con Caterina Zamboni Russia, edito da Baldini+Castoldi che ha concesso a Satisfiction in anteprima un estratto in esclusiva.

Il tema attorno al quale ruota la narrazione è il viaggio in Mongolia fatto da Zamboni negli anni Novanta insieme alla moglie e ai componenti dei CSI. Zamboni si trova di fronte a una terra mitica che va ben oltre l’immaginario che lui stesso si è costruito in anni di congetture, studi e ricerche, una terra resa immortale dal mito di Gengis Khan, attraversata da Marco Polo e conquistata dalla Russia sovietica.

Dal viaggio in Mongolia nascerà questo libro e inoltre Tabula rasa elettrificata, uno dei dischi simbolo dei CSI e infine, cosa più importante, si manifesterà in Massimo per la prima volta, proprio nel corso del viaggio, il desiderio di divenire padre. Due anni dopo nascerà Caterina con una particolarità: una sorta di voglia, un piccolo livido destinato a scomparire nel tempo, la cosiddetta “macchia mongolica”, un segno che decreterà in lei l’appartenenza a due mondi fisici e spirituali, l’Emilia dei padri e la Mongolia del desiderio.

Caterina Zamboni Russia

Quando compie diciotto anni è qui che Caterina vuole andare in ciò che sembra quasi un ritorno a casa. Nei paesaggi immutati e nella storia che veloce fagocita il tempo e i costumi, dentro a un mondo che ha annientato le distanze ma non le differenze, questo nuovo viaggio – prima tutti insieme, e poi Caterina da sola – è scoperta ulteriore, immersione spirituale, indagine sull’altrove che ci abita, un’esplorazione necessaria tra le stanze della memoria più intima.

Con questo libro, Massimo e Caterina Zamboni regalano al lettore una storia intensa, intrisa di passaggi suggestivi da cui emerge una straordinaria carica di umanità. Attraverso gli scenari descritti, visti e narrati in maniera assolutamente vivida, pare al lettore di essere stato a sua volta in prima persona in quei luoghi sospesi, quasi senza tempo.

Bellissime le descrizioni della terra il cui mito è stato alimentato dal leggendario Gengis Khan: “Tsarvan è l’erba densa che soffia dalla steppa a pochi chilometri dalla città e che la notte ti accoglie in un abbraccio di benvenuto alla scesa dall’aeroplano della Miat. L’aria si fa ambasciatrice e regala promesse”. E ancora: “Verso Bulgan le prime coltivazioni a monocultura cereale sembrano adagiate sulle colline come foulard di seta, in strisce infinite di un verde più denso. Questa è l’unica area coltivata di una Mongolia peraltro indifferente alle verdure e ai cereali e ignara dell’esistenza di frutta che non sia selvatica o di poche mele”.

La macchia mongolica è anche un libro che fa conoscere al lettore le usanze di un luogo ricco di umanità, cultura e passione, a cominciare dal Naadam, la grande festa delle etnie mongole con il colonnello Bat Erdenet, Eroe Titano e Protettore, il cui nome scorre sulle labbra di tutti perché è il più forte tra tutti i mongoli, “per otto anni consecutivi vincitore del Naadam, l’unico uomo capace di sollevare e abbattere i campioni giapponesi di sumo”.

Un libro meraviglioso che profuma di incanto, con la Storia sempre presente insieme alla curiosità e all’amore di conoscenza per le differenti culture. 

Silvia Castellani

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La macchia mongolica

I corvi sono i veri custodi del monastero di Shankh. È più facile ascoltarli che vederli, intanati tra le colonne, nei sottotetti. I loro gracchi compongono una orchestra serale, forse anche una preghiera. Timbrano di escrementi bianchi i loro possedimenti, facendoli risaltare sul marroncino fulvo delle colonne, degli steccati, delle porte. Quel fulvo è il colore della vittoria, ci istruisce Enkhe. Sulle tegole dei tetti è cresciuta l’erba, nessuno provvederà mai ad estirparla, una vacca entra a pascolare anche se i cancelli sono serrati, fuori dal recinto del tempio qualche centinaio di pecore non si muove per non disturbare l’effetto cartolina. Spero ci sia di insegnamento questa pace raggiunta proprio nell’ultima ora. La comprensione che tutto ciò che cercavamo non era contenuto in un muoversi chilometrico, ma nell’attendere, nell’ascoltare da fermi. Realizzo l’avidità un po’ dissennata, anche se culturalmente insopprimibile, del nostro accumulare visioni. Avremmo forse dovuto fare come la macchina fotografica di Piergiorgio, aspettare l’entrata dei soggetti nel nostro campo visivo. Fermarsi – lasciarsi viaggiare. So che restando qualche giorno in questo minuscolo monastero subirei una elevazione di grado, ma forse mi spaventa l’eventualità di alterare le coordinate che mi costituiscono. Una promozione che non spaventa Caterina, intenta a prendere appunti solitari. Chissà se questi luoghi – questo, in particolare – genereranno in noi gli stessi pensieri. La voce per trattarli sarà certamente differente. O convergente? Vorrei sbirciare nei suoi appunti, sono certo che troverei materia di apprendimento. Conosceremo immediatamente alcuni di quei suoi pensieri questa sera stessa, quando ci comunicherà che vorrebbe ritornare qua il prossimo anno. Da sola. Chiedendo magari ospitalità in cambio di piccoli lavori di restauro alle strutture del tempio, che ai nostri occhi organizzati appaiono da pitturate, inchiodare, ricostituire. Meglio ancora, suggerisce, potrebbe dare qualche lezione di inglese. Mi colpisce questa sua voglia di permanenza, così lontana e superiore alle mie impazienze, così capace di aggiungere altri due punti cardinali – la scesa e la salita – ai quattro classici punti di superficie. Forse lo scardinamento causato dal viaggio ha avuto giusto questo fine: liofilizzare le profondità acquisite per un utilizzo non appena se ne presenti l’occasione. Potessi dare un corpo alle mie ispirazioni starei sdraiato sulla collina per ore, camminerei fino agli stupa bianchi che intuisco appena oltre il limite delle mie capacità visive. La mattina presto salirei la scala e la torretta guardando oltre il recinto l’uscita delle greggi, mentre le rare auto microscopiche in lontananza dicono che altro c’è, ma non dove e come. Senza prepotenza. Lascerei le nuvole formarsi come pare a loro, senza attribuire nomi o somiglianze, semplicemente guardandole mutare. Mi sveglierei tra i battibecchi dei corvi in questa stanza che non ha tende oscuranti, dove il sole entra senza bussare e illumina l’intera parete di ferro nero sgocciolata di bianco, stufa irradiante che sembra un dipinto di Rothko.

Il nostro viaggio termina qua, poco prima di sera, seduti sulla collina sopra Shankh. Noi tre assieme. Uomo. Donna. Figlia. Stesi ad ascoltare con i polmoni il profumo degli spazi che è il profumo di quell’erba della famiglia delle Artemisie che gli anglosassoni chiamano wormwood, i mongoli tsarvan ed Enkhe, unica in tutta l’Asia continentale, sharilg. Termina il viaggio lì dove era cominciato venti anni fa, in mezzo a quel respiro che avvolse Ossendowski e von Ungern-Sternberg e Polo e Micheli e mille altri viaggiatori o avventurieri e ancora accoglie e ispira tutti coloro che desiderano questo paese intimo e inaccessibile.

© Baldini+Castoldi, 2020

Photo Credit: Paolo Degan