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Matteo Guarnaccia anteprima. Herman Melville. Taipi

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Herman Melville pubblico Taipì nel 1846, all’età di ventiquattro anni, in cui raccontò la fuga da una baleniera di due protagonisti, Tom e Toby, che trovano rifugio presso una comunità di Taipi, considerati dei cannibali, convivendo con loro in uno sperduto angolo di paradiso prima di fuggire una seconda volta. Oggi ComicOut ripropone la personale versione a fumetti del libro di Melville – con una introduzione di Claudio Risé – che Matteo Guarnaccia aveva realizzato qualche anno fa: non solo un’ottima occasione per riscoprire il capolavoro dello scrittore americano, ma anche per accostarsi a una rilettura del concetto di esotico e, soprattutto, della relazione tra “selvaggi” e “uomo bianco”. A introdurci nello splendido affresco grafico-letterario tracciato da Guarnaccia ci aiutano le sue stesse parole, scritte in occasione di questa nuova edizione del volume, che ne raccontano la genesi.

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Per scrivere la prefazione a questa nuova inaspettata edizione di Taipi, mi sono messo a spostare carte, cartelline, fogli e a rileggere appunti sull’argomento. Nel farlo ho scoperto una notizia assai intrigante che ai tempi mi era completamente sfuggita: Herman Melville pubblicò il suo libro a 24 anni: esattamente la stessa età che avevo io quando disegnai la versione a fumetti. Una “coincidenza” che conferma lo strano legame che provai con questa storia, sin dal momento in cui mi chiamò nascosta tra i chilometrici scaffali del piano sotterraneo della storica libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele a Milano. (…)

Iniziai a leggerlo sul posto, tra altri svagati e rapiti scavatori di pubblicazioni. Aprire alla cieca un libro dell’Ottocento, mai sentito nominare, fu come stappare una vecchia bottiglia di vino rimasta sepolta in fondo alla cantina. Le parole che scaturivano da quelle pagine erano ancora “buone e profumate”, e davano alla testa. Le tematiche descritte sorprendentemente vicine a quelle di un attivista controculturale degli anni Settanta come me. Herman era uno di noi, un fratello, anche lui si era ribellato alle regole e alle autorità. Aveva messo in discussione una società ingiusta, folle e violenta. In tempi non sospetti aveva condannato il colonialismo, abbracciato l’Altrove e respinto l’idea che l’occidente fosse il migliore dei mondi possibili. (…)

Taipi era un romanzo “on the road”, anche se non si svolgeva sulle highway americane ma nei Mari del Sud, tra tribù selvagge e natura incontaminata.

Una delle idee nuove era quella di fare delle versioni a fumetti dei grandi classici della letteratura straniera. Io mi presentai in redazione con quell’opera minore e sconosciuta di Melville, che fortunatamente superò i dubbi iniziali. Concluso il “contratto” (tradotto: una stretta di mano) pensai che mettermi a disegnare qualcosa sui Mari del Sud sarebbe stato fantastico! Lo feci di getto, consumando pennini e boccette di inchiostro Pelikan nero. Alternavo nottate no-stop di disegno a spedizioni alla ricerca di materiale utile per capire quel mondo. Poco tempo prima avevo trovato ad Amsterdam un altro libretto misterioso, Papalagi, pubblicato da un ex-provo, Olaf Stoop, nella sua Real Free Press e illustrato da Joost Swarte. Originariamente apparso nel 1920, scritto da Erich Scheurmann e (ipoteticamente) basato sui discorsi fatti da un capotribù samoano, Tuiavii, era una brillante critica al mondo degli uomini bianchi che avevano colonizzato il suo paese. (Molti anni più tardi convinsi Marcello Baraghini a farne una versione italiana per la sua collana Millelire, che ebbe grande successo, ma questa è un’altra storia…). Naturalmente mi furono di grande utilità i taccuini di disegni di Gauguin realizzati alle isole Marchesi, Noa Noa, prestatimi da un amico psicanalista, che mi dato la commissione di affrescargli lo studio. Battevo a tappeto le bancarelle di libri usati (oggi malinconicamente scomparse) dove trovai La ballata del mare salato di Hugo Pratt su vecchi numeri del Corriere dei Ragazzi, copie vetuste delle riviste americane «Life» e di «National Geographic» con coloratissimi reportage di viaggi in Oceania. Lessi in biblioteca rapporti di caccia alla balena dell’Ottocento, i diari di James Cook e Charles Darwin. Non trascurai i testi parascientifici e assai osé dedicati alla libertà sessuale delle donne polinesiane che venivano venduti nelle misteriose edicole delle stazioni ferroviarie di provincia.

Poi, per fortuna c’erano ancora i cineclub dove andai a vedermi i film di Murnau (Tabù) o di Robert J.Flaherty (L’ultimo Eden) e naturalmente Marlon Brando negli Ammutinati del Bounty e John Wayne ne La strega rossa. Non ultimo, mi lustrai gli occhi studiando le grafiche delle camicie hawaiane che si trovavano accatastate a balle e puzzolenti di naftalina nei negozi di vestiti usati, quando non erano ancora di moda. Nell’insieme è stato un progetto assai impegnativo di cui ancor oggi vado fiero. Riconosco in ogni singola tavola la disciplina lavorativa che mi ero imposto, il gusto per i particolari, gli escamotage per inserire parti descrittive dell’opera originale come figure di un dizionario che scorre accanto alle strisce. Soprattutto mi sorprende la capacità di aver saputo contenere la narrazione grafica all’interno di una gabbia strutturata, un evento stravagante per un artista psichedelico abituato a sbrodolature, salti e flussi di coscienza sbrigliati.

Matteo Guarnaccia

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