Ci sono figure che non cercano la scena eppure finiscono per costruirla. Maurizio Biancani è una di queste. “L’alchimista del suono. Cinquant’anni di musica al mixer”, a cura di Andrea Fiorenza, non è semplicemente il racconto di una carriera lunga mezzo secolo: è la storia di come la musica italiana abbia imparato ad ascoltarsi, a registrarsi, a diventare memoria condivisa.
Biancani non è un protagonista nel senso classico del termine. È piuttosto un mediatore, uno che sta nel mezzo — tra l’artista e la macchina, tra l’idea e il suono, tra il caos creativo e la forma finale. Il suo libro è un attraversamento gentile ma lucidissimo della musica italiana dagli anni Settanta in poi, vista dal punto di osservazione più raro: quello di chi c’era sempre, ma quasi mai in primo piano.
E poi c’è Bologna. Non come semplice sfondo, ma come complice. La Bologna che Biancani racconta è una città aperta, attraversata da studenti, musicisti, produttori, sogni e notti infinite. È la Bologna di Fonoprint, che non è solo uno studio di registrazione ma un luogo simbolico: uno studio dove la canzone popolare italiana ha preso forma, voce, corpo.
Da qui passano Lucio Dalla e Vasco Rossi, due modi opposti e complementari di intendere la libertà musicale. Con Rossi, Biancani condivide l’inizio, la scommessa, l’urgenza. Con Dalla, l’intelligenza sonora, l’ironia, il dettaglio che fa la differenza. Il libro è anche un atlante umano: Luca Carboni, Samuele Bersani, Gianni Morandi, Laura Pausini, Eros Ramazzotti, Fiorella Mannoia, Zucchero, i Pooh. E poi Franco Battiato ed Ennio Morricone, dove il suono diventa visione, architettura, cinema interiore.
Non c’è mai idolatria in queste pagine. Biancani racconta gli artisti come persone prima che come icone: con le loro fragilità, le ostinazioni, le intuizioni improvvise. E racconta se stesso allo stesso modo, senza mitologie. Il tono è quello di chi sa che la musica è un lavoro collettivo, fatto di fiducia reciproca, di errori salvifici, di silenzi più importanti di mille parole. “L’alchimista del suono” è anche un libro sul tempo. Sul tempo analogico, lento, artigianale, in cui si aspettava il suono giusto e non lo si correggeva all’infinito.
Un tempo in cui la tecnologia non sostituiva l’ascolto, ma lo amplificava. E in questo senso Biancani diventa una figura quasi etica: uno che ha sempre scelto di servire la musica, non di dominarla.Alla fine, quello che resta non è solo l’elenco impressionante dei dischi e degli artisti, ma un’idea precisa di cultura musicale: la musica come relazione, come spazio condiviso, come gesto civile. Bologna come laboratorio permanente. E Maurizio Biancani come uno di quei rari artisti che, senza alzare la voce, hanno contribuito a dare un suono al nostro immaginario.
Gian Paolo Serino
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Lucio Dalla
Era una giornata d’autunno, una di quelle che ti si infilano sotto i vestiti anche senza vento. Bologna era rivestita di quel suo grigio umido che non
è pioggia, ma nemmeno quiete. Le strade brillavano appena, come se qualcuno avesse passato un velo d’acqua sulla città, lasciandola lucida e distratta.
Era l’inizio degli anni Ottanta e la Fonoprint stava cominciando a prendere forma. Non solo come studio di registrazione, ma come snodo nevralgico della musica italiana. Ogni giorno qualcuno bussava alla porta con una cassetta in mano, un’idea in tasca, o solo con la speranza che quella sala fosse il luogo giusto dove far nascere qualcosa.
Fuori, Bologna era una città viva, stratificata, sospesa tra l’eco della contestazione degli anni Settanta e un nuovo fermento creativo. Le radio libere trasmettevano tutto: cantautori, punk, prog, primi esperim
enti elettronici. Per le strade si incontravano persone con i giornali piegati sotto il braccio, le biciclette scassate, voci accese ai tavolini dei bar. Ma qualcosa stava cambiando: la politica lasciava spazio ad altri linguaggi, soprattutto la musica.
C’erano le osterie, i centri sociali, il Dams, che già allora sfornava artisti e pensatori fuori dal comune. La città era un laboratorio in costante ebollizione, in cui la cultura alta si mescolava con quella di strada. Le prime riviste indipendenti, i collettivi artistici, i concerti improvvisati sotto i portici: ovunque c’erano forme di espressione che cercavano il loro spazio. E poi c’erano gli artisti: Lucio Dalla che camminava lungo via D’Azeglio come un cittadino qualunque, con l’aria assorta di chi sta scrivendo una canzone. Ron, Stadio, Luca Carboni che iniziava a farsi notare. Ogni tanto passavano anche personaggi come Pier Vittorio Tondelli o Freak Antoni, e la città sembrava accendersi di un respiro più ampio.
Fonoprint, in quel contesto, era come una caverna alchemica: si entrava con delle idee, si usciva con dei dischi. E se Bologna faceva il suo mestiere di città colta e inquieta, nello studio si imparava a trasformare la materia grezza in qualcosa che poteva durare nel tempo. Di quel giorno ricordo distintamente il rumore del portone che si chiudeva alle mie spalle mentre rientravo da una pausa.
«Maurizio, vieni qui un attimo», disse una voce femminile, con quel tono tra l’affettuoso e l’impaziente che conoscevo bene.
Era Paola.
Era arrivata da poco in studio, agli inizi degli anni Ottanta, grazie all’amicizia con Luciano Nicolini. Non faceva parte del nucleo originario della Fonoprint, ma si era inserita in punta di piedi. Si occupava del booking, della parte commerciale, ma anche di tutto il resto. Era quella che trovava sempre una soluzione quando c’era un problema, che riusciva a fare una telefonata e ottenere qualcosa che a noi sembrava impossibile. Un vero factotum. Aveva una capacità naturale di trattare con le persone, di leggere le situazioni e di fare pubbliche relazioni, con una grazia e una simpatia che non si potevano imparare: o le hai, o non le hai. E lei le aveva tutte.
Paola non era solo efficiente. Era magnetica. In poco tempo era riuscita a creare una rete di contatti che andava dai discografici ai produttori, passando per musicisti e artisti. Fu anche merito suo se la Fonoprint divenne famosa non solo per la qualità tecnica, ma per quell’atmosfera accogliente, quasi domestica, che la distingueva da altri studi, dove magari ti trattavano come un semplice cliente. Da noi si stava bene. Si era “a casa”. E in gran parte era merito di Paola. All’inizio però io e lei non ci eravamo presi.
A Paola non piaceva il fatto che frequentassi anche altri studi, e forse quel mio atteggiamento da “quello che lavora con Vasco” le dava un po’ fastidio. Me lo diceva senza filtri. Era diretta, a
volte anche tagliente. E io, di mio, non ero certo un diplomatico.
Risultato: scintille, frecciatine, qualche silenzio di troppo. Ma poi, col tempo, qualcosa era cambiato. Forse ci eravamo semplicemente conosciuti meglio. O
eravamo cresciuti. Avevamo iniziato a raccontarci cose che non si raccontano a tutti. Io con una donna riesco ad aprirmi molto più facilmente che con un uomo. Per lei è lo stesso. Così, tra una sessione e un caffè, tra un artista da accogliere e una giornata da gestire, siamo diventati una cosa rara: amici veri.
Oggi Paola è la persona che sa tutto di me. Conosce tutte le mie storie, e io conosco le sue. Non per curiosità, ma per fiducia. È affezionata a me quanto io lo sono a lei. Cura i miei corsi, le masterclass, i miei lavori in Fonoprint, si occupa dei miei affari, dei miei spostamenti, del mio tempo. E in fondo anche un po’ della mia vita privata. È una cosa rara. Rarissima.
Ma torniamo a quel giorno.
«Maurizio, vieni qui un attimo» mi disse.
Mi avvicinai al suo ufficio, curioso. Paola aveva lo sguardo di chi sa che sta accadendo qualcosa di grosso. E in effetti, stava succedendo qualcosa di importante. Lucio Dalla era appena entrato in Fonoprint, per la prima volta. Aveva quel suo inconfondibile sorriso enigmatico stampato in faccia. La figura esile ma inamovibile, il viso espressivo e i grandi occhi penetranti trasmettevano intensità emotiva e curiosità intellettuale. La papalina in testa gli conferiva un aspetto bohémien. Quel giorno indossava jeans larghi, un maglione oversize colorato, e sulla fronte un paio di occhiali da sole rotondi.
«Lucio, che piacere vederti qui!» esclamai, cercando di mascherare l’emozione.
«Ho un progetto in mente. Ti va di parlarne un po’?» rispose senza perdersi in convenevoli. Mi disse che voleva produrre un disco ai musicisti della sua band.
Conoscevo già molto bene i membri del suo gruppo: Giovanni Pezzoli, batterista, era stato mio socio in una società che avevo fondato anni prima, la Random, che vendeva hi-fi e strumenti musicali, e che allo stesso tempo era anche il nome di una band di cui avevo fatto parte. Nella società c’era anche Gaetano Curreri. Conoscevo anche Ricki Portera, il chitarrista.
«Voglio un disco diverso da quanto si sente in giro» disse Lucio guardandosi intorno. Scrutava ogni più piccolo dettaglio dell’ambiente, come se dovesse passarlo ai raggi x. «Ogni traccia deve avere la sua anima, e tutto il disco deve raccontare una storia coerente» aggiunse.
Lavorammo giorno e notte, provando, registrando e perfezionando ogni dettaglio. I componenti della band erano musicisti di talento e con Lucio al timone riuscivano a dare il meglio. Ogni sessione di registrazione era un’esperienza carica di creatività e sperimentazione.
Una sera, dopo una lunga giornata di registrazioni, ci ritrovammo tutti insieme in studio. Lucio si fermò all’improvviso e disse: «Ragazzi, ho deciso. Il nome della band sarà Stadio». Poi confessò che l’intuizione gli era venuta durante una delle prove del tour Banana Republic, che infatti si era svolto negli stadi.
Ci fu un momento di silenzio, seguito da un coro di approvazione.
«Ma c’è un piccolo problema» continuò Lucio. «Devo chiedere il permesso a Italo Cucci, il condirettore del quotidiano sportivo “Stadio”. Lo conosco bene, ma non si sa mai cosa può succedere. Non voglio problemi legali».
Il giorno successivo Lucio mi chiese di accompagnarlo all’incontro con Cucci. Entrammo verso sera nell’edificio della redazione, accolti dal brusio delle macchine da scrivere e dal profumo dell’inchiostro, dopo aver fatto un giro interessante nella tipografia, con le enormi rotative che facevano un rumore incredibile.
Fummo condotti nell’ufficio di Cucci e lui ci accolse con un sorriso curioso.
«Lucio, che sorpresa. Cosa posso fare per te?»
«Ho un favore da chiederti» disse Lucio, senza preamboli.
«Sto producendo un disco per la mia band e ho pensato che Stadio sarebbe il nome perfetto. Vorrei il tuo permesso per usarlo».
Cucci sembrò sorpreso, ma intrigato. «Stadio, eh? E perché proprio questo nome?»
Lucio sorrise. «Perché la musica e lo sport hanno molto in comune. Entrambi uniscono le persone, creano emozioni forti, e richiedono passione e dedizione. Penso che Stadio rappresenti perfettamente lo spirito della band».
Cucci ci pensò su per un momento, poi annuì. «Mi piace la tua idea, Lucio. Considero questo come un tributo al nostro lavoro. Hai il mio permesso».
Lucio, non contento, gli disse: «Ok, grazie, ma vorrei usare anche il logo del giornale e metterlo sulla copertina dell’album…»
E Cucci: «Non ti si può rifiutare nulla. Accordato». Uscimmo dall’ufficio con un nuovo nome per la band e una storia da raccontare.