Perché l’umanità viaggia e si mette per strada?
Non è banale equiparare al viaggio – e non per un semplice quanto divertente gioco di parole – questo Le strade, la vita. Storie, luoghi, antropologie, opera di Mauro Francesco Minervino pubblicata da Morcelliana con il marchio “Scholé”. È un viaggio dal punto di vista storico, ma anche culturale e letterario, oltre che antropologico e sociologico che, partendo dalle strade e dalla loro evoluzione si addentra in un’analisi complessa e articolata di tutti i fenomeni umani legati all’andare, al percorrere e al viaggiare. “Sulle strade si depositano come polvere invisibile i resti fantasmatici delle vite di tutti quelli che le hanno percorse”, scrive Minervino, su di esse passano e si stratificano la Storia e le storie, e nel movimento si evolvono cambiano le pratiche e il pensiero degli individui. Così Le strade, la vita si inscrive nell’ormai ampio scenario degli studi di antropologia dello spazio e dei luoghi che, in modo trasversale ha interessato e continua a interessare non solo studiosi e accademici ma anche scrittori, poeti e architetti. In questo senso, è inevitabile per Minervino il confronto con Marc Augé, ma anche con uno psicanalista come John Bowlby, con l’Epopea di Gilgamesh, o con il Felice Cimatti di Nella giornata più calda dell’anno. Attraversando il Sud. L’entusiasmo per la lettura del ibro prende poi il largo nel quinto e conlusivo capitolo – Strada per me – in cui Minervino si passa all’analisi del suo rapporto con lo spazio/viaggio/andare, in un contrappunto con Augé, con gli spazi vuoti, con la memoria dei viaggi, con l’accumulo di immagini e di sollecitazioni sensioriali e mentali e con le ricadute che tutti questi aspetti hanno sul pensiero, sulla scrittura, sullo stare al mondo.
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«Che si fa di solito per strada? Si sogna. Si sogna di cose più o meno precise, ci si lascia trascinare dalle ambizioni, dai rancori, dal passato. È uno dei luoghi più meditativi della nostra epoca, è il nostro santuario moderno, la Strada» (Louis-Ferdinand Céline, Il dottor Semmelweis, 1924). Ma la strada è anche un archetipo, ovvero uno di quei modelli eterni che raffigura meglio di altri simboli la mutevolezza del vivere e l’indeterminatezza che contraddistingue sin dalle origini la consapevolezza della condizione umana, cosicché «Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci
chiamasse a percorrere una certa strada» (James Hillmann), che quel luogo indefinito in cui si annida il possibile ci imponesse col suo richiamo di andare, di provare ad andare oltre.
Sono dunque tanti i sensi che entrano in gioco. Tutto accade mentre ci districhiamo tra percorsi reali, destinazioni, tragitti virtuali e luoghi metaforici. Strade e scelte. Don Chisciotte esce di casa per diventare un cavaliere e la prima cosa che scopre è quanto lunga sia la strada su cui intrica e districa le sue avventure.
Eppure, l’esperienza che ognuno di noi fa delle strade è talmente quotidiana, abitudinaria e comune, che quasi non ci rendiamo conto della loro presenza e della loro importanza. Non vale solo per ognuno di noi, ogni giorno spinto a spostarsi per fare la spesa, andare al lavoro, a prendere i figli a scuola, da un medico o a un appuntamento con la fidanzata. La strada è uno di quei luoghi che accomunano tutte le civiltà umane nel tempo e nello spazio. Intorno alla strada si apre quindi un universo di significati, di storie e di narrazioni, ricchissimo e affascinante, che è stato decisivo per la nascita e la stabilizzazione della presenza umana sul pianeta, come è stato ed è per lo sviluppo delle società e dei più diversi gruppi sociali nella Storia e nel quotidiano.
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Torniamo alla “strada” e ricordiamo quanto sia importanti per molte opere di narrativa l’ambientazione che si svolge sul suolo di una o in uno scacchiere di poche strade: si pensi alla grande stagione del romanzo realistico francese, ma anche a un’opera complessa e affascinante come Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov.
Una delle metafore più frequenti in culture diverse è quella della vita come viaggio: è così che si apre, come credo proprio tutti sappiano, il grande poema dantesco: Nel mezzo del cammin di nostra vita, cioè, come si spiega, a trentacinque anni, considerata nel Medioevo la metà esatta della durata media della vita dell’uomo, valutata in settanta anni: oggi “la speranza di vita” è più alta.
Non tutti invece sanno che la metafora della vita come viaggio è linguisticamente sottostante a due termini che apparentemente sembrano non aver nulla a che fare con ciò: errore e peccato.
Errore, dal latino error, rimanda al verbo errare, cioè “abbandonare la strada giusta, smarrirsi”: è evidente il processo di astrazione intervenuto, che
trasforma il termine da un problema di orientamento spaziale direzionale alla sbagliata valutazione razionale e/o morale, come ci segnala perfettamente Dante, il cui smarrirsi nella selva (allegoricamente, la condizione del peccato) è conseguenza del suo traviamento intellettuale determinato dalla morte di Beatrice
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Quanti testi ha ispirato il tema della vita come viaggio? Impossibile darne un approssimativo catalogo o anche solo un veloce resoconto: vengono subito alla mente, oltre a Dante, il Canto notturno di un pastore errante (si noti il richiamo all’erranza cui si faceva riferimento sopra) dell’Asia di Leopardi, gli stupendi versi di Baudelaire della lunga lirica Il viaggio ne I fiori del male («Notre âme est un trois-mâts cherchant son Icarie…»: «La nostra anima è un tre alberi che cerca la sua Icaria / una voce echeggia sul ponte: “Occhi aperti” / dalla coffa una voce, ardente e folle, grida: / “Amore… gloria… felicità!”. All’inferno! c’è uno scoglio»), il Kerouac di On the road. E poi c’è il sapiente arabo Almustafa, che sul punto di partire si congeda dai suoi amici con parole di straordinaria bellezza e intensità. Mentre Almustafa – il protagonista del poema Il profeta di Khalil Gibran, pubblicato nel 1923 a New York – sta aspettando la nave con cui ripartirà verso l’altrove, i suoi seguaci lo supplicano di restare.