Nomi senza passato. Figli con una storia sconosciuta alle spalle che portano il peso del silenzio imposto, con ammissione di colpa, da madri che tacciono le nascite. E la storia si stoppa. Non genera ricordi, alimenta la necessità di sapere l’origine della propria esistenza. Essere figli di N.N rende ignoti anche i tratti più evidenti. Ti guardi allo specchio e non ti riconosci, ignori i legami che ti hanno consegnato alla vita. Cerchi i pezzi mancanti fatti di volti, di narrazioni, di sguardi. In mano non hai niente che possa ricondurti alla tua nascita. L’abbandono subito è una stalattite che piano piano devasta l’anima perforando le idee generose di chi non ha un nome da chiamare. Vuoi quello che ti manca, non lo trovi da nessuna parte. Non c’è. E’ un’essenza che fluttua nel pensiero perché è un’assenza costante che ti gira in testa come un’ape dispettosa. Non conosci la storia della tua famiglia, quella che ti ha dato il respiro. Fai domande, cerchi, ti appelli ad ogni cosa che possa darti un indizio, l’origine di tutto. Le radici biologiche, spesso, sono inaccessibili specie se c’è una legge che rende impossibile la ricostruzione della propria storia come atto di nascita. Questa è la “punizione dei cento anni” che non scoraggia i figli con una sorte già scritta dal silenzio.
In La strada di casa Figli in cerca delle origini di Melania Petriello ti addentri nella ricerca di storie prive di pezzi importanti. In Italia, migliaia di persone di ogni età ignorano la propria origine biologica. Si tratta di figli adottivi che provano a rispondere all’unica domanda che non smette mai di inchiodarli alla vita: chi sono? Ti addentri nel destino di coloro che vivono ogni giorno il dolore e il desiderio, l’attesa e la paura della verità, in un contesto in cui si intrecciano legami sentimentali, questioni civili e problemi giuridici irrecuperabili. Come possono coesistere due diritti tra loro divergenti? Da una parte il patto anonimato, dall’altra l’esigenza di conoscere le proprie radici. Nel guado, poi, la legge dei “cento anni”, sentenze storiche, battaglie politiche e dilemmi morali.
Il libro, che si presenta come un reportage, attraversa la voce di figli abbandonati che non si lasciano cadere da ciò che si tace. Il taglio giornalistico è preciso, consegna il ritmo giusto all’emotività dei protagonisti che sfiatano desiderio e paura di sapere chi sono, ma che emanano coraggio nel cambiare la traiettoria di una storia sbrindellata in più punti. La Petriello riesce a far sentire al lettore il vociare di un grumo di sentimenti di quei figli che cercano il profumo della nascita.
Lucia Accoto