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Mercedes Viola intervista Angelo Orazio Pregoni

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Vado a trovare Angelo Orazio Pregoni. Profumiere, pittore e scrittore. In ordine alternato e sovrapposto. Sul video-citofono c’è la scritta Odriuesque e più in basso un piccolo uovo fritto.

Casa sua, in confronto alla sua immagine un po’ gotica sui social, mi sorprende. Nel loft la luce naturale arriva dall’alto. Sulla destra una specie di murales elegante. A sinistra una nuvola di quadri storti si arrampicano sul muro e non viene voglia di raddrizzarli. Antico e moderno si mescolano sotto la luce calda delle lampade originali. Ogni oggetto sembra raccontare una storia che il gatto Carlo Magno ascolta spalmato su una mensola con finta noncuranza.

Dal divano stile inglese vedo il dipinto di una tavola imbandita di pesci, frutti e bottiglie con luce caravaggiesca. Sotto il quadro c’è un tavolo alto di legno, come quelli degli architetti. Sopra il tavolo, tra altri libri scelti, c’è un libro antico di medicina aperto su un disegno delirante: un figura umana con un volto bellissimo e il torace aperto con i polmoni tisici disegnati al dettaglio. Appoggiato al muro un vecchio cartellone annuncia El tango en Brodway – Carlos Gardel e Trini Ramos. Delle forbici e un ritaglio di tessuto a raccontare degli antenati sarti.

Prima che il peggio accada è il (secondo) romanzo di Angelo Orazio Pregoni, dedicato a sua nonna materna, con prefazione di Gian Paolo Serino. Un libro strano che prima si divora (saprete cosa traina quando lo leggerete), poi si rilegge per diletto, e ogni volta si attraversa il divertimento e l’inquietudine, qualche volta il pianto. Si va da Milano, a Parigi all’Argentina seguendo personaggi insoliti. Ha una sola parola scritta male e alla fine scopri che non è una svista.

E chi intervisto? Il profumiere? Lo scrittore? Il pittore? Il mondo, domato dal mercato, sembra chieda la dichiarazione di un’identità ben definita. Un nome scolpito per sottrazione. Scarto la richiesta e decido: intervisto Angelo. Lui è sinestetico: i suoi cinque sensi lavorano in sovrapposizione. Il mondo lo mitraglia di stimoli. Ha sei anni e ancora non parla, non si capisce perché. E’ un bambino po’ aggressivo, un po’ strano, pensano le mamme degli altri. Il suo papà argentino e la sua mamma sono solo tristi, preoccupati. Ma poi iniziano a capire e Angelo si sblocca. Da non scrivere scrive un tema in inglese. Nasce il desiderio di disegnare che i genitori con sacrificio assecondano prendendogli i colori, i pennelli.

Per lui tutto è metafora. I casi di sovrapposizione sensoriale sono quasi novanta «per questo lavorare con olfato/gusto è stato un percorso molto facile. Sono stato chef di cucina. Quando ho iniziato a fare i profumi ho trovato ispirazione in un parente remoto nel tempo, anche lui profumiere.»

Mercedes Viola

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Sei un naso per altri o hai la tua produzione?

«Ho due marchi miei. Odriù, che attualmente ho sospeso per un anno. L’ho rigenerato completamente nel packaging ed eliminato tutti i prodotti storici – perché sono convinto che il seriale sia poco artistico – e lo presento a breve con quattro nuove fragranze particolarissime e il nuovo pack di Marco Ventura. L’altro è Bepolar, un brand di avanguardia, destinato a un mercato più underground, anche qui il packaging è molto particolare, una capsula che fonde il flacone con la confezione.»

 

E chi si era affezionato ai profumi?

«Questo è un aspetto interessante. Al di là del prodotto, molti ti si affezionano in una fase del percorso. Quindi dicono ‘Angelo è così, combacia con il mio gusto, il mio pensiero’. Poi quando all’improvviso cambi, spesso perdi i tuoi fan della prima ora che generalmente diventano i tuoi peggiori nemici.»

 

Nel mondo dei profumi?

«Nell’arte in generale. Quando imposti nuove coordinate diventi una contraddizione. Ma non è una questione di incoerenza. Per me ci sono due modi per fare arte: uno è passando per il patetico, quindi il patetico è facile: la passione, l’amore, il pianto il dolore, e le conseguenti mimesi e catarsi e attrai un sacco di persone; l’altro è proponendo delle provocazioni, che in latino significa chiamate avanti. Quindi se sei completamente capito, compreso, vuol dire che non hai nulla da dire. L’artista nel suo tempo non deve essere capito.»

 

E quindi li togli dal mercato?

«Alcuni profumi che ho lanciato nel 2012 hanno avuto successo nel 2020. Nel 2021 li ho tolti dal mercato. Un po’ un senso di anti-marketing. Dare l’idea che l’arte sia effimera. Perché in verità, tutto è effimero. Pensiamo alla Cappella Sistina come qualcosa di eterno mentre un incendio, una catastrofe, la potrebbero cancellare dallo scenario storico artistico esistente.

In più, nella cultura sociale moderna, abbiamo spostato tutto sul digitale. Immagina se capitasse un black out generale che coinvolgesse tutta la rete: perderemmo lustri, anni di cultura e anche di sub cultura. Questo è già accaduto nella storia dell’umanità. 

Quindi l’arte è effimera. Non siamo destinati per produrre cose che rimangano in eterno. Però, da quello che tu fai, la gente, le persone che vengono dopo di te, possono trarre ispirazione. Non è vero che Picasso non è esista più: continua a esistere in quello che ha lasciato agli altri come eredità sensibile.»

 

Parlavi da qualche parte sulla banalità dei profumi. Da cosa è data?

«La banalità di un profumo dipende dalla volontà di buttare sul mercato cose facili, pronte alla vendita, senza dare a chi li annusa qualcosa di diverso, di sorprendente. È la stessa cosa che succede in tv, o nell’editoria. È una banalizzazione che deriva dall’illuminismo, la categorizzazione. Siamo diventati così razionali che nel momento in cui col capitalismo attecchisce il mercato di una specifica categoria, quella categoria diventa immutabile. Ed è stupido questo. Perché in realtà anche le ricette di cucina che noi in Italia chiamiamo della cucina tradizionale, hanno avuto dei percorsi di evoluzione importantissimi. Però nel momento in cui la storia si ferma, perché il prodotto combacia col mercato, quelle ricette vengono cristallizzate.

 È come il tango, visto che abbiamo entrambi origini argentine. Parli di tango e sembra che parli qualcosa di molto antico, mentre il primo risale al 1917. Il tango è cambiato mille volte, ma poi una volta fossilizzato quello è, e così si vende. E si fanno i campionati mondiali, una cosa ridicola, come fare i campionati mondiali di poesia, o di arte. Ma diventa un prodotto e si può vendere, anche se ha smesso di esistere veramente.»

 

Nel tuo libro Prima che il peggio accada c’è questa idea tra le righe di futuro e di destino, la ricerca quasi disperata di questi personaggi strani, grotteschi a volte, la speranza di un mondo migliore costruito insieme. È così che vedi il mondo?

 «Credo molto all’idea della umanità come una comunità di formiche, anche se la realtà ci dimostra il contrario. Mi piace l’idea di un pianeta transculcturale e interetnicoNon vedo il mondo come un progetto finito all’interno delle nazioni, ma come qualcosa che fa parte di un universo che se ne frega di noi, dei nostri confini. 

Anche quando mi chiedono perché produci così tanto? Perché nel momento in cui morissi e tornassi in vita, lascio qualcosa che magari mi servirà in futuro per capire meglio quello che potrebbe essere un mio percorso.»

 

Come le briciole dei bambini della favola. Credi che si torni?

 «Credo di sì. Questo è un impianto filosofico e puoi argomentare su tutto. A me filosoficamente piace credere che questa scia di energia, che è indimostrabile ma che tutti quanti percepiamo, non possa estinguersi e non possa non continuare a esistere. 

 E al di là delle vite continuative, la storia è una e l’umanità è meno di un frammento di secondo nella storia del pianeta. Forse ci prendiamo troppo sul serio. Il mondo (come sistema) andrà avanti con o senza di noi.»

 

In Prima che il peggio accada ci sono personaggi che ricordo in racconti di cronaca e fatti veramente accaduti.

 «Ci sono frammenti storici reali che si mescolano con la fiction. A un certo punto il fatto che ci siano personaggi che esistono, insieme a personaggi inventati nel prossimo futuro, nel 2023, rende quasi distopico il libro. Molti frammenti di storia, molte notizie sono vere. E la gente le legge all’interno di questo clima surreale, grottesco e invece non c’è nulla di più grottesco della realtà. E poi tutto quello che è vero – per esempio, quando si parla del fatto che Buffalo Bill sia stato il primo uomo a salire sulla Torre Eiffel con altri ambigui personaggi, in una circostanza particolare, con forse una regia della massoneria di quel tempo – sembra una invenzione. 

 Alcune cose che ho inventato poi sono accadute davvero. Ad esempio, all’interno del libro si crea un movimento di protesta di persone che si siedono a terra in silenzio e si fanno chiamare le vongole: poi sono comparse le sardine

 

A cosa stai lavorando ora?

 «Ho questo progetto di pittura Not Binary, legato al gender fluid. Sto cercando un contenitore autorevole per un’installazione pluri-sensoriale, tra vista, olfatto, udito e tatto. Ho dipinto dei teli che hanno una bella forza, e ho già ipotizzato il percorso espositivo. Il concetto è molto attuale, se ne discute, e a me piace mettermi nella parte dei discriminati, perché a mia volta mi sento un discriminato. L’artista è discriminato per natura. Già il termine è così inflazionato che bisognerebbe eliminarlo. Sembra sempre di parlare del tipo che non lavora, che vive di pensieri ed emozioni. E non è così. È vero che spesso si soffra… Tuttavia, per me la vera sofferenza è saper di potere fare e dire molto di più rispetto a quanto faccio e dico davvero solo perché mancano le risorse: questo è il limite dell’arte.»

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Le uova fritte c’erano anche dentro casa: sul tavolino, sugli oggetti, alcune sul muro incorniciate. Cosa sono? chiesi andando via. Mi rispose creatività sprecata. Spreco creativo che non concerne Pregoni. Arriva a noi, attraverso ogni arte a disposizione, come la realtà arriva a lui: complesso, pieno di in inquietudine e misterio ma non privo di ironia e leggerezza. Lascia la sensazione che in fondo ci si salvi in qualche modo in questo teatro, prima che il peggio accada.

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