Michael Chabon. ANTEPRIMA. Il suo nuovo “Imprevedibili sprazzi di paternità”

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Più che uno scrittore Michael Chabon è un segnalibro: uno dei pochissimi autori contemporanei capaci di cambiare il passo narrativo di questi anni di letteratura Usa&getta. Una letteratura americana orfana del minimalismo anni ’80 dei vari Ellis e McInerney ormai ridotti a ombre di se stessi: si legga White di Bret Easton Ellis, in libreria per Einaudi dal prossimo 15 ottobre: una autentica (p)resa in giro per i lettori in un romanzo formato da tweet e hackers.

Una letteratura orfana del massimalismo a (s)comparsa di Thomas Pynchon, troppo impegnato a essere il nuovo Salinger senza aver compreso di essere migliore di Salinger e di non avere bisogno di scomparire; una letteratura orfana di quegli scrittori dell’East Coast (da Paul Auster a Jonathan Lethem) ormai rifugiati nelle colonne del “New Yorker” a criticare Trump mente ingurgitano tartine e pastiere napoletane nei propri salotti da cocktail emotivi che rendono persino Antonio Monda un critico letterario al posto di un semplice emigrante delle pubbliche relazioni.  Imprevedibili sprazzi di paternità, il nuovo romanzo di Michael Chabon – da oggi nelle librerie per Rizzoli (traduzione di Francesco Graziosi, pagg. 115, euro 17) – è senza dubbio il suo peggior libro, ma proprio per questo è tra i suoi migliori.

Il precedente Sognando la luna è stato il miglior romanzo americano tradotto in Italia nel 2017, grazie ad una prosa ipnotica, magnetica, che ti prende in ostaggio sin dalla prima riga per portarti in un mondo non fantastico, come poteva essere Le fantastiche avventure di Kavalier e Klay, o dalle atmosfere troppo marcatamente dickensiane di Telegraph Avenue, ritornando ai fasti de I misteri di Pittsburgh ma con maturità: meno ingenuo pur conservando la medesima purezza e raccontandoci un mondo che, bombardato di informazioni, proprio nella memoria trova il miglior luogo dove vivere le proprie fantasie. In questi Imprevedibili sprazzi di paternità Chabon abbandona l’insostenibile e naturale responsabilità di essere un Premio Pulitzer regalandoci non il suo miglior libro ma il suo migliore “io”. Di conseguenza è il più bel romanzo che abbia scritto ad oggi, proprio perché lontano dalla sua macchina da scrivere narrativa che rasenta la perfezione per una scrittura “pop”, come il titolo originale Pops.

“Non fare figli”, si è sentito consigliare Michael Chabon da un famoso scrittore perché “ogni figlio che fai è un romanzo in meno che pubblicherai”.

Chabon non l’ha ascoltato: ha avuto quattro figli, ha scritto quattordici libri e ha pubblicato questa raccolta di saggi proprio sul tema della paternità.

Più che una raccolta un vero e proprio romanzo che vale la pena di leggere anche soltanto per le pagine in cui Chabon racconta di quando ha portato suo figlio tredicenne alla “Men’s Fashion Week” di Parigi; per le pagine dedicate alla figlia quindicenne (“avevamo scoperto che la nostra vera patria era la solitudine”); per i passaggi in cui ci racconta le sue passioni di ragazzino per Edgar Allan Poe e per Mark Twain, le sue avventure di “libertino” in t-shirt in un’epoca (Chabon è nato a Washington nel 1963) ancora sospesa tra il Dixieland, la musica ribelle e la nascita dell’hard punk”. Sono confessioni di uno scrittore che lotta da sempre per un mondo migliore e in queste pagine si confessa, si mette a nudo lontano da mille fiction, pur capolavori. Un regalo non solo a tutti i suoi lettori ma a chi ha perso fiducia nel potere salvifico della Letteratura. Chabon ci crede. E noi con lui.

Gian Paolo Serino

 

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A una festa di letterati, l’estate prima che venisse pubblicato il mio romanzo d’esordio, mi ritrovai solo insieme a uno scrittore che ammiravo, sulla terrazza di casa del nostro ospite lungo il fiume Truckee. C’era gente che andava e veniva con pesanti calici da vino messicani bordati d’azzurro e bottiglie di birra, ma a me sembrava, per chissà quale motivo, di avere tutta la sua attenzione.

«Voglio darti un consiglio» disse, in tono vagamente ammonitore.

Risposi che lo avrei gradito molto. Ero curioso di sapere cosa aveva da dirmi, non perché mi sentissi bisognoso di consigli, ma come indizio per comprendere il mistero dell’illustre. Questi presentava una superficie liscia, priva di scalfitture e appigli, l’affabilità studiata di chi non è abituato a rivelarsi. Un consiglio poteva essere l’unico indizio che avrei mai ottenuto.

L’illustre disse che il suo consiglio sarebbe stato doloroso – o forse il dolore stava solamente nel tono – ma che parlava con cognizione di causa e che, se volevo tentare la carriera del romanziere, avrei fatto bene a dargli ascolto. Costui aveva quasi il doppio dei miei anni, ma non era vecchio. Era abbastanza giovane, ad esempio, da indossare un paio di Chuck Taylor nere. Era abbastanza giovane da sorridere ironicamente di sé, facendo il numero di Polonio a un rozzo lanciatore di metafore appena uscito dall’Università della California Irvine.

«Non fare figli» disse. «Ecco quanto. Non ne fare.» Il sorriso svanì, ma il suo spettro indugiò un istante nei suoi occhi azzurri. «È tutta qui la legge della vita.»

Stavo per sposare la mia futura ex moglie di lì a un mese; il mio libro sarebbe uscito la primavera seguente. Risultò che questa combinazione di circostanze, agli occhi del celebre scrittore, era motivo di allarme. Ora, passi il matrimonio – anzi, tutti i libri di costui erano dedicati a quella santa di sua moglie – ma se non si stava attenti, si correva seriamente il rischio di nuocere alla propria carriera. Dopo quel romanzo, spiegò con pazienza, c’era da scrivere il secondo, e i secondi romanzi sono notoriamente più spinosi e difficili da maneggiare degli esordi. Dopo l’inevitabile disastro del libro numero due, se fossi stato fortunato e caparbio nella giusta misura sarei passato ad affrontare i magistrali romanzi terzo e quarto, poi l’eccentrico quinto, l’agile ed elegante sesto, il settimo che, in qualche modo, avrebbe ricapitolato ma tramite nuovi approcci ciascuno dei suoi predecessori, e così via, fintantoché duravano fortuna e caparbietà. A meno che, naturalmente, non avessi commesso l’errore fatale di tanti altri aspiranti fenomeni prima di me.

«Puoi scrivere ottimi libri» continuò l’illustre. «Oppure puoi fare figli. Sta a te decidere.»

Io feci sì con la testa, un po’ scosso dalla profezia che mi aveva appena messo davanti, una carriera di fatiche e trionfi accatastati fino al cielo come la torre di Babele, un libro (cioè un supplizio) dopo l’altro.

«Non l’avevo mai vista così» ammisi. Con la mia futura ex moglie ci eravamo spinti fino alla consueta sfilza (degna di un torneo di fantacalcio) di nomi per bambini, ma mai oltre. Dovevo mettere subito fine a quelle conversazioni scherzose, e alle altre più serie che potevano seguire? Lei era una poetessa, con ambizioni tutte sue.

«Poe» disse l’illustre. «O’Connor. Welty. Nessuno di loro aveva figli.» Era un elenco che, implicitamente, lo comprendeva; anche lui era del Sud, e anche lui e la sua amata dedicataria erano senza figli. «Cechov. Beckett. Woolf.»

Cercai di portare qualche esempio del contrario ma, ahimè, l’unico che mi veniva in mente su due piedi era il mio idolo di allora, John Cheever, vissuto gomito a gomito con una moglie afflitta e tre bambini in una casa a Ossining. Avevo appena iniziato a leggere le memorie di sua figlia Susan. La sua infanzia era stata una silenziosa catastrofe, la carriera di suo padre una farragine di alcolismo, infamia e omosessualità tenuta nascosta. I racconti brevi si erano sbrindellati nel corso del tempo, i romanzi procedevano con la dignità fasulla e il passo lento degli ubriaconi che provano a spacciarsi per sobri, mentre i figli oscillavano fra la speranza angosciata di essere visti e il tentativo di stargli alla larga. Si poteva quantomeno sostenere, riflettei, che di figli non avrebbe mai dovuto averne. Chissà cosa ne avrebbe pensato Susan Cheever, di quell’affermazione.

da Mondadori Libri S.p.A.
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© 2018 Michael Chabon
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