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Michael Farris Smith anteprima. Lupi nella notte

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Un rotolo di banconote ruzzolò in avanti e si fermò alla luce del fuoco e tra loro non vi era alcun giudizio, solo il silenzio del vuoto che li conteneva tutti”.

È in libreria dal 23 gennaio Lupi nella notte di Michael Farris Smith (Jimenez editore 2026, pp. 248, € 19, con traduzione di Michela Carpi). Non è un romanzo: è una veglia armata.

Michael Farris Smith scrive come chi non chiede permesso alla luce, ma la costringe a entrare nel buio con una torcia sporca, tremante, umana. Non racconta una storia: la consuma lentamente, come si fuma una sigaretta.

L’autore lavora per sottrazione. Toglie morale, la redenzione e persino la consolazione del male assoluto:

«Le macchine che investono le persone e le lasciano morte sulla strada non vengono riportate col carro attrezzi ai loro proprietari».

I suoi uomini – Burdean e Keal – non sono “cattivi”: sono operatori del buio. Professionisti della zona grigia, dove il crimine non è ideologia ma mestiere, e la violenza non è esplosione ma procedura. Il loro dialogo è secco, terminale, senza pathos: parlano come si parla quando non si crede più a niente, nemmeno alle proprie scuse. Keal sogna prima che le cose accadano, più che un dono una maledizione che logora senza salvare.

Lupi nella notte è un romanzo americano fino al midollo, ma non quello epico e testosteronico. È l’America delle stazioni di servizio aperte tutta la notte, dei diner come anticamere dell’inferno, delle strade che non portano da nessuna parte se non a sé stesse.

Un’America in decomposizione lenta, dove Dio non è morto, si è soltanto allontanato, lasciando il mondo in autogestione.

La scrittura di Smith, asciutta, lirica senza ornamenti, carica di immagini primarie (fango, fumo, ossa, luna, sangue, muffa) – non cerca mai l’effetto. E proprio per questo colpisce.

È un libro che non ti chiede se sei pronto ma ti rapisce fino a quando lo chiudi e ti sembra che la notte sia un po’ più vicina di prima.

Carlo Tortarolo

#

Lasciarono il fuoco morente e uscirono dalla radura, con la luce ramata alle spalle e l’oscurità davanti a loro. L’auto era parcheggiata sul ciglio della strada. Una grossa quattro porte, lunga come una barca. Due coprimozzi mancanti. L’antenna spezzata. I due uomini si accesero una sigaretta prima di salire e chiudere le portiere, poi rimasero lì seduti a fumare e a guardare attraverso il parabrezza imbrattato di insetti. Qualcosa di piccolo e dagli occhi luminosi attraversò la strada. Si fermò e scrutò l’auto, poi continuò il suo viaggio e scomparve nella boscaglia. Le foglie turbinavano nel vento e cadevano come scaglie di ruggine alla luce della luna.

Uno di loro tirò su col naso e l’altro tossì mentre l’auto si riempiva di fumo. Quello alla guida abbassò il finestrino. Aspirò e si grattò la barba prima di gettare la sigaretta, un piccolo guizzo rosso quando il mozzicone rimbalzò sulla strada. L’uomo sul lato del passeggero fumava in modo più metodico e continuò a farlo quando l’auto si mise in moto e i fari squarciarono il buio.

La grossa macchina partì con una forte sbandata e iniziò la sua discesa dalla collina, riempiendo la notte con il suo brontolio.

Viaggiavano nell’oscurità. Tra pascoli ondulati recintati da pali inclinati tenuti su dal fil di ferro. Tra pile di legname e su ponti sottili con le assi marcite, dove la luna si rifletteva nell’acqua increspata del torrente. La grossa auto assecondava le curve della strada dove spuntavano cervi nascosti, fermi e in attesa; attraversava desolati incroci a quattro vie dove non c’era niente e nessuno, mentre proseguivano con il bagliore delle loro sigarette attraverso il decadente paesaggio autunnale dove i campi erano diventati color sabbia e le stelle trafiggevano il cielo in dardi d’argento.

Nessuno dei due parlò.

Emersero dalle strade di campagna prive di segnaletica e svoltarono in una statale. C’erano cassette postali sul ciglio della strada, alla fine di vialetti di ghiaia, e più indietro case addormentate che giacevano tranquille e silenziose nel buio. I cani sonnecchiavano nelle verande e alzavano la testa per osservare quel rumoroso oggetto che si muoveva nella notte, poi tornavano a dormire quando il ruggito del motore scompariva. Le luci del mondo apparivano nelle fluorescenze delle stazioni di servizio, nei semafori rossi lampeggianti, nel giallo dei lampioni, per poi scomparire nello specchietto retrovisore mentre l’auto seguiva la statale oltre la misera cittadina ed entrava in una nuova oscurità.

Altri venti chilometri di silenzio tra loro e i pini e il saliscendi delle colline e poi, come se stessero lasciando un paese per entrare in un altro, il paesaggio si appiattì. La macchina ora viaggiava su un terreno pianeggiante in una planata ritmica, come se stesse pescando alla traina nella serenità dell’acqua di un lago. Il muschio spagnolo pendeva dai rami degli alberi in masse di grappoli grigi, i lunghi e cadenti rami dei salici ondeggiavano al vento e la palude lappava il bordo della strada come se aspettasse solo il comando di qualche dio del tempo per inghiottire ciò che restava della terra emersa.

La cornice con l’infantile disegno dell’angelo era sul sedile tra di loro. L’uomo sul lato del passeggero la prese. Accese l’accendino e la osservò alla luce solitaria della fiamma. Fece scorrere il pollice su un’ala dell’angelo, poi rimise la cornice sul sedile e guardò fuori nella notte. Il guidatore lo scrutò. Avrebbe voluto chiedergli perché si fosse preso la briga di portarla con sé, ma si limitò a lanciare un silenzioso sguardo di disgusto e i suoi occhi tornarono sulla strada.

E poi eccola lì. La stazione di servizio aperta tutta la notte si stagliava nel suo isolamento come se fosse stata smarrita e dimenticata da tempo. L’auto sobbalzò attraverso il parcheggio pieno di buche e si fermò davanti alle vetrate del diner. Una cricca di gatti che si aggirava intorno a un cassonetto. Due autotreni parcheggiati dietro le pompe di benzina. Tutto era avvolto dal buio: questo posto sembrava creato come luogo di sosta prima di un’ultima, definitiva caduta. Sul cartello al neon in vetrina c’era la scritta aperto e gli insetti le danzavano intorno in un bagliore che sembrava di zucchero filato. Da dietro le veneziane con le lamelle piegate e ritorte, le luci del diner si irradiavano nella notte con inclinazioni sghembe. I due uomini rimasero seduti a osservare finché quello sul lato del passeggero tossì e si spostò sul sedile. «Bene. Non dici niente?»

Il guidatore prese il suo pacchetto di sigarette dal cruscotto.

«A che proposito?»

Poi si scrutò nello specchietto retrovisore e si strofinò gli occhi arrossati prima di scendere dall’auto. Il passeggero guardò l’uomo barbuto che apriva la

porta del diner e scompariva all’interno.

«A che proposito» borbottò.

Poi scese e lo seguì.

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