«Mio amore» (Interno Libri, 2026) è l’ultimo libro di poesia di Laura D’Angelo, filologa classica e critica letteraria nata a Termoli nel 1986. La raccolta chiude un trittico aperto da Poesia dell’assenza (Il Convivio, 2023) e proseguito con Cuore puro (Interno Libri, 2024), ma sposta il baricentro: l’amore come esperienza concreta e abitabile.
Rendere l’amore tangibile
Il progetto poetico di «Mio amore» è esplicitamente dichiarato nei materiali editoriali: rendere l’amore tangibile e chiamabile per nome. L’amore è definito attraverso una serie di predicazioni nominali: «L’amore è mare, specchio, casa, l’amore è bacio, sussurro, un sì, l’amore è la firma, la forma di questo cuore». Questa strategia ha due effetti: concretizzazione del sentimento -da concetto a cosa- e moltiplicazione delle prospettive: l’amore non è univoco, ma si declina in diverse dimensioni -naturale, memoriale, domestica, vulnerabile, curativa-.
La poesia-titolo: dalla definizione all’abbraccio
Il mio amore
Mi chiedi cos’è l’amore,
cos’è quel rumore
che ho qui
nel petto,
e non fa dormire, e a volte
mormora, e si fa ascoltare.
Il mio amore è un mare,
e se piange non affoga
di dolore, ma è
profondo e sa
ricominciare.
Il mio amore è uno specchio,
se osservo meglio
ci vedo i volti di chi
non c’è più,
ha in controluce
una ruga, ha bevuto
una lacrima, un alone
lontano, ma c’è.
Il mio amore è buio
gonfio di temporale,
e se piove dentro
fa male,
ma fa male soprattutto
se non è,
se non è amore.
Il mio amore è un cassetto
pieno di tempo,
sul fondo ha ancora
poesie di tanti anni fa,
agende sbiadite
e appuntamenti mancati,
se cerchi ci sono
gli indirizzi perduti,
baci inviati
a destinatari inventati.
Il mio amore è una finestra
che si riempie di luce,
quando
il cuore
non ha paura
e vola via,
sempre un po’.
Il mio amore si chiude
se non ci sei,
se ferisce e non ha voce
l’assenza, ma solo
vuoto.
La poesia «Il mio amore» si apre con una domanda che ha una lunga storia nella nostra tradizione: «Mi chiedi cos’è l’amore». È lo stesso schema delle tenzoni due-trecentesche e di testi come la «Donna me prega» di Cavalcanti: un altro chiede una definizione, l’io risponde. D’Angelo però toglie alla domanda il registro filosofico-scolastico: non c’è definizione concettuale, ma un «rumore / che ho qui / nel petto», che «non fa dormire» e «mormora». L’amore non si spiega: si sente nel corpo.
Dopo la domanda, sette strofe si aprono con l’anafora «Il mio amore è…», con piccole varianti. Ogni strofa aggiunge un’immagine: mare, specchio, buio, cassetto, finestra. Il testo è costruito per accumulazione: ogni immagine precisa un aspetto dell’esperienza amorosa, senza chiudersi in una definizione unica.
Il mare che «se piange non affoga / di dolore, ma è / profondo e sa / ricominciare». L’amore è forza naturale, capace di rigenerazione anche nel pianto.
Lo specchio non restituisce un’immagine narcisistica di sé, ma «i volti di chi / non c’è più», con «una ruga», «una lacrima», «un alone / lontano, ma c’è». Qui l’eco di una poesia dell’assenza è forte: lo specchio diventa strumento della memoria e del lutto e non della vanitas.
Il cassetto «pieno di tempo», con «poesie di tanti anni fa, / agende sbiadite / e appuntamenti mancati». C’è una punta di autoironia (la rima «mancati/inventati»), ma anche la percezione di un amore che abita gli oggetti e il tempo quotidiano. Il sussurro, il mormorio, il rumore nel petto, il silenzio dell’assenza che «ferisce e non ha voce». L’amore è esperienza sonora e corporea, non solo concettuale; la sua mancanza si manifesta come «vuoto».
L’ultima strofa rovescia l’apertura. Se all’inizio l’amore «si fa ascoltare», alla fine «si chiude / se non ci sei». La presenza dell’altro è condizione necessaria perché l’amore resti aperto e abitabile; in sua assenza resta solo il vuoto.
«Che l’amore sia»: la sezione in prosa
Il libro alterna versi e prosa, senza che questa commenti le poesie: la prosa è uno spazio autonomo, ritmico, dove l’amore si distende in un respiro più ampio. Il titolo «Che l’amore sia» usa un congiuntivo ottativo: non definisce l’amore, gli augura di esistere, quasi come una benedizione.
L’amore. Tutto sempre.
Per amore.
Ci vollero tanti mari,
tanto sale.
Quanti baci.
L’amore che è mare e radici
Arriverà il tempo della resa. Hai combattuto abbastanza,
ti guarderai allo specchio e inizierai a vederti per davvero.
Inizierai a sentire il tempo, il tuo tempo, e imparerai a
dargli valore, senza il dovere imperioso di fare, senza
l’ansia e il timore di sprecare, di sbagliare, di fare male. Hai
corso abbastanza, e se correre su quel tuo lungomare è il
tuo rifugio per sentirti libera di volare, sappi che anche a
camminare si può essere intensamente grati dell’immenso,
della meraviglia, dello stupore.
Arriverà il tempo in cui sarai felice di te stessa, di te stessa
e basta. Il tempo in cui tutto avrà un senso, in cui ogni
lacrima lascerà una scia di dolcezza e da qui un piccolo
seme, ogni lacrima sarà un fiume e poi un mare, ogni seme
sarà un nuovo inizio, un pegno d’eterno, una dichiarazione
d’amore, il tuo mare.
Ogni mare avrà il suo porto e il suo approdo, ogni onda
avrà il suo naufragio per potersi innamorare e ritrovare,
ogni seme avrà bisogno di una terra, di sorrisi e lacrime e
sole per potersi fare pianta e sbocciare. Nel palmo di ogni
mano ci sarà il posto degli abbracci, il solco dei giorni che
bevono mari di sale e radici, lì nel palmo della mano dove ho lasciato un piccolo cuore, una nuova dichiarazione.
All’amore che è mare e radici.
Si aprono frasi nominali brevissime «L’amore. Tutto sempre. / Per amore.», poi un’immagine di fatica e di tempo: «Ci vollero tanti mari, / tanto sale». Il sale è quello del mare e delle lacrime, cioè dell’esperienza vissuta. La sezione lavora su un’anafora al futuro «Arriverà il tempo…» e parla a un «tu» femminile «sentirti libera», «felice di te stessa», che può essere letto anche come l’io che parla a sé stesso. Il tono è quello della consolatio classica, ma tolta dal contesto del lutto e rivolta alla riconciliazione con sé stessi.
Le immagini della poesia tornano trasformate: lo specchio non mostra più «i volti di chi non c’è più», ma permette di «vederti per davvero»; la lacrima diventa «fiume e poi un mare»; il seme ha ora bisogno «di una terra, di sorrisi e lacrime e sole» per sbocciare; il naufragio non è una fine ma una condizione «per potersi innamorare e ritrovare».
La formula «mare e radici» tiene insieme i due poli del libro: il mare come movimento, apertura, ricominciare; le radici come radicamento, memoria, casa. Il testo si chiude sul palmo della mano, «il posto degli abbracci» e «il solco dei giorni», con l’unica comparsa esplicita dell’io: «dove / ho lasciato un piccolo cuore, una nuova dichiarazione». La dedica finale, «All’amore che è mare e radici», funziona come un’epigrafe.
Nel trittico: dall’assenza alla presenza incarnata
Nel percorso Poesia dell’assenza – Cuore puro – «Mio amore» si legge un’evoluzione coerente:
Poesia dell’assenza (2023): l’amore come mancanza, lutto, interrogazione esistenziale; una lirica elegiaca centrata sul vuoto.
Cuore puro (2024): il cuore come voce autentica, la poesia come spazio di semplicità e grazia in un mondo artificiale; una lirica introspettiva e confessionale.
«Mio amore» (2026): l’amore come esperienza concreta, nominabile, abitabile; una poetica della presenza incarnata.
«Mio amore» non cancella i temi precedenti (assenza, dolore, memoria), ma li integra in una visione più ampia: l’amore come spazio in cui anche il lutto trova una forma di presenza, il cuore una casa, il dolore una possibilità di cura. Rispetto alle raccolte precedenti, qui il baricentro si sposta dal mancare e dal sentire al chiamare per nome: l’amore diventa mare, specchio, casa, bacio, sussurro, firma, forma del cuore.
Una lirica d’amore contemporanea, consapevole della tradizione
La formazione filologica di D’Angelo emerge nella consapevolezza dei modelli (Petrarca, la consolatio classica, il prosimetro), ma non appesantisce il testo: al contrario, sostiene una poesia che vuole «far sentire meno soli», come recitano i materiali editoriali. In questo senso, «Mio amore» si inserisce pienamente nella lirica d’amore italiana contemporanea, che privilegia una voce diretta, corporea, quotidiana, e lavora su immagini concrete per restituire l’intensità dell’esperienza senza filtri.
La raccolta mostra una chiara idea di fondo – l’amore come esperienza nominabile – e la sviluppa in modo coerente, equilibrando tradizione e innovazione. D’Angelo mantiene alcuni topoi della lirica d’amore (io lirico, metafore, dialettica gioia/dolore) ma li rinnova attraverso immagini quotidiane e un linguaggio accessibile. La semplicità del lessico non comporta una riduzione dei contenuti emotivi e concettuali: anzi, la sobrietà espressiva rende più netta la tensione tra presenza e assenza, tra luce e ombra, tra corpo e memoria.
«Mio amore» è, un libro prezioso che riprende la domanda più antica della nostra lirica, risponde con oggetti quotidiani e chiude con un abbraccio invece che con una definizione.
Francesca Mezzadri