MISS HALE

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Un racconto lungo assolutamente straordinario quello che lo scrittore americano Paul Harding, Premio Pulitzer 2010 con L’ultimo inverno (edito in Italia da Neri Pozza) ha voluto regalare ai lettori di Satisfiction. Pubblicato nel 2009 da una casa editrice indipendente, la piccola Bellevue Literary Press, oltre al Pulitzer il romanzo ha scalato tutte le classifiche di vendita diventando a breve un vero cult. Un vero caso non solo editoriale: riuscite ad immaginare un piccolo editore che in Italia vince il Premio Strega? In America può succedere anche questo: che uno scrittore esordiente si aggiudichi il maggior premio letterario. Ed è questa apparente “follia” che Harding descrive nel suo libro: quell’ american dream non ancora stritolato dall’industria editoriale e da valori export da “bibbia e fucile”, ma una terra che regala sogni se solo sai strapparli.
In Miss Hale ritroviamo tutta la potenza espressiva di Harding, ritroviamo la penna di uno scrittore che ha l’andamento di un autore postmoderno ma il respiro di un classico: un racconto che descrive l’America di ieri e di oggi con una poesia che mira all’orologeria dell’anima.
 
 
MISS HALE
Enon, il paese in cui sono cresciuto e a cui ritorno ancora di frequente per fare visita a mia madre, si trova nell’entroterra, a quattro miglia dal mare. Nelle giornate di nebbia o di tempesta, quando il vento soffia verso l’interno dalla costa, si sente odore di sale nell’aria. Il nome significa “posto acquitrinoso” in inglese antico. La parte ovest del paese è costituita da vecchi terreni agricoli rubati al bosco. Miglia di muretti di pietra, alcuni vecchi tre, quasi quattro secoli, attraversano la foresta, delimitando campi svaniti ormai da tempo. La parte nord del paese è una palude. La parte est è una foresta che, a dire di qualsiasi storico del paese, non è mai stata turbata, tranne che per il piccolo seminario situato sulla cima di una collina disboscata in mezzo alla distesa di vegetazione. La parte sud del paese è chiusa da un fiume stretto, profondo, dal corso lento, che straripa ogni primavera, dando luogo a isole stagionali popolate da grossi uccelli dall’aspetto preistorico e permettendo così ai canoisti di vogare per miglia nelle foreste circostanti.
Quando ero ragazzo, c’erano al massimo una dozzina di strade che passavano per il paese, e Main Street era un tratto della vecchia strada della posta diretta a Boston. Adesso da queste strade partono altre strade, e la maggior parte dei terreni è stata suddivisa in lotti di un acro su cui sorgono case sofisticate e costose, abitate da persone disposte a pagare somme stravaganti pur di vivere nell’autentico New England di una volta. Quando ero piccolo, però, ricordo che quasi tutte le case del paese erano bianche con le imposte nere o verde scuro o blu scuro. Le stanze all’interno di queste case avevano pavimenti in parquet con larghi assi di legno di pino, talvolta abbelliti da tappeti di lana spessa, e l’arredamento era ridotto al minimo con sedie di legno malferme e accessori poco pratici dell’epoca coloniale, come telai e zangole. Le pareti erano ricoperte di carta da parati con scene pastorali o fiori che sembravano essere stati disegnati con calamo e inchiostro di china color rosa e blu Cina. Di sicuro c’erano tende, ma nei miei ricordi vedo finestre alte e non oscurate, spoglie a eccezione di alcune bottigliette antiche blu o ambra o verde, posizionate qui e là in cima ai telai scorrevoli inferiori. Le stanze erano pulite, spoglie, fredde, e avevano un piacevole profumo di intonaco bagnato. E non poteva mancare un’anziana signora, seduta su una sedia con in grembo una vecchia rivista di ceramica antica, che mi offriva latte e biscotti, nessuno dei quali io volevo (perché il latte di solito era siero e sempre caldo, mentre i biscotti erano dolcetti strani, senza zucchero, con un aroma di amaretto o anice, che mi sembrava rimanermi in bocca per più di una settimana) ma che io accettavo entrambi e consumavo senza fare storie.
L’anziana signora di cui serbo ricordi più nitidi è Miss Hale. Lei non leggeva vecchie riviste d’antiquariato, perché era “cieca civile” e indossava occhiali spessi come le lenti dei fari, i quali facevano apparire i suoi occhi quasi il doppio più grandi del normale. Ma invece di illuminare, come la lampada di un faro, i suoi occhiali parevano attirare qualsiasi luce fosse presente nella stanza e incanalarla negli occhi di Miss Hale. Il che li rendeva ancora più grandi. Miss Hale trovava ridicola l’espressione “cieca civile” e, anche se la usava per descrivere la sua condizione, lo faceva con tono sprezzante, convinta che fosse utile solo per specificare che non le era permesso guidare, e quindi totalmente inutile, visto che lei non aveva mai preso la patente e considerava le auto talmente assurde da rasentare l’oscenità – questo, almeno, stando a quanto diceva mia nonna. L’unica volta in cui Miss Hale mi parlò di auto fu accennando al cromo dei parafanghi nel raccontarmi la storia di quando, nell’estate del 1910, aveva accompagnato a cavallo sua sorella malata fino a Salem.
La famiglia di Miss Hale aveva vissuto in paese dalla fine del Diciassettesimo secolo, e lei, più che una persona, mi sembrava un concentrato di storia riassunta e proiettata su una sedia nella forma della piccola figura seduta di fronte a me. La luce pomeridiana che filtrava dalle finestre e il profumo di pulito dell’intonaco mi faceva sempre venire sonno, e la cosa che desideravo di più quando facevo visita a Miss Hale era stendermi sul pavimento in una pozza di sole e dormire fino al tramonto, quando, svegliandomi, avrei trovato la stanza vuota, quasi buia e silenziosa, tranne che per il leggero ticchettio dell’orologio da carrozza francese sul secrétaire. Invece, leggevo per lei.
Miss Hale teneva gli occhiali attaccati a una catenella d’argento che le cingeva il collo e li metteva sempre quando era in compagnia, anche quando cominciavo a leggere per lei e tutto ciò che doveva fare era chiudere gli occhi e ascoltare e fumare le sue sigarette. Dopo un po’, pensando che fossi troppo assorto nella lettura per accorgermene, li toglieva. Anche in quei casi, però, posava i gomiti sui braccioli della sedia e teneva gli occhiali per i cardini delle stanghette, come se li avesse levati temporaneamente in modo da chiudere gli occhi e concentrarsi su un’immagine particolarmente poetica o un sentimento ben tornito di cui avevo appena letto nel libro, per poi rimetterli dopo un attimo, una volta deciso cosa ne pensava. Tuttavia, la prima volta che lo fece smisi di leggere, non sapendo se avesse bisogno di una pausa per riflettere o se stesse per parlare. Lei aprì gli occhi, si rimise gli occhiali e guardò verso di me. La luce che cadeva sul libro aperto da cui leggevo sembrò gonfiarsi e allontanarsi dalla pagina inarcandosi verso quelle lenti poderose.
«C’è qualcosa che non va?» chiese.
Io risposi: «No, pensavo volesse—».
«No, continui pure» disse lei. Ero in imbarazzo e si vedeva che lo era anche lei. Quel pomeriggio tenne gli occhiali addosso, anche se non gli occhi aperti, per il resto delle mie letture.
Era stata mia nonna a ingaggiarmi per leggere a Miss Hale. Mia nonna lavorava come impiegata all’ufficio postale del paese e si considerava un’esperta nel giudicare il valore morale di quasi tutti gli abitanti di Enon. Pensava che Miss Hale venisse da una delle famiglie di coloni più raffinate – era modesta, parsimoniosa, e sobria. Per quando riguarda la devozione di Miss Hale, mia nonna non aveva nulla da dire se non che non c’era mai stata domenica in cui Miss Hale non si fosse fatta trovare seduta in ultima fila alla prima chiesa congregazionalista di Enon. Tuttavia, non si poteva fare molto affidamento su questa informazione, dal momento che mia nonna e mio nonno erano diventati unitariani dieci anni prima che cominciassi a leggere a Miss Hale, e, inoltre, i sentimenti religiosi di mia nonna si riducevano a un paio di verità tutte personali: ossia, che la Bibbia era un’opera letteraria bellissima e che da ragazza aveva visto la luce, sentito il calore e camminato sul sentiero di segatura, ma che questo le era servito solo per attirare l’attenzione dei ragazzi un venerdì sera, quando non aveva trovato di meglio da fare nel paesino in cui era cresciuta nel nord del Maine.
«Lo raccontino a qualcun altro il loro “soffri e prega, e sarai ricompensato”, quei brutti porci» diceva, a cui mio nonno, mezzo addormentato sul divano, immancabilmente aggiungeva con un gemito: «Sì! Proprio un bella montagna di cazzate!».
A ogni modo, Miss Hale era irreprensibile, e mia nonna era rimasta colpita dal gran numero di targhette affisse in paese con scritto che tale casa era stata costruita o abitata da questo o quel Hale nel 1645 o nel 1712 o nel 1803. La stessa Miss Hale viveva nell’ultima casa costruita da un uomo della sua famiglia. Suo nonno, Nathan Hale, aveva eretto l’abitazione di dieci stanze in stile coloniale situata al centro del paese su un acro e mezzo di terreno per pascolo di proprietà di suo padre, Isaiah Hale, che quest’ultimo aveva lasciato in eredità al figlio e alla moglie, Rebecca, non appena sposati nel 1866. La coppia aveva dovuto rinviare il matrimonio mentre Nathan era al fronte durante la Guerra di secessione (che Miss Hale chiamava sempre la Guerra dell’unione). Dopo che Nathan e Rebecca erano passati a miglior vita, il loro figlio, il padre di Miss Hale, Jonathan Cloverdale Hale, l’unico sopravvissuto di sei figli (i suoi fratelli e sorelle erano stati portati via, rispettivamente, da febbre, tetano, vomito, mal d’orecchi e da un blocco di ghiaccio di novanta chili) era entrato in possesso della casa, dove aveva condotto sua moglie, Emily, la madre di Miss Hale.
Miss Hale e sua sorella gemella erano nate in una delle stanze al piano superiore durante un’ondata di caldo nell’agosto del 1895. Per non so quale ragione, le gemelle erano rimaste le uniche figlie di Jonathan e Emily. Nessuna delle due si era sposata ed entrambe avevano vissuto in quella casa tutta la vita. La madre di Miss Hale era morta di consunzione nel 1904, lasciando le figlie a prendersi cura del padre. Il padre era annegato cinque anni dopo, lasciandole sole in quella casa all’età di tredici anni. Ho letto i verbali del consiglio cittadino del giugno 1909, in cui fu affrontata la questione delle due gemelle, per decidere a chi sarebbero state affidate. Dopo alcuni brevi commenti da parte di Roger Cuthbert riguardo al tradizionale dovere del paese di occuparsi dei suoi orfani, a Miss Hale e alla sorella era stato permesso di chiedere di continuare a badare a sé stesse sotto lo sguardo caritatevole e benevolo del ministro della Congregazione, Daniel Perkins. Sul verbale si leggeva: «Dopo l’avveduto e lucido discorso delle ragazze, in cui queste ultime si sono avvicendate nel sostenere le loro ben calibrate argomentazioni, la prima mezzo metro più avanti, con le mani giunte di fronte, la testa alta e lo sguardo diretto, e la seconda dietro alla sorella, le mani giunte in simil modo, ma con la testa china, il Paese si è convinto di avere davanti a sé non già le figlie di tale o tal altro uomo, ma della stessa Enon», così era stato deciso cinque voti contro due di permettere alle ragazze di rimanere a prendersi cura della casa da sole, insieme nella loro dimora ancestrale.
Un anno dopo, nell’agosto del 1910, la sorella di Miss Hale si era ammalata in un periodo in cui lo stesso medico di Enon, il dottor Bell, era bloccato da una malattia che si sarebbe poi rivelata fatale. In paese si era diffusa l’influenza e il dottor Bell l’aveva contratta dopo aver prestato cure ai numerosi abitanti che erano stati colpiti dalla malattia, tra cui anche lo zio adottivo delle ragazze Hale, il reverendo Perkins. Il giovane parroco arrivato dal seminario per prendere il posto del reverendo Perkins proclamò subito un digiuno e diversi giorni di preghiera e introspezione nel tentativo di comprendere quali peccati avessero commesso gli abitanti di Enon per scatenare su sé stessi un flagello simile. Era stato allora che Miss Hale aveva preso in prestito un cavallo dalla bottega del maniscalco e aveva cavalcato per dieci miglia con la sorella malata durante un temporale con tuoni e lampi per raggiungere il medico di Salem. La sorella era morta a un certo punto del viaggio.
Miss Hale viveva da sola. L’unica altra persona che vidi mai a casa sua era la donna che veniva a fare le pulizie, una giovane allegra e atticciata di nome Pammy, che frequentava il college femminile un paio di paesi più in là. Capitava spesso di vedere le ragazze del suo istituto, in cui si studiava per diventare infermiere e insegnanti, intente a trascinare da una stanza all’altra secchi di acqua saponata nelle case spaziose di Enon, dove venivano assunte come governanti, o al Tea House a servire il tè alle anziane del paese. Pammy era andata alla scuola superiore di Enon e mi aveva fatto da istruttrice di tennis per tre anni ai centri estivi. Durante quelle estati ero molto innamorato di lei. Era da diversi anni che non la vedevo e, quando la rividi per la prima volta da Miss Hale, provai subito, con mio grande sgomento, un forte desiderio per lei. Mi pare stessi leggendo a Miss Hale Il cacciatore di daini quando un pomeriggio Pammy comparve sulla soglia del salotto. «Ehilà, Miss Hale» disse, e quando mi vide aggiunse: «Ehi, ragazzetto!». Aveva i capelli raccolti in una coda di cavallo e indossava un paio di jeans strappati e una felpa blu scuro con il nome del college stampato in bianco sul davanti. Non mi riconobbe. Questo, e il fatto che mi aveva chiamato “ragazzetto”, e soprattutto la visione inaspettata e impietosamente nitida che ebbi all’improvviso di me aggrovigliato al suo prosperoso corpo nudo, mi provocò una specie di mezzo mancamento, per via del quale riuscii solo a farfugliare un «ciao, Pammy» in risposta. Ma non mi riconobbe nemmeno allora, né sembrò pensare che il fatto che sapessi il suo nome potesse essere strano. «Salve, Miss Green» disse Miss Hale. «Dovrebbe pulire le finestre nella camera del baldacchino. Le rondini le hanno insozzate di nuovo». «Vado come il vento, Miss Hale» rispose Pammy, e scomparve nel corridoio, con il secchio di sapone, la candeggina, le spazzole e gli stracci che le sbattevano contro la gamba, lasciando dietro di sé un leggero profumo di ammoniaca mescolato ad aromi floreali, che mi sciolse ancora di più, come se io fossi una macchia di sporco sotto l’effetto di un detergente. Miss Hale disse: «Mister Crosby, può riprendere la lettura». Famelico e inebriato, ripresi a raccontare le avventure di Natty Bumppo.
A Miss Hale piaceva fumare. Aveva una scatola d’argento cifrata per le sigarette e un accendino coordinato in argento a forma di lampada di Aladino, che teneva su un tavolino nel salotto in cui ci sedevamo a leggere. Anche se non frequentavo ancora le superiori, Miss Hale mi offriva una sigaretta ogni volta che andavo a leggere da lei. «Posso offrirle una sigaretta, Mister Crosby?» mi chiedeva mentre si chinava per procurarsene una. «No, ma grazie davvero, Miss Hale» rispondevo. La prima volta che me lo chiese, per poco non accettai, indeciso se fosse peggio rifiutare la sua offerta o tentare di fumare mentre ero intento a mangiare i biscotti e a bere il siero caldo che Miss Hale aveva preparato per me di sicuro già ore prima del mio arrivo. All’epoca era molto comune fumare, quindi sono sicuro che non solo sapessi di sigarette quando ritornavo da casa sua a quella dei miei nonni dall’altra parte della strada, ma anche che nessuno della mia famiglia lo notasse, visto che l’odore di tabacco faceva parte dell’atmosfera generale. Quando declinavo la sua offerta, immagino che Miss Hale ne prendesse nota mentalmente, considerandolo qualcosa non tanto da disapprovare, quanto da attribuire alla mia relativa immaturità, come se i miei gusti non fossero ancora sviluppati come avrebbero potuto idealmente, o come se pensasse che non lo sarebbero mai stati, provenendo io da una famiglia piuttosto ordinaria. Afferrava una sigaretta dalla scatola e se la poggiava sulle labbra. Portava il pesante accendino alla sigaretta e la accendeva. Dopo aver rimesso l’accendino sul tavolo, si toglieva i pezzetti di tabacco caduti sulla punta della lingua e li riponeva nel posacenere di cristallo sul bordo del tavolino vicino alla sedia. Il sole del pomeriggio che penetrava dalla finestra del salotto rivolta a ovest illuminava i cumuli di fumo blu che la cingevano e ne mostrava i vari strati.
Un pomeriggio, mi fermai un momento alla fine di un capitolo dell’Uomo senza patria, ed entrambi ci ritrovammo immersi per un instante in un silenzio consensuale. L’orologio da carrozza francese ticchettava e si sentiva il fragore avvolgente del pianeta riecheggiare tra le pareti e il pavimento e il soffitto. Le ombre nel giardino fuori dalla finestra si stavano allungando, solo le cime dei fiori, degli arbusti e delle graminacee rimanevano indorate dal sole. Era quel momento del pomeriggio in cui il mondo sembra andare più veloce e a me pareva quasi di vedere le ombre che venivano schiacciate sul tappeto erboso a formare ampie foglie leggere e di sentire il suono delle sottili lame di luce che cadevano da alberi e finestre sul campo da mietere più lontano e sugli assi di pino sotto i nostri piedi. Pammy era di sopra da qualche parte, e faceva rumore mentre passava l’aspirapolvere, che, a pensarci bene, doveva essere ciò che produceva il famoso fragore.
«Ricordo quando guardavo mia sorella da questa finestra» disse Miss Hale. Aveva appena acceso una sigaretta e buttò fuori il fumo raddrizzandosi sulla sedia. «Si era ritagliata un’aiuola tutta per sé, proprio oltre quel blocco di graminacee, vicino al muretto di pietra, dove piantava i fiori che l’avevano incuriosita questo o quell’anno. Li tagliava e li metteva in bottiglie di vetro. Al posto di grandi mazzi faceva piccole composizioni di pochi fiori ognuna. Conosceva il punto giusto dove metterle sulle finestre, in modo che le bottiglie catturassero la luce del sole all’alba e al tramonto, e così ogni stanza aveva una lampada fatta di acqua e fiori. Non so per quale motivo ricordo di averla guardata un pomeriggio da questa finestra mentre raccoglieva zinnie. Non eravamo gemelle omozigote, ma eravamo quasi identiche, quindi era come se stessi guardando me stessa. Penso fossi occupata in qualche lavoro domestico; si stava avvicinando un temporale e forse ero dentro per chiudere le finestre. Nostro padre era terrorizzato da tuoni e lampi e, quando era ancora vivo, ci faceva chiudere tutte le finestre, e a volte anche le imposte, al primo accenno di temporale.
Questa paura lo aveva trasformato in un vero e proprio meteorologo. Era in grado di dire con un giorno di anticipo quando e con che forza si sarebbe scatenata la tempesta, come un marinaio. Ordinava a me e mia sorella di rinchiuderci per bene in casa nel pomeriggio più caldo di agosto, e si metteva sotto lo stipite tra il salotto sul davanti e la sala da pranzo sul retro, ripetendo: “Andrà tutto bene, ragazze; sono sicuro che andrà tutto bene; non c’è nulla di cui preoccuparsi; andrà tutto bene, ragazze; sono sicuro che andrà tutto bene”. Noi, al contrario, adoravamo le tempeste, anzi più violente erano, meglio era; e dopo la morte di nostro padre ci piaceva aspettare il più possibile prima di chiudere le finestre. A volte, ci concedevamo di tenere tutto aperto finché non scoppiava il temporale, per poi urlare e ridere e precipitarci in ogni stanza in fretta e furia, un po’ per impedire alla pioggia di allagarle, un po’ per individuare le finestre da cui ne entrava di più in modo da metterci lì di fronte e strillare “Signore Onnipotente” e inzupparci d’acqua. Andavamo in cucina e ci asciugavamo i capelli con un panno e ridevamo finché non cominciavamo a piangere al pensiero di come nostro padre si sarebbe spaventato a morte».
Era la prima volta che Miss Hale mi parlava di lei o della sua famiglia. Più tardi, riferendo la storia a mia nonna, lei mi avrebbe detto che non aveva mai sentito parlare di queste cose, ma che sapeva della sorella di Miss Hale morta giovane. Miss Hale rimase immobile, il fumo della sigaretta saliva a spirale dalle sue dita per poi schiudersi sul dorso della mano. Speravo che Pammy venisse di sotto, come faceva a volte, per chiedere a Miss Hale se bisognasse sbattere il tappeto o in che ordine andassero riposti i piatti di ceramica che aveva appena spolverato sulla finestra della stanza degli ospiti («Me lo dimentico tutte le volte che li tiro giù» diceva allegramente. Era chiaro che non fosse una buona governante, e avevo l’impressione che la pazienza mostrata da Miss Hale di fronte a un lavoro così mediocre, o quando capitava che una statuina o un vecchio vaso andasse rotto, fosse per l’anziana signora una specie di atto di carità). A volte, Pammy entrava nella stanza mentre leggevamo per chiedere una sigaretta, cosa che faceva senza alcun imbarazzo. Era probabile che usasse il secchio d’acqua per i pavimenti come posacenere. Ad ogni modo, Pammy non entrò nella stanza, e Miss Hale continuò la sua storia.
«Ricordo mia sorella nel giardino, mentre raccoglieva zinnie e le metteva in un cesto. Gli alberi dietro di lei erano illuminati e al di sopra si vedeva uno strato di cielo sgombro simile a un fiume di luce. Oltre il cielo sgombro c’erano nubi da temporale così nere da parere quasi verdi. Il primo tuono risuonò da qualche parte sul campo di Dodge, molto più vicino di quanto mi aspettassi, e in quel momento vidi mia sorella come se stessi guardando il negativo di una fotografia, come se lei e il cortile fossero illuminati dal di dentro e il paesaggio dietro di loro fosse totale oscurità. Ne rimasi molto turbata e allo stesso tempo fui colpita da tale bellezza. Era molto romantico, molto commovente, ma io ero triste, perché il lampo era caduto così vicino, e mia sorella aveva rischiato di essere colpita. Mi era sembrata fatta di cromo, come i parafanghi delle auto. O di specchio. Prima dello scoppio, ero rimasta a guardarla pensando che lei fosse me, quindi avevo visto me stessa trasformata in cromo o in cristallo e illuminata dal di dentro, e quella figura che scorsi per un istante era la me come ero veramente, che io, però, consideravo la persona che ero tutti i giorni, una ragazza bassa con la pelle chiara, i vestiti ordinati e i capelli castano chiaro raccolti in una treccia, la cui madre era morta e il cui padre era morto e la cui sorella sarebbe morta nel corso dell’estate, durante un altro temporale, ma non a causa di quello, e che cucinava e puliva e rammendava e pregava e peccava e andava abbastanza bene a scuola, e che non capiva ciò che vedeva, se non il fatto che ciò che vedeva era vero. Da allora, mi è capitato di pensare a ciò che la me come ero veramente avesse visto quando aveva guardato la casa dietro di sé e scorto la me che era alla finestra. Era come se avessi visto nei suoi occhi un’intuizione o la presa di coscienza di qualcosa che mi stava per dire prima del fragore del tuono e di ritrasformarsi in mia sorella, un consiglio su dove rivolgere la testa e dove guardare per trovare la giusta angolazione su ciò che mi stava sfuggendo. Non lo so. Ma adesso non mi sento più tanto bene. Forse è meglio che smettiamo per oggi».
Avevo paura che Miss Hale stesse per avere un collasso. Non sapevo molto sulle persone anziane, anche se, ripensandoci adesso, mi sembra ne fossi sempre circondato, che Enon ne fosse pieno quando ero ragazzo. Mi domandavo se una persona anziana potesse rimbambire così d’un tratto, potesse crollare e non aver più via di scampo, e se ciò fosse appena accaduto a Miss Hale. La mia riflessione mi portò addirittura a immaginarmi accanto a un poliziotto mentre i paramedici fissavano Miss Hale a una lettiga e la spingevano verso l’ambulanza in attesa sul vialetto. «Sì, agente, così d’un tratto», immaginavo le mie parole, «così—», e schioccavo le dita. Tuttavia, sembrava che stesse bene, era seduta sulla sedia come faceva sempre, eretta e sull’attenti, senza fare il minimo sforzo. L’unica cosa strana nel suo aspetto era la sigaretta che aveva acceso appena prima di raccontarmi della sorella. Non aveva fatto nemmeno un tiro né aveva scrollato la sigaretta sul posacenere, quindi una lunga colonna di cenere si era staccata, mantenendo però la forma originaria. La sigaretta continuava a bruciare e stava per arrivare alle dita. Resistetti all’impulso di avvertirla, ritenendo che se lo avessi fatto sarebbe stato un altro punto a mio sfavore. Mentre ero immerso in questi pensieri, Pammy passò davanti al salotto, con in mano una scopa, un mocio e un secchio giallino pieno di flaconi di disinfettante e prodotti per pulire i vetri.
«Intellettuali» sbottò e proseguì verso la sala da pranzo.
La storia di Miss Hale mi aveva fatto ricordare un mio sogno che risaliva all’inverno precedente, quindi, invece di accennare alla sigaretta, mi misi a raccontarlo. Dissi: «Ho fatto un sogno lo scorso inverno in cui ero di nuovo in quinta elementare nel New Jersey, dove ho vissuto due anni quando mio padre era stato trasferito lì. Ero troppo cresciuto per il banco e la sedia stretti che avevo. Ero già grande come adesso. A un certo punto ho alzato lo sguardo e c’erano tutti i bambini che erano in classe con me nel New Jersey, ad eccezione di un banco dall’altra parte della stanza, nell’angolo opposto. Lì era seduta una bambina già sviluppata, come me. Cioè era già un’adolescente, come me, non era più una bambina. Ha guardato in su e, quando ci siamo visti, abbiamo fatto entrambi un gemito e abbiamo detto contemporaneamente: “Stiamo facendo lo stesso sogno.” Ho sentito subito che il sogno cominciava a svanire, quindi le ho chiesto: “Sbrigati, dimmi come ti chiami” pensando che, quando mi sarei svegliato, avrei potuto cercarla con quel nome e mettermi in contatto con lei nella vita reale. Ma invece del nome, ha cominciato a darmi l’indirizzo. L’ultima cosa che le ho sentito dire mentre il sogno si volatilizzava è stato: “Mi ricordo di te; tu eri nuovo! Vivo ancora nel New Jersey!”». Miss Hale scrollò la sigaretta nel posacenere e fece un profondo ultimo tiro, inspirando a pieni polmoni. Spense la sigaretta, espirò, e disse: «Che il Signore benedica e protegga entrambi, Mister Crosby».
Ero molto infelice quei giorni. Spesso tornavo a casa da scuola, mi toglievo le scarpe e mi mettevo subito a letto, svegliandomi solo quando mia madre rientrava da lavoro. Dopo cena, mi sforzavo per un’ora di fare i compiti, che poi non facevo, e ritornavo a letto ad ascoltare la musica alla radio e a leggere libri che non erano tra quelli assegnati a scuola. Non so spiegare cosa mi rendesse così triste, ma mi sentivo indifeso e vulnerabile e in balia di persone e istituzioni che non rispettavo. Ero così suscettibile che una sfumatura di blu sgradita in cielo o un venticello un po’ più freddo bastavano per spingermi sull’orlo della disperazione. Ricordo di essermi sentito irritato dalla luce che inondava il bosco un pomeriggio d’autunno, perché la mia condizione mi faceva sembrare ogni cosa estranea e inaccessibile, proprio come l’algebra e lo sport, in entrambi dei quali ero una frana. Alcuni pomeriggi andare da Miss Hale mi faceva stare peggio che mai, perché i giardini oltre quelle finestre erano splendidi, quasi come in una fiaba, mentre la robaccia che le leggevo era così noiosa e spudoratamente patriottica, o almeno al tempo la consideravo tale. E Miss Hale d’altro canto mi sembrava un paradosso. Da una parte la trovavo regale e imponente. C’era un che di solido e massiccio nel modo in cui fumava e mi ascoltava leggere e portava avanti le tradizioni della sua famiglia. Dall’altra parte, sembrava priva di senso dell’umorismo e arcaica. Sentivo che, se fosse venuta a sapere del mio scarso rendimento a scuola, avrebbe tirato fuori un libro di grammatica vecchissimo e mi avrebbe chiesto di fare l’analisi logica di dieci frasi complesse prima di iniziare a leggere per lei, cosa che nella mia immaginazione io cominciavo a fare senza un accenno di protesta, ma con così pessimi risultati che, quando lei si alzava per accendere una lampada, io ero arrivato solo alla terza o quarta frase.
Andai a leggere a Miss Hale all’incirca una ventina di volte, penso. L’ultima volta fu un pomeriggio di ottobre, quattro giorni prima che morisse, quando, con mia grande gioia, l’allenamento di calcio era stato cancellato, perché la zona era stata colpita da forti temporali fuori stagione. Uscii da scuola e tornai a casa dei miei nonni, come facevo tutti i giorni, in modo che uno di loro mi accompagnasse a casa in macchina. «Che ci fai qui?» mi chiese mia nonna mentre entravo in cucina. «Hanno cancellato l’allenamento per via delle piogge» risposi. «Bene. Miss Hale non si sente per niente bene e le farebbe molto piacere se andassi a leggerle qualcosa». Sapevo di non poter contraddire mia nonna. Non potevo nemmeno mettermi a fare i capricci di fronte a lei, come avrei voluto; i miei nonni erano persone a cui non ribattevo mai. Strinsi forte le mani nei pugni, tanto che pensai mi stesse per venire un crampo alle braccia. «Va bene» dissi.
Forse fu perché avevo bussato alla sua porta in modo un po’ troppo brusco, o lasciato cadere la mia cartella con un po’ troppa enfasi, o detto «salve, Miss Hale» con un tono di voce acuto, ma Miss Hale sembrò non solo accorgersi del mio nervosismo, ma anche in qualche modo condividerlo, come se, nel vedermi, si fosse liberata con un sospiro di qualcosa che si era tenuta dentro mentre era da sola ad attendermi. Per la prima e unica volta, posò la mano sul mio braccio e mi guidò fino in salotto. Sembrava leggera e pallida come la cenere di sigaretta, e aveva posato la mano su di me tanto per consolarmi quanto per tenersi in equilibrio. Presi dal tavolino il romanzo ampolloso che le stavo leggendo all’epoca e, come al solito, Miss Hale mi offrì una sigaretta. «Grazie, Miss Hale» risposi, prendendone una. Non ebbe alcuna esitazione quando accettai, estrasse dalla scatola un’altra sigaretta per sé e mi avvicinò l’accendino a forma di lampada di Aladino già azionato. Non avevo mai fumato una sigaretta prima di allora, ma ero abbastanza informato per sapere di non inalare il fumo fin dentro i polmoni, almeno all’inizio. Quindi, diedi una tirata alla sigaretta per accenderla ed emisi il fumo dalla bocca senza aspirarlo. Le sigarette non avevano filtro e non sapevo che bisognava inumidire l’estremità che andava in bocca prima di fumare. Quando allontanai la sigaretta, la carta mi rimase attaccata alle labbra e si strappò. Invece di levarmi i pezzetti di carta, e le briciole di tabacco che ne erano fuoriuscite, mi leccai le labbra ritrovandomi la bocca piena di granelli. Sorrisi a Miss Hale e ingoiai la carta e il tabacco. Il fumo che mi fasciava la testa e le mani mi dava una bella sensazione, come di un manto protettivo, e, dopo che Miss Hale si era seduta sulla sedia, ci prendemmo entrambi un attimo di pausa cinti dai rispettivi veli, lei a riflettere, suppongo, sulla sua morte imminente e io a godermi la nuova gratificante immunità che sembrava procurarmi la sigaretta. Miss Hale allontanò la sigaretta dalla bocca e soffiò il fumo dal naso. Prese il posacenere che teneva sul tavolino accanto a lei e lo ripose su quello che si trovava tra me e lei. Non sapevo bene con che frequenza scrollare la cenere, e non volevo sembrare un dilettante. Attesi per un intervallo di tempo che parve ragionevole, tirai una breve boccata di fumo, questa volta aspirando completamente, e feci cadere la cenere sul piattino di vetro. Il fumo mi arrivò fino in testa e mi venne subito un senso di nausea, come se uno sciame di vespe smeraldo si fosse risvegliato nel mio cranio e i miei occhi si fossero riempiti di aceto bollente. Per un attimo, ero sicuro che avrei vomitato. Al pensiero della situazione catastrofica che si sarebbe creata se mi fosse davvero successo lì nel salotto di Miss Hale, la cosa mi sembrò ancora più inevitabile. Ma la sensazione passò e quando mi ripresi vidi Miss Hale che fissava il giardino fuori dalla finestra, i suoi occhi erano esageratamente ingranditi e illuminati dagli occhiali e la sigaretta le penzolava dalla bocca in modo insolito. Aveva le mani in grembo, entrambe rivolte verso l’alto, come se se ne fosse dimenticata.
«A quel tempo il ponte che portava a Salem, sopra Beverly Harbour, era di legno» disse, allontanando la sigaretta dalla bocca. «Nel 1909 era molto vecchio e si pensava fosse un pericolo per tutti attraversarlo, uomini e animali. Durante i temporali, si diceva si sentisse il ponte inclinarsi spinto dalla corrente. Ovviamente, era proprio quella elasticità a impedirgli di crollare, ma le storie continuavano a sottolinearne il pericolo. Quando accompagnai mia sorella sofferente a Salem, mi fermai sul ponte per osservare il temporale. Si stava spingendo verso il mare, a largo. Si era appena fatta sera, e mentre il temporale lasciava l’ultimo lembo di terraferma per solcare il porto verso Baker e Misery Islands, parve trascinarsi dietro l’ultima luce del giorno, così io e mia sorella ci ritrovammo immerse nel bagliore degli ultimi raggi di sole mentre la pioggia cadeva a fiotti su di noi. Mia sorella a quel punto era già morta, anche se io non lo sapevo. Era ancora stretta nel lenzuolo bianco che avevo preso dal letto di casa nostra e in cui l’avevo avvolta in modo che fosse più facile da sostenere. Aveva gli occhi chiusi e la pelle bianca. La pioggia cadeva sul suo viso all’insù. Tenevo le redini con una mano e la cullavo con l’altra. A un certo punto devo essermi addormentata sulla sella, perché ricordo che i contorni tra la luce e il ponte e il temporale e mia sorella, la quale, mentre ciò accadeva, avevo capito fosse morta, si confondevano e perdevano l’uno nell’altro, mescolandosi tutti insieme. Quando ritornai cosciente, avevamo superato il ponte ed eravamo tra i pini e le querce che si trovano poco più in là. C’era un pascolo pieno di pecore sulla sinistra, e vidi le pecore trotterellare e saltare, ma allo stesso tempo restare sospese in aria. Un agnello correva all’indietro in tondo, e poi si faceva sempre più piccolo fino a barcollare e cadere dietro una pecora, di nuovo attorcigliato nelle membrane fetali sanguinolente, ed essere quindi risucchiato dentro la madre. Eppure, l’agnello correva anche in avanti. Si trasformava in un montone e faceva altri agnellini, e diventava fragile e vecchio e si metteva all’ombra di un albero e moriva. La sua lana si dissolveva e poi anche la pelle, e i cani ne portavano via le ossa. Il tuono del temporale ci raggiunse solcando le acque e poi proseguì sopra le nostre teste tra le cime degli alberi. Il lampo illuminò il volto di mia sorella. Mia sorella si chiamava Liza, il suo volto si accese di luce e mi sembrò fatto di marmo bianco».
Mentre parlava Miss Hale guardava fuori dalla finestra, verso l’aiuola di sua sorella in fondo al giardino. Quando finì, si girò verso di me, a osservarmi con i suoi strani occhiali, come se quelle lenti ridicole potessero colmare la vera distanza che separa le persone. Le chiesi se dovessi cominciare a leggere e lei spense la sigaretta. No, rispose, pensava fosse meglio non leggere oggi e mi consigliò di tornare a casa prima che iniziasse a piovere.
(Traduzione di Ilaria Tarasconi)
© Paul Harding