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Mona Arshi anteprima. Mona Arshi anteprima. Il silenzio è la voce che ho scelto

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Qualunque cosa che valga la pena di essere detta può essere scritta sull’unghia di un dito o nella giuntura di una mandorla sgusciata”.

È in libreria Il silenzio è la voce che ho scelto di Mona Arshi (8tto Edizioni, 2025, pp. 248, € 18 con traduzione di Cristina Cigognini).

Il mistero dell’identità: “Eena la pazza. Eena la pazza non era sempre stata pazza. Una volta tanto tempo fa era semplicemente Eena che era andata in pensione, e prima ancora secondo mia madre era Eena a cui era stato donato un vassoietto d’argento come riconoscimento da parte del reparto maternità locale per aver fatto nascere in un anno più bambini di qualsiasi altra levatrice”.

Il peso della folla: “La stanza è talmente affollata. Uomini pelosi e uomini con bei volti si sporgono per parlarci, e io non sento niente perché c’è un tale rumore, e mi copro gli occhi così tutte le persone nella stanza diventano una massa indistinta di ombre”.

Il silenzio non è assenza, ma detonazione sotterranea. È un urlo che implode e si ripiega dentro il corpo, come un uccello blu che entra ed esce dalla bocca di una bambina. Un giorno, a nove anni, Ruby smette di parlare.

Ruby sceglie di non parlare: non perché non possa, ma perché la parola è una moneta falsa, un contratto che non la riguarda. A parlare per lei saranno le ossa della sorella, il sangue dei compagni di scuola, le volpi che assediano il giardino e le madri che si perdono nel buio delle loro stanze.

Mona Arshi scrive con una lama nascosta sotto il guanto: il suo romanzo Il silenzio è la voce che ho scelto è un rosario spezzato di frammenti, di parabole che grondano latte e sangue, di bambini che giocano con la morte come se fosse un giocattolo trovato in soffitta.

È la storia di una famiglia indiana trapiantata nell’Inghilterra suburbana, dove la madre coltiva un orto come se fosse un altare e il padre si rifugia nelle citazioni dei classici, incapace di reggere la follia che gli cresce in casa come erbacce.

Dentro questa quotidianità che sa di torba e di muffa, Ruby e la sorella Rania diventano sacerdotesse involontarie di un culto privato: uno tace, l’altra urla; una diventa vuoto, l’altra eccesso.

È un libro che non racconta, ma scava. Non ti consola, ti scortica. Eppure, nelle pieghe di quel silenzio che ingoia le parole e restituisce uccelli, c’è la possibilità di un’altra voce — forse la più autentica.

Un romanzo che non chiede di essere letto: ti costringe a guardarti allo specchio e a domandarti se la tua voce è davvero tua, o se da tempo hai smesso di usarla.

Mona Arshi è nata a West London e non ha mai abbandonato quella periferia che ti resta addosso come un odore. Per dieci anni ha fatto l’avvocato dei diritti umani per Liberty, poi ha cambiato campo: dal codice civile al codice dell’anima. Si è rifugiata nella scrittura creativa a Norwich, e da lì sono venute le sue Small Hands, raccolta d’esordio che nel 2015 ha strappato il Forward Prize. Le sue poesie hanno invaso le pagine dei giornali più rispettabili d’Inghilterra — dal Times al Guardian, fino a Granta — e persino i vagoni della metropolitana londinese.

Il silenzio è la voce che ho scelto è il suo primo romanzo: la prova che, a volte, per raccontare davvero la vita bisogna prima smettere di parlare.

Carlo Tortarolo

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Inizi

Io sono Ruby. Sono smilza e inutilmente alta. Sono smilza perché ho ereditato la tendenza di entrambi i miei genitori a sviluppare ossa sottili. Se lo conosceste, probabilmente pensereste che mio padre è basso – lui sostiene che non è insolitamente basso per un uomo indiano, ma per gli standard europei ammette che possa essere così. Quando la mia famiglia dice che sono troppo alta, immagino che intenda per la percezione sia indiana sia europea. Suppongo di dover dire a questo punto che entrambi i miei genitori sono conversatori nella norma – togliamoci subito questo dubbio. Io non sono una gran chiacchierona in base a nessuno standard che si intenda applicare.

La prima volta che ho parlato ad alta voce a scuola ho detto la parola sorella incespicando a ogni sillaba. Riprovai una seconda volta, e la lingua rimase impigliata sulla rotazione della sillaba di mezzo e aleggiò lì. La terza volta? Un’insegnante mi pose una domanda, e io aprii la bocca in una sorta di gesto formale, ma la richiusi piano, sapendo con precisa certezza che non ne sarebbe uscito mai più niente. Ne ero certa il mattino seguente e persino più certa il giorno dopo ancora. Non proferivo parola. Diventò la cosa più certa della mia vita.

Fui sottoposta a esami per disfunzione uditiva, parotite e stupidità generica. Per qualche mese fui persino spedita in una clinica per starmene seduta in una stanza con una giovane dottoressa. Mi porgeva una scatola di pastelli rotti e della carta colorata per disegnare qualsiasi cosa su cui si fermasse la mia mente. Credo che sapessi già allora che il lavoro di questa dottoressa fosse sondarmi con delicatezza la testa per arrivare proprio sul fondo dei miei problemi di linguaggio. Dato che ero una che compiaceva gli altri, ce la misi tutta con i miei disegni a pastello, e sembrava importante essere curiosa in particolare riguardo al fatto se le bamboline che mi metteva in grembo indossassero o meno le mutandine. Durante quelle sessioni disegnavo come se da ciò dipendesse la mia vita. Disegnavo foreste brulicanti di ogni tipo di creatura e mi inventai i personaggi di una complicata famiglia di bolle, riempite dei colori dell’arcobaleno. Disegnavo deserti selvaggi e usai tutti i preziosi pastelli oro per le dune di sabbia, e sprecai tutti i marroni per cactus congestionati, cosa che parve irritare la dottoressa alla fine della prima sessione.

«Ruby, e se un’altra bambina o un altro bambino volesse i pastelli dorati per i suoi disegni speciali e sono tutti consumati? Pensa a come sarebbero tristi.»

E il modo in cui mi guardò in quel momento mi fece sentire ancora più miserabile e in imbarazzo di quella volta in cui finii per pisciare sullo zerbino giallo di benvenuto della signora Henderson all’ingresso perché non riuscii a slacciare in tempo la mia salopette. Alla fine della sessione in clinica posizionavo la mia schiera di disegni sul pavimento per l’ispezione, e la dottoressa si alzava in fretta, scrutava da sopra la mia spalla, ruotava la testa di qua e di là, soppesando, e poi ne selezionava qualcuno che si portava via. Una volta, inclinò la testa di lato a lungo mentre io aspettavo in silenzio, e non prese niente. Ero libera di andare a casa con il plico di fogli rifiutati, che ora mi disgustavano quanto la moquette sporca chiazzata di gomma da masticare cui stavano.

Subito dopo iniziai ad avere i terrori notturni e a bagnare il letto, anche se a quanto pare avevo smesso presto di farmi la pipì addosso. I miei genitori si spaventarono e mi ritirarono dalle sedute. I sintomi sparirono in fretta, con loro grande sollievo: era già abbastanza brutto che la loro figlia fosse una stupida muta; una muta pazza e incontinente sarebbe stato troppo.

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