Nanni Moretti, il percorso di un autarchico

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Nanni Moretti

Il più controverso e singolare autore italiano di cinema da sempre divide gli spettatori in modo spiazzante tra chi ama tutto quello che fa e chi lo detesta sopra ogni cosa, tanto che ad ogni uscita di un suo film si ripete una sorta di rito a parte e che come tale va considerato. Del resto, un tipo che a soli 23 anni si auto-produce e gira in super8 con gli amici un lungometraggio cui da un titolo che per capirne il significato occorre ricorrere ad un dizionario, doveva per forza distinguersi da ogni coro, e così e per sempre nel caso di Moretti sarà, anche quando le glorie di pubblico e critica lo affermeranno, a differenza di altri registi nostrani, tra i più importanti cineasti europei. Il “caso” di Io sono un autarchico del 1976 è leggenda nota, quella di un incredibile successo col mero “passaparola” di chi ebbe la ventura di recarsi per caso in quella saletta del piccolo Filmstudio di Roma ove per due sere era stato concesso spazio a quello sconosciuto debuttante appassionato di cinema.

Già nel 1978 con il secondo lungometraggio, sempre col suono in presa diretta ma stavolta non più in super8, Ecce Bombo, il successo di pubblico fu clamoroso e già cominciarono ad entrare nel gergo comune le frasi cult dei suoi film, destinate ad incidere, loro malgrado, sulla cultura e sulla politica di intere future generazioni. E così il memorabile gruppo di autocoscienza di Ecce Bombo prese il posto dell’altrettanto memorabile gruppo del Teatro sperimentale di avanguardia di Io sono un autarchico.

Il pedaggio iniziale da pagare ad una critica assai superficiale fu la collocazione del nuovo fenomeno nel solco dei cosiddetti nuovi comici italiani che in quegli anni facevano capolino, e così nel terzo Sogni d’oro (1981) Moretti spiegherà l’avventatezza di tale erronea catalogazione, in un film che stavolta prende di mira, e come sempre in forma acidamente sarcastica, la nuova tendenza della analisi freudiana che tanta fortuna aveva fatto per Woody Allen, forse l’unico regista in qualche modo associabile negli intenti al nostro, anche se con enormi differenze stilistiche.

Si ride sempre ma in modo sempre più triste con il passare degli anni Ottanta, quasi Moretti seguisse, anche negli umori, la inarrestabile decadenza dell’effimero diffuso, e così nel 1984 arriva quel Bianca che affronta la tematica del serial killer ma che costituisce una drammatica denuncia della involuzione della scuola nostrana in quella memorabile sequenza del corpo insegnante che inizia a cantare “10 ragazze per me” di Battisti sul pullman dei gitanti ancora fermo. Moretti aveva capito sin da subito che per rendere la più sagace delle ironie era sufficiente limitarsi a riportare i gesti abituali del viver comune “di tendenza” filtrati da quella sua espressione a metà tra lo sconcerto emotivo e la rassegnazione intellettuale, e così avverrà anche per le più serrate critiche future a tutti i più importanti “nuovi” fenomeni delle decadi post- settanta.

Nel 1985, ossia solo un anno dopo Bianca, Moretti firma infatti uno dei suoi grandi capolavori che non a caso riscuoterà ampi consensi anche oltralpe, ossia quel La Messa è finita che ha saputo descrivere, meglio di ogni altra pellicola precedente e futura, lo strazio attuale di un vangelo così inapplicabile al cosiddetto mondo civilizzato dei consumi. Attento cultore della sinistra tradita, Moretti si leverà non pochi sassolini politici con il successivo Palombella rossa del 1989, a cavallo della famosa abiura occhettiana e della caduta del muro, e che contiene quella celebre invettiva “ma come parli?” alla giornalista degenere di quel linguaggio perduto del becerume datato anni Ottanta.

Ormai famoso, anche se sempre più autarchico, Moretti negli anni novanta si toglie lo sfizio di inserirsi anche in progetti altrui, in qualche modo “benedicendo”, dall’alto della sua inattaccabile autorevolezza, due significativi registi emergenti come Luchetti e Calopresti, anche per dimostrare, ai più scettici, le proprie notevoli capacità attoriali, e lo fa in due ruoli che più diversi tra loro non avrebbero potuto essere, ovvero quello del Ministro corrotto del Portaborse e quello del Professor Lenci, vittima di un attentato di un commando di Prima Linea di La seconda volta. Se si pensa che tangentopoli ebbe inizio nel 1992 la data de Il Portaborse, 1991, dimostra ancora una volta il suo sapere anticipare i tempi e le mode, a differenza di quella maggioranza che invece alle stesse si adegua.

Ma ovviamente il parallelo percorso registico non cessa, anzi è del 1993 il suo film a mio sommesso parere forse più bello, ossia quel tripartito Caro Diario che affronta come sempre alcuni celebri luoghi comuni abusati, ma che include una gravissima accusa al sistema sanitario nazionale nel terzo episodio, nonché una mirabile presa in giro del boom della televisione trash in quello scambio su Beautiful in cima al vulcano eruttante del secondo ove compare anche quella geniale trovata della dittatura telefonica dei “figli unici di Salina” destinata in qualche modo a legittimare il futuro abuso del telefono cellulare.

Nel 1998 altro capolavoro assoluto con Aprile, dove, oltre a compiacersi in diretta della intervenuta paternità, affronta per primo ed in modo mai più da altri così efficacemente ripetuto non solo l’evento-avvento di Berlusconi ma anche il definitivo degrado della politica di alternativa (celebre il “D’Alema dì qualcosa di sinistra”). Il nuovo millennio lo induce a ritirarsi dall’abituale con il suo film meno “morettiano” di tutti e completamente diverso da tutti gli altri ma è proprio qui che ancora una volta si rivela la sua grandezza, visto che La stanza del figlio (2000) è sotto molteplici aspetti un film “perfetto”, ed il modo con cui tratta una delle più drammatiche vicende umane tra le varie possibili, è semplicemente superbo sia tecnicamente che emozionalmente.

Ben sei anni passeranno per avere, nel 2006, il nuovo Il Caimano che torna prepotente al Moretti abituale, sia nella struttura narrativa sia nell’approccio registico, ma la vera novità stavolta è costituita dalla rinuncia all’egocentrismo di scena, visto che il Berluska del Maestro fa capolino solo alla fine ed in sostituzione, pensate un po’, prima di Elio De Capitani e quindi di Michele Placido, e così tocca a Silvio Orlando il ruolo che lo consacra un perfetto interprete morettiano.

Ma c’era un motivo per questa rinuncia nel Caimano forse, e solo l’anno dopo lo scopriremo, visto che nel 2007 uscirà quel Caos Calmo di Grimaldi dove il Maestro è l’assoluto protagonista di tutto e di tutti e stavolta, e per la prima volta, su soggetto e sceneggiatura non suoi. Insomma, passati i 50 anni l’ex autore prodigio si propose ai suoi fan come “solo attore”, e la riuscita va dato atto ancora una volta, è semplicemente memorabile perché nel ruolo del vedovo trattenuto, incapace di capire il presente ed il futuro se non sul ciglio di una panchina di un parco fronte alla scuola della figlia, dove si recano in tanti a dire la loro, l’attore Moretti è di una bravura davvero strepitosa.

Nel 2011 a distanza di cinque anni dal Caimano, regala al grande attore francese Michel Piccoli la parte della vita in Habemus Papam e a tutti noi una pellicola sensazionale che mostra una impressionante maturazione stilistica ed ottiene consensi presso ché unanimi, e l’anno dopo sponsorizza in prima persona quel piccolo capolavoro di Cesare deve morire, quale debito di riconoscenza a quei fratelli Taviani che per primi, ci racconterà, seppero credere in lui. Dopo tre di silenzio, Mia madre con la brava e già sperimentata Margherita Buy. Una cosa certa, chi si affeziona al “mondo” di Moretti, perché quello di Moretti è un “mondo” in quanto è un modo di fare cinema tutto suo e solo suo, non ne sa più fare a meno, e così come per tutti i veri (e pochi) grandi, si vanno (o si tornano) a vedere i film di Moretti in quanto tali, e non necessariamente quel tal film, un po’ come si fa per Chaplin, Kubrik, Fellini e pochi altri, insomma.

Davide Steccanella

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