Natale a Roma

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Scritto per il mondano e raffinato “La Vie Parisienne”, pubblicato nel giorno di Natale del 1917, questo racconto di Colette – “L’hiver a Rome” – si inscrive tra i reportage, le istantanee, i piccoli o grandi acquarelli attraverso i quali l’autrice di Chéri coglie l’air du temps – ed è un tempo di guerra – del suo soggiorno romano. Guerra o non guerra, Roma, per lei, fu sempre e comunque una «ville sans rivale», per il suo sole, i suoi giardini, i suoi mendicanti e la sua gente chiassosa e indocile, ma viva.
Marco Dotti

 
 
NATALE A ROMA



Il tepore di una serra, dove l’acqua polverizzata bagna le foglie, un sole d’argento vivo, l’odore, a ogni passo, di garofani e mimose, degli aranci scorticati, del sedano in mazzetti, dei pomodori, delle violette – quale mese di maggio conterrà mai tanti profumi e tanta primavera, quanto questo Natale a Roma?
Ieri, verso Modane, il treno spaccava prudentemente piumini di neve. Il giorno prima, Parigi, senza luce, sbatteva i denti sotto la pioggia. Oggi, i giardini del Campidoglio brillando di un verde che l’inverno non stinge.
Questo giorno, questa intera settimana appartiene ai bambini. Un tappeto, un drappo mobile copre la tesa scalinata che sale verso Santa Maria in Aracoeli. Cento scalini di bimbi, bimbi bruni come la formica, sonori come la cicala. Un migliaio di bambinetti aggrappati a questa collinetta, come i loro padri ai fianchi del Carso, cinguettano, discorrono, vendono e comprano. Acerbi, piccoli mercanti del tempio fanno commercio di caramelle, statuette, immagini sante, soprattutto quella del Bambino d’Aracoeli, avvolto d’oro e gemme intagliate.
Serve molta perseveranza per raggiungere la chiesa, attraverso urli, offerte invadenti, impertinenti preghiere e balbettate imprecazioni.Non c’è rispetto che attenui, d’altronde, anche sotto una copertura dove l’oro prodigato rapidamente invechia, l’arroganza della marmaglia romana. Urla e si dibatte davanti al riparo che ai Tre Re Magi mischia una contadina carica di regali: formaggi bianchi, fichi e arance, il tributo dell’Italia, tutto rotola ai piedi del Bambino infagottato d’oro. Per vedere il Bambino, e l’angelo di cartone, e l’asino grigio, i bambini spingono, si accalcano per fare in fretta accanto a una liscia colonna pagana e inghirlandano a frotte, quasi fossero un motivo ornamentale, i bordi di un’acquasantiera.
Alla destra dell’entrata, un pulpito trema sotto il peso dei bambini predicatori. Predicatori di quattro anni, profetesse a malapena fuggite dal pannolino e dalla scuola materna, tutti i bambini possono predicare durante la settimana di Natale. Un’inspirata – sette anni, naso dritto, capelli come i serpenti di Medusa e il sopracciglio tragico – contende il campo dell’eloquenza a un tribuno di quattro anni, pieno di calma e saggezza, ma che la folla intimidisce. Vittoriosa, la bambinetta saluta il pubblico e parla. Declama, invoca i soldati, testimonia del cielo, chiama Gesù Bambino… Non vedo differenza tra questa bambina patetica, che batte col piede sul palco e tende il pugno al fondo dorato, e la giovane stella del cinema italiano che diverrà tra dieci anni: medesimo eccesso espressivo, medesimo istinto del gesto generoso, medesima assenza di misura, di sfumatura e di personalità.
Dietro il palco, un gruppo discute a voce bassa, un mucchio di donne dai bei capelli semi raccolti da un fazzoletto piegato, madri appesantite, adolescenti superbe, un poco in stazza. Ciascuno spinge avanti il proprio figliolo prodigio, soffiando sulla melodia dimenticata. Ci sono sguardi d’invidia,  e di sorde minacce, di risate di scerno. In verità, e nonostante i vicini affreschi del Pinturicchio, quest’angolo geloso infiora la chiesa meno di quanto non faccia il retroscena.